Jump to ratings and reviews
Rate this book

Il cattivo tedesco e il bravo italiano: La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale

Rate this book
Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalità. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell’occupante.

Sono i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale e consentito il formarsi di una zona d’ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall’Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich. A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilità della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l’8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell’antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l’‘oppressore tedesco e il traditore fascista’, poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva. La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito così per oscurare le responsabilità italiane ed è prevalsa un’immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell’Asse, non senza l’interessato beneplacito e l’impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.

308 pages, Paperback

First published January 3, 2013

8 people are currently reading
141 people want to read

About the author

Filippo Focardi

20 books2 followers

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
10 (15%)
4 stars
36 (55%)
3 stars
16 (24%)
2 stars
3 (4%)
1 star
0 (0%)
Displaying 1 - 9 of 9 reviews
Profile Image for Pierre Menard.
137 reviews253 followers
June 27, 2016
Piuttosto interessante questo saggio di Filippo Focardi, storico dell'età contemporanea in forza all'università di Padova e specializzato in memoria del Fascismo e della Seconda guerra mondiale. L'argomento è il doppio cliché che dà il titolo al libro: la contrapposizione tra il tedesco, spietato e crudele automa mosso dall'ideologia antiumana del nazismo, e l'italiano, fondamentalmente buono e segretamente antifascista, sussunta nell'immaginario collettivo italiano, europeo e americano, diventata caposaldo della divulgazione storica presso il grande pubblico (dai saggi di Arrigo Petacco e Roberto Gervaso alle puntate della Grande Storia su Raitre) e declinata poi nella fiction letteraria, teatrale e cinematografica.

Focardi identifica il punto di origine del doppio cliché nella necessità di sganciare l'Italia dall'alleato tedesco, all'indomani della caduta di Mussolini e della formazione del governo Badoglio che aveva avviato le trattative con gli anglo-americani per portare il paese fuori dal conflitto. Gli Alleati infatti avevano tutto l'interesse a guadagnare gli italiani alla loro causa o quanto meno a sottrarli al campo avversario. Dispiegarono così un complesso apparato di propaganda atto a promuovere da un lato l'immagine della Germania come unica nazione a scatenare la guerra, dei leader germanici (politici e militari) come di mostri criminali assetati di sangue e del popolo tedesco come aggressivo invasore, votato alla barbarie, incivile e corrotto, un tutt'uno con il suo Führer; dall'altro il popolo italiano come fondamentalmente pacifico e contrario alla guerra - nella quale era stato trascinato dalla cecità di pochi leader (Mussolini e i suoi più stretti collaboratori) -, incline all'amicizia con gli abitanti dei paesi occupati e alla protezione delle minoranze vessate dalla crudeltà nazista (gli ebrei).

Il successo che la distinzione netta tra i due popoli ebbe fu senza precedenti, perché in fin dei conti conveniva a tutte le parti in causa, per motivazioni autoassolutorie diverse e talvolta contrapposte. Conveniva alle gerarchie militari e alla fazione monarchica, felici di attribuire ai fascisti la responsabilità attiva nell'alleanza con la Germania che aveva portato alla guerra e alla sconfitta militare. Conveniva agli antifascisti vecchi e nuovi (da una parte i comunisti, dall'altra i moderati), ansiosi di conquistare la fiducia della popolazione e di gestire il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Conveniva alle formazioni partigiane, che avrebbero così trovato maggiore sostegno nella popolazione civile nel condurre la guerriglia contro tedeschi e repubblichini. Conveniva ai militari del regio esercito per dimostrare di essere stati forze occupanti ma rispettose dei civili, e in qualche caso di aver svolto il ruolo di salvatori contro lo sterminio imposto dai tedeschi. Conveniva ai gerarchi ex-fascisti, che avrebbero acquisito uno sconto di pena rilevante a guerra finita se si fosse dimostrato che erano stati contrari alle atrocità naziste e che le avevano ostacolate. Conveniva alla popolazione civile, alla quale gli occupanti anglo-amernicani avrebbero risparmiato una punizione severa in cambio della totale adesione alla causa alleata. Conveniva persino ai fascisti rimasti con Mussolini, perché potevano dire di aver costituito la Repubblica cuscinetto di Salò per mitigare la feroce vendetta hitleriana contro l'alleato traditore (piuttosto inquietante il capitolo II dedicato a "Chi ha tradito la patria?", con la cronaca del continuo rimpallo di responsabilità e accuse di tradimento). A leggere le efficaci e documentate argomentazioni di Focardi viene quasi il dubbio che la distinzione convenisse persino ai tedeschi, ben contenti di non essere accomunati nella loro tragica sorte a un popolo imbelle e pasticcione, incapace di concludere una guerra dalla stessa parte con la quale l'aveva cominciata e il cui principio guida è il "volemose bbene".

