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Quelli che ami non muoiono

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Borges che conosce le persone attraverso le loro mani. Laura Betti che scrive a Tony Blair, Pier Vittorio Tondelli che guarda per l'ultima volta il mare della Grecia, Matt Dillon che telefona per curiosità, Franco Fortini che invece telefona alle sette del mattino. E poi Giulio Einaudi che mangia pollo con Nanni Moretti, Salman Rushdie rintanato dietro a una porta, Natalia Ginzburg che ha paura di parlare in pubblico, mentre Doris Lessing prende l'autobus per Monreale. E ancora, David Grossman che è circondato dai giocattoli dei figli, Brodskij che si rivolge ai gay durante la cerimonia del Nobel e Alberto Moravia che muore in un momento di distrazione. Ma anche l'antipatia di Agota Kristof, la dolce ruvidezza di Hanif Kureishi, lo sguardo smemorato di Bassani, la solitudine di Paul Bowles, i sussurri di Anita Desai. E la Roma del vento e dei poeti, Berlino e un Muro che cade insieme a molte granitiche certezze, New York e gli inquilini dei suoi buildings, Tangeri e il suo pessimo vino, Londra, swinging e abitata dagli squali. Personaggi, scenari, geografie reali e geografie degli affetti. Legami, passioni, litigi, separazioni, nuovi incontri. Con questa incursione nel nostro passato prossimo, negli anni in cui il mondo cambiava e la società letteraria d'antan volgeva al tramonto, Mario Fortunato mette di fronte a una verità semplice e assoluta: solo grazie alla scrittura, la memoria può diventare racconto e dare immortalità alle persone che abbiamo amato. Come in un romanzo.

388 pages, Paperback

First published September 1, 2008

17 people want to read

About the author

Mario Fortunato

44 books8 followers
Mario Fortunato è uno scrittore e giornalista italiano. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di Londra ed è opinionista della Süddeutsche Zeitung. Critico letterario, traduttore di autori come Maupassant, Virginia Woolf e Evelyn Waugh, ha pubblicato narrativa, saggi e memoir. Il suo ultimo romanzo è Sud (Bompiani, 2020).


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2,464 reviews2,438 followers
July 3, 2025
A VOLTE RITORNANO

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Purtroppo, la magia di Noi tre, il memoir di Mario Fortunato dedicato a Pier Vittorio Tondelli nel venticinquennale della sua scomparsa, all’amicizia e al suo durare al di là della separazione (morte), qui non si ripete.
Ho trovato due momenti belli, anche molto belli, i capitoli dedicati a Moravia e a Giulio Einaudi, l’editore che pubblicò il primo tentativo di narrativa di Mario Fortunato, una raccolta di racconti: questi sono due ritratti da ricordare.
Ma per lo più ho sentito venir fuori quanto in Noi tre era tenuto a bada, trapelava sì, ma rimaneva controllato, mitigato dal forte affetto, e soprattutto dal riferimento a uno scrittore unico come Tondelli, figura magica e speciale nel panorama nazionale: tra queste pagine c’è tanta aneddotica, spesso gratuita, tanto name dropping (che è sempre fastidioso, irritante), ricerca dell’eccentrico, ricorso al gratuito…

Qui, Fortunato trasmette poco, al di là della sua smania di mostrare quanti ne conosce, in che bei giri è inserito. Un po’ come se si sentisse un miracolato per essere arrivato da Cirò alla capitale e averne incontrati tanti. Un po’ come la barzelletta di quello che siccome sta ovunque, sempre vicino a gente famosa, dal papa al presidente, ci si domanda chi è quello che gli sta vicino, perché si riconosce lui, non il personaggio celebre. Un po’ come se fosse uno Zelig.

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Non posso non pensare a che ben altra intelligenza e profondità e conoscenza e ironia in pagine simili scritte da Arbasino.
Non posso non immaginare che Fortunato sarebbe (e forse è) un intervistatore di quelli che vogliono una telecamera fissa su di loro, e fanno domande più lunghe e complesse e smart delle risposte che stimolano.
Sì, questa volta c’è proprio troppo Mario, sembra quasi voglia illuminare i suoi ritratti di luce riflessa, quella che emana dallo stesso narratore.

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Il titolo è tratto da un verso di Iosif Brodskij, a significare che le persone che si sono amate non muoiono perché la scrittura ferma la memoria, e regala una forma di eternità.
Nell’intenzione di Fortunato, non dovrebbe trattarsi di saggio, ma di romanzo in cui i personaggi principali sono a loro volta scrittori e artisti – in cui, come sempre nel romanzo, l’humus principale è autobiografico.
A me non pare che sia così, i capitoli rimangono separati, come un collage di articoli di giornale/rivista, andare avanti o indietro, saltarne uno, non cambia il senso (e neppure il piacere) della lettura, ci sono ripetizioni proprio perché più che un’opera unica è una raccolta.

Ahimé, perfino il capitolo dedicato a Tondelli, che è Noi tre in nuce, risulta sbiadito, totalmente privo di quella magia.
Pagine che grondano nostalgia: ma, più che per la gente che non c’è più, per un mondo (culturale) che Fortunato sente cambiare, e sparire. Conseguenza dell’espansione del potere del (vile) denaro.

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