Stracciari registra i silenzi. Registra anche i suoni; gli piacciono i suoni, i silenzi, le calze delle donne, la carta che si infilava tra i raggi della bicicletta per far finta di avere una moto, il suono del modem le prime volte che ci si collegava a internet, il messaggio che si sentiva quando entravi in banca “Siete pregati di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera”. Ci farebbe una mostra, di silenzi e di suoni. Gli piace anche quando lo mandano affanculo e quando gli dicono “Poverino”. Una cosa che non può sopportare, è quando gli chiedono “Come stai?” “Eh” risponde. Ha un giubbetto con un’etichetta con “Poliestere” scritto in trenta lingue diverse, e un vicino di casa che si chiama Baistrocchi che lo tratta un po’ male, e un bar sotto casa che loro chiamano Tristobar. Gli piace anche il Tristobar, a Stracciari. E gli piacciono quelli che fanno albering, supermarketing, funiviìng, macchining, bankomating, lavòring, antropologiìng. E gli è piaciuta una ragazza sarda che ha vissuto con lui per un po’ di anni e in tutti quegli anni non gli ha mai detto “Amore” o “Caro” o “Tesoro” o delle cose del genere. Al massimo gli ha detto “Disgraziato”. Se era proprio molto ma molto contenta, gli diceva “Delinquente”. E lui era così contento, anche lui.
Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l'attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L'Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Ho letto, e adesso son qui a scrivere, cioè, non come voi comici che si potrebbe chiamarvi anche romanzer perché scrivete romanzi, ma a scrivere quattro righe su Undici treni. Che forse scrivere undici righe su Undici treni sarebbe anche più corretto, almeno non resterebbero sette treni senza righe. E dimmi che ai treni è meglio che gli manchino le righe invece che i binari, zio campanaro. Absit iniuria verbis. Ma sai quanto mi piacerebbe fare un salto al Tristobar correndo persino il rischio di dirti siedo anch’io e sentirmi dire no tu no? E senza un perché, così, solo perché no. Va’ che scherzo. Che poi, non potrei neanche incolparti che se c’è uno scherzo è del destino, che poi non sai nemmeno dove sta questo destino per andarlo a cercare per chiedergli perché. Un po’ come l’Augusto Stracciari che quando si chiamava Augusto Stracciari era nato a Medicina e però quando abitava con la regione dell’Asia minore abitava in via Squadroni e si chiamava Arturo Mezzadri, poi quando aveva deciso che non era nato a Medicina ma a Ospitaletto non era più l’Augusto Stracciari che era nato a Medicina ma era uno nuovo che si era fatto persino crescere i capelli. Cosa c’entra mi dirai. Se non lo sai te. Come mi piacerebbe incontrarvi, compresa la regione dell’Asia minore. Che bello. Figo. Di più. Chiederei a Speedy Perquindi un succo d’arancia giusto perché te avevi chiesto il succo d’arancia e lui aveva preso quello d’ananas, e te l’avevi guardato male che eri appena uscito di prigione e lui non sapeva che eri appena uscito di prigione e alla fine aveva detto ah ho capito. E io apposta chiederei a Perquindi il succo d’arancia per vedere se si sbaglia anche con me, così lo guarderei male anch’io anche se non sono appena uscita di prigione, che a dire il vero io proprio non ci sono mai stata in prigione, ma guardo male anch’io e quando guardo male faccio effetto, e alla fine magari direbbe anche a me ah ho capito. E mi piacerebbe fare chiacchiering, lì seduti al Tristobar. Due parole. Ma anche due silenzi. E sai che ridere a giocare alle espressioni parassite? Che noi non ci pensiamo ma alla fine siamo tutti pieni di espressioni parassite. Che se c’è un patto, è di stabilità, se c’è una risata è contagiosa, se c’è un freddo è polare, se ci sono dei sogni, son nel cassetto. Ben chiusi, sempre. Poverini. I sogni, dico. Che poi dico dico e invece sto scrivendo. E alla fine vi saluterei tutti e direi parto, e Perquindi direbbe anche a me: «Perquindi vai via?» e io gli risponderei: «Perquindi sì». E adesso siccome ho scritto più di quattro righe e vorrei fare pausing, se ti fa niente farei zapping e magari stopping su To soréla entertainment. Ecco. Per farla breve, la vita è fatta di treni, tutti da prendere. Però, a pensarci su un momento, l’ultimo treno, quello lì sarebbe bello perderlo, zio campanaro. Absit iniuria verbis.