Sull'efficacia della distinzione c'è poco da dire: basta considerare come abbia risparmiato all'Italia e al popolo italiano le terribili devastazioni che subirono gli altri due membri dell'Asse, Germania e Giappone. Non che noi italiani non abbiamo sperimentato le sofferenze e le distruzioni che accompagnano una guerra mondiale e una guerra civile, ma quelle subite dai tedeschi e dai giapponesi sono di qualche ordine di grandezza superiori, considerando il ruolo dell'Italia nello scatenare una guerra di aggressione ai danni della Grecia e i crimini di guerra autorizzati e commessi in Yugoslavia, Albania e Grecia da parte dei comandanti militari italiani e dei vertici dell'amministrazione occupante. Di fatto in Italia non si sono mai celebrati processi come quelli di Norimberga e la stragrande maggioranza dei responsabili italiani dei crimini di guerra non è stata nemmeno sottoposta a giudizio. La strategia di separare Italia e Germania in merito alle responsabilità per gli eventi del secondo conflitto mondiale ha generato l'eclisse di una parte rilevante della storia novecentesca: a scomparire dalla memoria collettiva italiana (e anche da non pochi libri di storia) non sono stati soltanto i succitati crimini di guerra, ma anche il ruolo attivo della classe dirigente italiane nel promuovere l'antisemitismo, la vicenda coloniale italiana in Libia ed Etiopia (molto poco edificante) e, quasi per contrappasso, gli internamenti coatti subiti dagli italiani residenti negli USA dal 1941 al 1944 e i crimini commessi dai tedeschi contro la popolazione civile italiana che hanno tardato molto ad essere riconosciuti e in vari casi sono rimasti impuniti. Alla luce di tutto ciò non si può non condividere la frasi di Ernest Renan citata da Focardi nell'introduzione: "L'essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose". Ecco perché Focardi e altri studiosi sottolineano il legame tra la costituzione del doppio cliché e l'assenza di un elaborato esame di coscienza che il popolo italiano avrebbe dovuto intraprendere nel dopoguerra.

Non sorprende affatto, perciò, che il successo del doppio cliché si sia protratto ben oltre i confini del dopoguerra, lasciando tracce indelebili sull'immaginario collettivo. Basta visionare i film hollywoodiani dedicati alla Seconda guerra mondiale: gli italiani compaiono pochissimo e, se lo fanno, sono sempre nelle vesti del cliché descritto da Focardi, ossia poco propensi alla guerra, scarsamente marziali e più interessati ad intrecciare relazioni sentimentali con la popolazione femminile locale (vedi "Il mandolino del capitano Corelli" (2001), il massimo esponente di questa tendenza antistorica). Ma Focardi cita anche il poetico "Mediterraneo" (1991) di Gabriele Salvatores, di cui riconosce il valore cinematografico pur sottolineando la funzionalità contingente alla trama rivestita dal doppio cliché del bravo italiano e del cattivo tedesco. Del resto nemmeno intellettuali e uomini di cultura esperti e intelligenti riuscirono ad evitare il cliché: basti pensare a Benedetto Croce, più volte citato da Focardi, che non esitava a definire l'oppressore tedesco "l'atroce presente nemico dell'umanità". Eppure il Croce che esortava gli Alleati a distinguere tra la civile Italia e la barbara Germania nazista, schierata contro l'umanità, era lo stesso dottissimo studioso di Kant e Hegel, alla cui filosofia l'idealismo crociano doveva molto. Può essere facile notare che un popolo che ha regalato all'umanità la filosofia di Kant e Hegel, la musica di Mozart e Beethoven, la fisica di Einstein e Heisenberg, la letteratura di Goethe e Schiller, abbia dato anche Hitler, Himmler e Eichmann, ma credo che la stessa cosa si possa dire di ogni popolo della Terra che abbia avuto un ruolo di minima rilevanza nella storia.

