Se avete pensato a De André e a La guerra di Piero, ci avete quasi preso. Si parla di primavera e di guerra, l’ultima primavera della Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania nazista è prossima alla sconfitta ma rastrella le campagne e le città in cerca di ragazzini da mandare a morire sul fronte con una divisa che sembra sempre troppo grande. I rametti di betulla che si vedono sulla sobria e drammatica copertina dell’edizione originale sono quelli che si usavano per costruire improvvisate croci da mettere sulle sterminate distese di soldatini uccisi e lasciati lì, mentre si avanza nonostante tutto, quasi con la speranza di essere catturati dagli Americani, perché l’alternativa è morire per le ferite o trapassati dai russi.
Di nuovo un altro libro sulla guerra? E che noia, si potrebbe pensare. Ma mentre la guerra è sempre la guerra, anche se spostata nel tempo e nello spazio, ci sono libri e libri sulla guerra. E di romanzi come questo, credetemi, ce ne sono pochissimi e vanno proprio letti.
Walter e Fiete sono due ragazzi di 17 anni che di mestiere mungono mucche, perché senza latte come si farebbe, anche e soprattutto in guerra? Certo sono più utili lì che sul fronte, dove i russi e gli americani stanno chiaramente per avere la meglio, nonostante i messaggi roboanti della propaganda nazista (anche i tedeschi ascoltano la radio del nemico), ma le SS non sembrano essere della stessa opinione: ormai si ricorre agli stratagemmi più puerili per obbligare gli adolescenti ad arruolarsi, e una sera ci cascano anche i due amici. Spediti tutti e due in Ungheria, lasciandosi dietro le due fidanzate e il posto in stalla, per Walter le cose vanno meno peggio (fa l’autista), mentre Fiete finisce al fronte, viene ferito, alla bell’e meglio ‘ricucito’ e di nuovo mandato al fronte. Fiete, un po’ poeta un po’ contadino insieme, non regge e fugge, solo per venir catturato dai suoi dopo pochi passi e condannato a morte. Il plotone d’esecuzione è fatto dalla camerata in cui si trova anche Walter. Non serve andare oltre con la trama, perché c’è già tutto quello su cui il lettore si sente costantemente interrogato durante la lettura del romanzo: di fatto, la narrazione si apre con il figlio di Walter che si interroga sui silenzi di suo padre, morto a sessantuno anni di vecchiaia, di logorio, consumato dai punti interrogativi di domande che non è mai nemmeno riuscito a tradurre in parole. Cosa avremmo fatto noi al posto di Walter? Al posto di Fiete? Saremmo partiti, avremmo obbedito o ci saremmo opposti, accettando le conseguenze (leggi: la morte)? E cosa avremmo fatto al posto delle fidanzate (oddio, a 17 anni si hanno già fidanzate?!), dei genitori, dei datori di lavori rimasti a casa ma non per questo risparmiati dagli orrori della guerra? Cosa avremmo fatto al posto degli ungheresi occupati? Cosa faremmo, se fossimo in guerra? Perché se Walter e Fiete sono due ragazzini sfigati mandati a morire a pochi mesi dalla fine della guerra nel 1945, ci sono ragazzini e bambini spediti al fronte ogni giorno di ogni anno. Quei loro interrogativi devono essere anche i nostri. Rothmann questo fa: tace, non esprime giudizi né prende posizioni morali, usa una lingua spoglia, realistica, che non ci risparmia nulla, eppure non è mai iperbolica, anzi nella misura di una esposizione quieta e precisa sta la sua violenza, la sua forza. Non c’è pathos, ma d’un tratto in quel lazzaretto ci siamo noi, ci siamo noi su quella BMW alla ricerca della tomba del padre morto nella stessa guerra, noi siamo quelli che non ce la fanno più e non sanno di che pallottola sia meglio morire, siamo noi a vedere quello che non sapremmo raccontare. D’altronde, non è che uno a diciassette anni possa davvero rielaborare l’orrore, non vi pare? Non trova le parole per commentare, registra e basta, passivamente, incapace di reagire se non con qualche lacrima, a bocca aperta ma muta, perché nemmeno un urlo riesce a prendere forma. Cosa rimane dell’amicizia in guerra? Cosa diventa la pietà? Fiete racconta di una teoria secondo cui le cellule hanno la memoria e quindi ai nascituri passeranno anche gli incubi e i ricordi delle sensazioni: il proiettile ferirà non solo il soldato ma anche i suoi figli non ancora nati. E Walter, disperato, si chiede e ci chiede cosa erediteranno dunque i figli di quelli che il proiettile lo hanno dovuto sparare. Un grande monito, questo romanzo: non c’è nessuno che esca salvo dalla guerra, non c’è futuro che non porti segni dell’orrore, anche se continuiamo a fare finta di non vederli.