Il prato bianco uscì da un piccolo, raffinato editore, l'Obliquo, nel 1997. Era la terza raccolta poetica di Francesco Scarabicchi, che con quel libro entrava a pieno diritto fra i maggiori poeti italiani contemporanei, confermandosi poi a più riprese nei vent'anni che sono seguiti. L'atmosfera invernale evocata fin dal titolo fece parlare Gian Carlo Ferretti di «uno scenario dominato dal gelo, dalla neve, dal bianco, quasi immagini di un mondo in letargo, invisibile, ma segretamente vivo e disposto al risveglio». È in questa situazione di apparente abbandono che le immagini della natura si fanno precise: prati, serre, fiori, alberi: descrizioni realistiche ma anche metafore a indicare cura e accudimento. Sono paesaggi di una natura coltivata, non selvaggia, e questo accudimento meticoloso, nonostante l'ala fredda che incombe su persone e cose, sembra essere la cifra dell'umanità che emerge da questi versi, già a partire dalla prima poesia. Curarsi di ciò che sopravvive, celebrare senza retorica ciò che è destinato a non sopravvivere: quella di Scarabicchi è una malinconia composta e quasi serena anche quando, nel nucleo centrale del libro, viene affrontato più direttamente il tema della morte: e sono forse le poesie più intense di tutto il libro.
1.5 ⭐ È la terza raccolta del poeta Francesco Scarabocchi.
Mi dispiace ma sono rimasto deluso dalle poesie. L'unica poesia che mi ha incuriosito e piaciuta è la prima che appare anche sulla copertina.
Scrive sul sole, neve, pioggia, legno. Tutto lessico che mi piace e mi interessa però mi sembra inaccessibile per me, molto probabilmente perché l'italiano non è la mia madrelingua.
"أحمل الكلمات إلى بر الأمان من البرد أعتني بظل العشب وأزرعه في ضوء الليل على أحواض الزهور أحرس المنزل الذي أعيش فيه أقول اسمك بهدوء، وأحتفظ به لفصل الشتاء القادم، مثل الضوء."
Da quel giorno ogni giorno con te parlo, ma che dialogo muto, che silenzio dalla parte da cui non viene il vento.
Raccolta delicata di poesie. Con passi leggeri racconta gli stati d'animo più morbidi anche se, talvolta, freddi come un prato bianco ricoperto di soffice neve.
L'orma leggera
Chi, come te, cortese, mi sovviene lascia l'orma leggera e si allontana, come fanno le nuvole, tacendo.
“Non somigliarmi, non avere, con me, niente in comune, lascia che sia, ogni volta, l’imprecisa dolcezza di un saluto a condurre i tuoi passi e quel tremore trepido che guarda il niente per cui è dato consegnarsi”.