Secluded in secrecy, they consecrate their lives to the search for perennial wisdom and explore those inner continents that transcend everyday reality. In Europe, in the Americas, in the Middle East and in Asia, they are the Entronauts, true mystics of our time.
In a journey through four continents, the celebrated Italian writer, Piero Scanziani, unveils the Peyote cults of North America and the Dervish dances of Iranian Sufis, reveals the true secrets of breathing from a Taoist master and martial arts from the founder of Aikido.
We discover the essence of India from a master of Tantra, the mysteries of the Cabbala and Christian Hezycaism from the anchorites of Mount Athos. An indispens-able guide for all those engaged on the journey within. Awarded the Maria Cristina Catholic Prize for Literature - 1970.
Piero Scanziani è stato uno scrittore svizzero. Autore di molti libri tradotti in più lingue, ha ottenuto numerosi premi letterari, tra cui nel 1997 il Premio Schiller per l'insieme delle sue opere. È stato per due volte candidato al Premio Nobel per la letteratura negli anni 1986 e 1987.
Il protagonista del nostro libro scopre per caso gli entronauti. Chi sono gli entronauti? Persone che hanno scoperto la felicità. E la felicità, si sa, è ciò che più di tutto l'essere umano ricerca. Per questo inzia una lunga ricerca che lo porta ad ogni angolo del mondo, per cercare questi asceti nascosti.
La prosa di Piero Scanziani non la conoscevo, ma mi ha particolarmente colpita per il suo carattere aulico, sempre ricercato, piacevolissimo e scorrevole anche nella lettura. Un autore che ringrazio Utopia per avermi fatto conoscere.
La storia è piuttosto episodica e per questo non ugualmente scorrevole in ogni parte del viaggio. La prima parte del libro, in particolare, non è scorrevolissima, anche perché il lettore continua a domandarsi dov'è il lettore voglia andare a parare. Una volta che mi è stato chiaro, però, che Scanziani non vuole dare risposte, quanto generare una riflessione filosofica, ho trovato questo testo originale e piacevolissimo e anche, in parte, precursore dei tempi. Vi consiglio, se amate la letteratura italiana, di approcciarsi a questo autore che, come molti altri, non ci viene insegnato a conoscere.
Ho riflettuto molto prima di scrivere questa recensione. Non tanto per la mancanza delle parole quanto per il timore di non aver compreso appieno il potenziale del testo; complici soprattutto quelle poche recensioni presenti nel web che osannano questo titolo. Dai primi capitoli mi si è subito sviluppato in testa un pensiero che mi ha accompagnato fino alle ultime righe: "é un libro invecchiato male". Non per la forma (Scanziani era e rimane uno dei giornalisti più importanti), ma per una sorta di sotto testo che trasmette idee e preconcetti tipici degli anni '70 ( ma anche dei nostri giorni): idee eurocentriche e di stampo prettamente coloniale; visioni preconfezionate riguardo al genere femminile (all' autore piace particolarmente descrivere l'aspetto fisico delle donne facendo similitudini con razze canine, senza considerare i commenti che vedono i saggi come uomini di alto spessore spirituale e molte donne intellettualmente sopra la media come "isteriche e pazze"). Tuttavia ne consiglio la lettura, perché oltre a essere una cronaca di un viaggio assai interessante, aiuta a capire quanti passi avanti abbiamo fatto (umanamente parlando) e quanti, purtroppo, dobbiamo ancora fare.
"Cominciavo a capire. Le nostre miserie ci sembrano venire da fuori. Invece le formiamo noi, dentro, con la nostra sostanza. [...] l'uomo attira ciò che teme. All'uomo non capita quel che merita, ma quel che gli somiglia. Come cambiare il proprio destino? Con la certezza."
Tanto osannato, tanto citato, tanto letto negli ultimi anni, Piero Scanziani rappresenta l'opposto di ciò che mi attira in una letteratura di viaggio e di ricerca del sè. In questo genere di libri, solitamente, una persona parte per una meta, anche imprecisa, e racconta passo passo chi conosce, dove va, cosa scopre e perché tutto questo è fondamentale. Aspetti che invece in "Entronauti" non ho trovato. A parte il titolo, che è geniale, di questo libro non ho apprezzato nulla. Non facevo in tempo ad abituarmi ad un luogo o ad un personaggio che subito questo svaniva. Non facevo in tempo ad afferrare una situazione, che questa cambiava. Insomma, Scanziani non è di certo maestro della narrazione. Anche perché il suo stile è improntato su un frammentismo spinto, dove frasi brevissime si accompagnano a lampi di scene, che portano con sè vuoti narrativi difficili da colmare, preso com'è il lettore a star dietro ad un pensiero para-religioso poco solido. Mi sono fatto fregare dall'hype...
Stile giornalistico, asciutto ma diretto, mi ha colpito immediatamente al cuore (…o nell’anima?). Talvolta iterativo ma sempre brillante. Mi sono innamorata di questo libro. Appena ho compreso la ricerca dell’autore e mi sono trovata a seguirlo nel suo cammino, è nato in me lo stato dell’innamoramento. Non il semplice desiderio di sapere cosa sarebbe accaduto: mi sono scoperta trepidante al solo pensiero di poterne riprendere la lettura per continuare a conoscere, a imbattermi in nuove soluzioni, a rivederne di già ascoltate e a bearmi dell’esplorazione e del pezzo di mondo che andava rivelandosi. Poi, inoltrandomi sempre più nel racconto e smorzati gli ardori, ecco la meraviglia, l’attonimento incantato, quindi il silenzio. Un silenzio sonoro da percorrere e scrutare, la consapevolezza di essere pronta a farlo e una sensazione di stabilità, come quando si ha qualcuno accanto nell’impresa, su cui si sa che si può contare: il cammino riparte, sempre ignoto ma ora più invitante e rischiarato. “Come dire? Infinitamente amata, infinitamente amante”. “…bastano dieci entronauti a tener aperto il varco con la gioia, che è il fine dell’uomo”.
Libro del 1969 che recuperato negli anni 2020 può assumere il fascino, seppur datato, di lettura retrospettiva e prospettica dei pensieri sul trascendente. Approccio ibrido - una sorta di saggio romanzato - , piglio curioso, qualche lungaggine e stereotipo. Dal mio punto di vista, non indispensabile.
Mi ricorda Tiziano Terzani ma più spirituale, più teso a raggiungere una Illuminazione. In questa tensione viaggia e fa il suo mestiere di giornalista, che è quasi la copertura che adopera per scoprire la saggezza e la felicità che però, da uomo occidentale, si strugge di non poter raggiungere.