Credo che il nodo centrale del saggio di Focardi sia la corretta interpretazione delle fonti, numerosissime e diversificate come sempre accade per la storiografia recente. Il nostro storico vaglia un po' di tutto, dai diari di guerra ai memoriali postbellici, dagli articoli di giornale alle trasmissioni radiofoniche (soprattutto quelle della propaganda alleata, a cominciare da Radio Londra di Candidus e del colonnello Stevens), dai documenti istituzionali alle opere di storia e storiografia precedenti. In merito ad alcune fonti può sorgere il dubbio sull'affidabilità: è il caso degli articoli di giornale e dei discorsi pronunciati da leader politici, certamente vincolati dalla contingenza. Penso non sia facile rispondere a un dubbio simile e solo uno storico esperto può valutare consapevolmente le fonti di cui dispone. Si potrebbe poi obiettare alla tesi di una divergenza essenziale tra cliché e realtà storica, che se tutte le testimonianze sono concordi nel dipingere allo stesso modo gli italiani, non c'è stata alcuna divergenza. Focardi è consapevole del differenziale tra le fonti pro-cliché e quelle contro, e sviluppa una complessa analisi critica delle prime, distinguendo ad esempio tra fonti coeve e fonti successive al secondo conflitto: queste ultime, di natura memorialistica, tendono infatti ad essere biased, soprattutto se provengono da personaggi coinvolti attivamente nella politica o nelle operazioni militari nella guerra all'estero e nella guerra civile (come i generali Roatta e Messe, il giornalista Paolo Monelli, lo scrittore Curzio Malaparte, i partigiani Nuto Revelli e Giusto Tolloy e così via). Focardi ne svela le contraddizioni in uno dei capitoli più lunghi e interessanti del libro, il sesto, sottolineando la presenza di testimonianze di segno opposto all'interno di quelle stesse fonti, che dipingono un quadro molto meno idilliaco e irriducibile al doppio cliché. Sulle fonti dichiaratamente avverse al cliché e sulla documentazione relativa ai crimini di guerra commessi dagli italiani nei Balcani e nei teatri di guerra africani, e dai repubblichini nella penisola, Focardi preferisce rimandare al ricchissimo apparato di note. Per chi volesse approfondire il tema, consiglio un altro saggio storico altrettanto interessante e che prende il titolo dall'altro noto cliché sul popolo del Belpaese: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca, di tono più divulgativo.

Il saggio di Focardi è molto meno divulgativo di quello di Del Boca e si configura come vera e propria monografia storica, da studiare nelle università. Lo confermano la struttura dell'opera, lo stile da lezione universitaria e l'enorme apparato di note che occupa circa un terzo del totale e che in gran parte è di natura bibliografica. Il saggio tuttavia è leggibile con piacere anche da chi è interessato alla mera divulgazione in virtù di uno stile chiaro e di un argomentare ordinato e coerente.

Segnalo anche a chi è interessato un post di Wu Ming a commento del libro:
http://www.wumingfoundation.com/giap/...

Consigliato a chi sale sul carro del vincitore.