E infine grazie che mancano le “d” eufoniche e che in La meravigliosa utilità del filo a piombo hai chiamato clarinetti i clarinetti (lo so che non c’entra niente con Undici treni ma lo metto qui lo stesso, perché quando ho letto clarinetti mi si è allargato un sorriso che non hai idea). Che io ci ho il sobbalzo facile e vederli scambiati per clarini puoi immaginarti. E niente. Son soddisfazioni.
Stravagante, arruffato, sagacemente sgrammaticato. Il suo sguardo si posa sul mondo e sulla gente, sulle piccole gioie e i drammi della vita con ironia e umanità.
“Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?» E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto. «Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?» «E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui. «Sì» gli aveva detto il giornalista. «E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?» «No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto». «Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento. Zio campanaro, che testa che aveva.”
“Dopo poi comunque mi ero detto che io, quando usavo queste espressioni a me sembrava di parlare, in realtà io non parlavo, ero parlato, cioè non dicevo quel che volevo dire io, dicevo quel che voleva dire la lingua (parassita).”
Penso a Nori e penso ad un giocoliere. Nei suoi libri si respira un po’ quell’aria circense fatta di stravaganza e risate che contengono un fondo di amara realtà. Nori come un giocoliere che al posto di palline o clave fa volteggiare parole ed immagini rivelandone i lati nascosti ed anche stravolgendole con il loro vorticare. Penso al titolo di questo libro e mi ricollego ad un altro Undici letterario, quello delle Solitudini di Yeats (libro che non ho letto ed è da tempo nella mia lista desideri). Penso che anche qui ci sia solitudine * a partire dalle parole di Baistrocchi che ci introducono una storia registrata, un messaggio vocale trascritto del suo amico/vicino di casa:
” era il periodo che mi chiamavo Stracciari e ero nato a Medicina, e era un periodo che mi era successa una cosa che era stato come essere trasferiti in un mondo con un’altra atmosfera, con un’altra legge di gravità, come avere un corpo con un altro peso specifico e era stata una cosa non tanto piacevole, devo dire.”
Così si introduce la voce narrante dove Baistrocchi s’inserisce ogni tanto riservandosi delle note (molto interessanti - e qui penso a Foster Wallace) che chiariscono le parole perché Stracciari, queste parole, le usa in un modo particolare. Così, ad esempio uno scrittore diventa un comico e in questo modo Nori usa il suo personaggio per indicare se stesso**e il suo modo d’interpretare il mestiere di letterato. Stracciari ci racconta la sua vita di giornalista, l’incontro con Lidia*** , i suoi incontri con Baistrocchi al Ristobar sotto casa ribattezzato Tristobar, la sua passione per i suoni ma soprattutto per i silenzi che meticolosamente registrava dopo aver letto quello che faceva il protagonista di un racconto di Böll e di quando si chiamava Mezzadri ed era nato a Reggio Emilia… Undici treni sono indice di uno spazio e di un lasso di tempo che contiene questa storia binaria…
* Come la solitudine in ufficio dove il capo dice di andare per far squadra ma, in realtà, ci si ritrova ognuno muto alla propria scrivania delegando la comunicazione via mail.
** Perché non c’è niente da fare: leggi Nori e sogghigni. Erano un po’ di anni che non leggevo niente di suo ma ho rivissuto la stessa situazione di allora quando, immersa della lettura (avete presente quella situazione di estraniamento estatico?) sentivo una voce terrena risvegliarmi dicendomi: «cosa stai leggendo di così divertente?». Domanda, tra l’altro, difficilissima nella sua apparente semplicità. Vai a spiegare cosa ti fa sghignazzare: toni, accenti, immagini, un po’ l’insieme…
***” Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia? Cosa sei, una regione dell’Asia minore? Un regno dell’Età del ferro?. Così Stracciari, nel corso del racconto, si riferirà a lei chiamandola una volta regione dell’Asia minore, una volta Età del Ferro. Baiastrocchi aveva invece una moglie che chiamava Togliatti (in realtà, Emma ma studiava storia dell’Unione Sovietica,,,,) e la figlia Daguntaj (“Dacci un taglio”) memore delle notti in cui neonata non faceva altro che piangere.
Dite quel che volete, ma non che Paolo Nori ha una scrittura impersonale. Basta leggere un qualunque periodo di qualsiasi suo libro e lo si individua subito. Ripetizioni, proposizioni coordinate affastellate a raffica, subordinate accatastate. Al liceo, un tema fatto così (ma si chiamano ancora temi?) sarebbe da espulsione per oltraggio alla lingua italiana e all'insegnante. E anche sul contenuto ci sarebbe da ridire, qui non c'è una vera e propria trama ma soltanto un andirivieni di episodi e di pensieri. Opere davvero strane, quelle di Nori, e questa non fa eccezione. Ci vuole coraggio a scriverle e, anche, a pubblicarle. Ciò detto, se pensate a una stroncatura sbagliate di grosso. Quattro stelle se le merita tutte perché è un libro affascinante, nonostante sia un resoconto parlato di frammenti di vita quotidiana che, a spiegarlo, parrebbe di poco interesse. C'è qualcosa, in queste pagine apparentemente raffazzonate, che inchioda a leggere, ad affezionarsi al protagonista (che poi è il Nori stesso), a cercare, trovandole, battute, ironia, gioia, mestizia, malinconia e riflessioni dette e non dette che scavando, si celano dietro alle battute e al linguaggio scanzonato. Nel complesso è un libro che mette di buon umore, si sorride spesso e talvolta si ride, Giusto per darvi un'idea: io sono persona fin troppo contegnosa, è rarissimo che rida apertamente leggendo un libro o guardando un film (non prendetemi per un musone, rido sì, ma dentro). Nori è riuscito a strapparmi alcune sonore shignazzate (mia moglie è accorsa dubitando della mia salute mentale). Per me non è merito da poco. Ecco un passo:
Uno di questi repertori era a Andria, e uno di questi matti di Andria citava una cosa che era appena successa in quel periodo, che la maestra di un bambino che aveva scritto, in un tema, che un fiore era ‘petaloso’, aveva scritto all’Accademia della Crusca e aveva chiesto se quella parola lì poteva diventare una parola italiana e, in generale, se si poteva inventare una parola, e l’Accademia della Crusca gli aveva risposto e se n’era parlato molto, sopra ai giornali, e uno di quelli che avevano scritto il Repertorio dei matti di Andria aveva scritto: “C’era uno che non aveva digerito la questione del ‘petaloso’ e si era messo a insistere con l’Accademia della Crusca per il riconoscimento di ‘Inzivoso, zilloso e zaqquàro (da cui zaqquaròso)’ senza mai ricevere risposta. Poi un giorno gli ha scritto ‘Salve, ho una domanda per voi su una parola da me creata. Secondo voi si può usare l’aggettivo ‘porcodioso’ per descrivere una persona o una situazione stressante che induce a bestemmiare? Esempio: oggi mi sento porcodioso, ho avuto una giornata porcodiosa. Grazie mille per il lavoro che fate, vi seguo sempre’”.
Verso la fine degli anni 70 in certi ambienti della sinistra cosiddetta extraparlamentare si usava, quando si era rilassati e fra amici, un linguaggio misto tra il colto ed il colloquiale, volgarmente detto "cazzeggio". Ecco, Paolo Nori scrive i suoi libri come se fosse ancora in quegli anni, come se fossero ancora quei tempi, come se niente fosse successo dopo il rapimento Moro: invece di suscitare in me un bel "deja vu" di ricordi mi sembra una mera operazione commerciale, falsa ed opportunista. La cosa che ho trovato piu' piacevole di questo libro sono state le varie citazioni, sempre mirate: il resto sa di "l'ho gia' visto 'sto film, e piu' di una volta".
Qui Paolo Nori non scrive, parla. Anche un po' affannato e confuso, inventa parole, gioca col lessico, si arrampica sulla sintassi, racconta pensieri: sono i discorsi sconclusionati che uno fa fra sé e sé andando su e giù in treno per lavoro, intercalando pensieri seri, pensieri arguti e distrazioni, con lo sguardo perso fuori dal finestrino . Pensieri sul mondo, sulla gente, sulla propria vita e su un dolore, nascosto lì in un angolino, sul quale la mente scivola suo malgrado con ostinazione. Con ironia e con tenerezza. Strano libro, con due voci narranti molto diverse che ogni tanto si intersecano, note a pié di pagina che non stanno a pié di pagina, un minestrone di suoni, musica, Fedez, internet, libertà sessuale, dogon, riferimenti colti, pochi punti e molte virgole. Mi è piaciuto, questo Nori. Mi ha fatto più sorridere che ridere, ho trovato il protagonista più tenero che ironico, più voglia di coccolarlo che di ridere insieme. Non mi ha però fatto scattare l'innamoramento e la voglia di riempire il reader dei suoi testi: ha una scrittura troppo scombinata per reggerla a dosi massicce. Difficile però dimenticarlo.