Sconsigliato ai suonatori di mandolino golosi di pizza.
Profile Image for paper0r0ss0.
653 reviews57 followers
September 14, 2021
E' un filone storiografico fortunatamente sempre piu' grande quello della rivisitazione critica dell'operato e dell'autorappresentazione bellica italiana. Gia' i lavori di Collotti, Del Boca, Oliva ed altri hanno dimostrato quanto falsa fosse l'immagine del militare italiano, tanto scarso tecnicamente quanto buono di cuore e magnanimo. Se pero' in altri titoli il fuoco era sugli avvenimenti, qui si cerca invece di dare un inquadramento ideologico e filologico del fenomeno, di dimostrare come movimenti addirittura opposti abbiano converso su una storiografia edulcorata e strumentale. Unica nota di demerito una vaga sensazione di ripetivita'.
Profile Image for Roberto Pizzicannella.
135 reviews1 follower
June 8, 2015
Gran bel libro!
Il libro illustra con accuratezza (e ricchi riferimenti) come l'interesse convergente di molte delle parti in gioco abbia finito per determinare il consolidarsi di questa "leggenda": il tedesco feroce e l'italiano bonaccione nel loro comportamento durante la seconda guerra mondiale. Focardi lascia poi sullo sfondo, lo sfiora senza approfondire (non era questo l'oggetto del libro) il tema di come questa leggenda abbia permesso al nostro paese di evitare di fare i conti con il proprio passato e che cosa questo abbia significato per le nostre vicende del dopoguerra.
Profile Image for Mosco.
451 reviews44 followers
August 4, 2017
A tratti interessante, nell'insieme molto ripetitivo. Corredato da 832 note a piè di pagina, la maggior parte delle quali per citare le fonti, diventa, per un lettore non specialista, di pesante lettura. Molto accurato negli esempi di autoassoluzione italiana, non è il libro per chi invece ne volesse conoscere i crimini. Non mi pare, nell'insieme, un testo divulgativo ma interessante per uno storico.
Profile Image for Lupo.
563 reviews25 followers
May 20, 2020
La descrizione della costruzione del mito del bravo italiano è molto accurata e documentata in tutti i suoi aspetti, compresi i contributi esterni all'Italia, a cominciare dai tentativi Anglo-Americani di staccare l'Italia fascista dalla Germania nazista già nel 1940. Ed è questo vero e proprio mito il cuore del libro dove la rappresentazione del cattivo tedesco, usata nella costruzione del mito italiano, è usata anche dall'autore a contrasto del tema centrale del libro, la costruzione del mito. Che "Italiani brava gente" sia tutt'altro che vero lo ha ben spiegato Angelo Del Boca nell'omonimo librino, mentre il libro di Focardi si concentra non tanto sui misfatti italiani, verso i quali lamenta lo scarso interesse del paese quando non proprio l'interesse politico di non indagare la Storia, quanto appunto sulla costruzione del mito del bravo italiano.
Libro molto scorrevole, quasi in stile anglo-sassone con anche le inevitabili ma utili ripetizioni tipiche di quello stile.
Profile Image for Gennaro Spina.
6 reviews
May 18, 2021
Controcronoca degli eventi, provando a far luce sulle reali responsabilità italiane nel conflitto e sulle dinamiche che hanno portato a sviluppare il sentimento del "soldato tedesco cattivo, soldato italiano buono"
Profile Image for Fulvio Conti.
78 reviews1 follower
September 4, 2021
Analisi delle cause e della formazione del meccanismo di rimozione politico e storiograficodelle colpe dell'Italia fascista e del tentativo ideologico di "scaricare" le medesime sull'(ex) alleato nazista, creando il doppio stereotipo del "buon italiano" a fronte del "cattivo tedesco".
Profile Image for Miriana Blankenship.
21 reviews
October 18, 2022
Un libro che mi ha interessato fino alla fine con la sua analisi della mentalità e ricostruzione - o meglio copertura - post-bellica della coscienza italiana.
Displaying 1 - 9 of 9 reviews

Can't find what you're looking for?

Get help and learn more about the design.