PS: Pensandoci un po' più a freddo: non sono certa che sia "sincero". Provo a spiegarmi: il protagonista appare a momenti di una ingenuità disarmante, poi se ne esce con riferimenti coltissimi. Non so, questa cosa mi perplime. Chi vuole sembrare coltissimo? Il protagonista o Nori stesso? boh.
Un comico mica da niente questo Nori. Un comico molto affezionato ad altri comici sulle scene prima di lui, come Brodskij, Erofeev, Turgenev a altri di questo genere, che vengono citati spesso. Nori scrive in un italiano colloquiale, pieno di errori voluti, che da un lato può risultare irritante, ma dall'altro non si può negare che affascini o almeno spinga alla risata. Una parlata da italiano medio, anche se in realtà pieno di riferimenti colti, che rende partecipi, presenti quasi, a ciò che racconta, una vita appunto da persona qualsiasi, con i suoi (più o meno ridicoli) drammi relazionali e lavorativi. Niente di banale però: racconta un'umanità colorita, dei tipi, persone che guardano il mondo da prospettive oblique. Ed è questo modo di raccontare, aneddotico, unico, ciò che tiene incollati alla pagina, più della storia in sè, a mio avviso molto esigua se non quasi inesistente.
Tre stelle perchè, come afferma lo stesso Nori in un punto a proposito dei napoletani che per lavoro fanno i napoletani per i turisti, mi sembra che in questo libro Nori faccia Nori per i suoi lettori. Uguale a sè stesso come in alcuni lavori precedenti, solo più stanco e con meno verve.
"C'è del buono a Parma", mi verrebbe da dire parafrasando Shakespeare. Ho scoperto questo autore in occasione di una lettura di gruppo, non l'avrei letto in modo autonomo, vista la mia diffidenza verso gli autori italiani (son conscia che non è un atteggiamento corretto, un buon lettore non può, non deve avere pregiudizi; il fatto è che i miei più che pregiudizi, son dati di fatto, avendo accumulato tante delusioni; ma bisogna sempre lasciare aperto uno spiraglio, mi riprometto di farlo d'ora in poi). E la scoperta è stata piacevole. Stracciari, l'alter ego dello scrittore Baistrocchi, a sua volta alter ego dello stesso Nori - almeno questa è stata la mia sensazione - sembra vivere al di fuori del mondo, ma è vero esattamente il contrario. Acuto osservatore della realtà, attento nel cogliere i paradossi che la nostra società offre quotidianamente, con uno sguardo estraniato ed estraniante, ci fa sorridere, riflettere, ma anche intenerire. Racconta in presa diretta, con un linguaggio parlato che rende ancor più l'immediatezza (a lungo andare un po' "pesante"; se il libro fosse stato di più pagine, mi sarebbe venuto a noia, ma Nori è bravo a fermarsi al momento giusto, non si parla addosso) e più si inoltra nel suo vissuto, più la nostra risata si tinge di partecipazione, commozione a tratti. Siamo con Stracciari e con le sue remore, i suoi dispiaceri; facciamo il tifo per lui e per la storia con la regione dell'Asia Minore (leggete e capirete); infine siamo contenti, nel finale, per la piega che la sua vita sembra prendere. Be', io mi intratterrei molto volentieri a parlare con Stracciari nel Tristobar, davanti a un caffè, anche se non desiderassi un caffè perché ne ho bevuti fin troppi: vedere la vita attraverso i suoi occhi è un'esperienza che vale tutta la caffeina di questo mondo. P.S. Le stelle sarebbero 3 e mezzo.
Paolo Nori scrive più o meno sempre lo stesso libro: stesso stile, talvolta gli stessi temi, in questo caso anche gli stessi personaggi incontrati in altri suoi romanzi. Ciononostante, riesce sempre a infilarci dentro degli elementi che rendono l'opera degna di essere letta e apprezzata; e anche qui ci si diverte e si ride, zio campanaro.
Paolo Nori se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Una scrittura sgrammaticata e geniale, dalla quale traspare cristallina la cadenza parlata parmigiana; una trama strampalata (in realtà, come sempre nei libri di Nori, abbastanza diafana), e una godibilità assoluta. Suppongo Nori sia uno scrittore che o si ama o si odia. Io lo amo.