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Simone

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Una storia d'amore, unita alle strane vicende di un'invasione aliena, in cui gli uomini, ormai vecchi e sterili, sono rinchiusi in una sorta di Lager per essere studiati. Il romanzo si svolge seguendo due piani temporali distinti, quello in cui il protagonista racconta le sue vicissitudini amorose, e quello in cui i miseri resti dell'umanità vengono tenuti prigionieri. Nel finale si rivela che una generazione di uomini incapaci di vedere la realtà e di comprendere il vero significato delle cose vive in una prigione, da loro stessi immaginata, e crede che nulla esista più al di fuori di quella stessa prigione. La catastrofe che questi uomini hanno prodotto e assecondato è, in fondo, la loro propria catastrofe, mentre al di fuori del loro egocentrismo la vita continua, invisibile ai loro occhi. Questi uomini, la generazione che si è dibattuta tra guerre e rivoluzioni, che ha creduto di costruire un nuovo mondo, non hanno fatto altro che aggirarsi nel loro particolare inferno, incapaci di trovare una via di fuga.
Con l’aiuto dell’amore, sia quello carnale, sia la solidarietà universale, si riesce finalmente a liberarsi dalla prigione e a sopravvivere alla rivelazione della verità.

Hardcover

Published January 1, 1953

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About the author

Giani Stuparich

30 books3 followers
Scrittore italiano (Trieste 1891 - Roma 1961). Dopo aver partecipato, come il fratello Carlo, alla prima guerra mondiale, si dedicò all'attività letteraria attraverso diverse forme espressive, dal colloquio intimo, come in Colloqui con mio fratello (1925) al racconto, su tutti si ricorda L'isola (1942), ai saggi e ai libri di memorie, tra cui Ricordi istriani (1961).

VITA
Compiuti gli studî classici si trasferì a Firenze, dove collaborò alla Voce e nel 1915 si laureò in lettere; scoppiata la guerra, si arruolò volontario, insieme al fratello Carlo. Ferito e fatto prigioniero dagli Austriaci (1916), fu decorato con la medaglia d'oro. Fu per molti anni professore di liceo a Trieste.

OPERE
Stuparich, oltre che ai vociani, si riallaccia a quegli scrittori giuliani (Scipio Slataper, Carlo Michelstaedter, Italo Svevo) che hanno rappresentato con varietà e sottigliezza di analisi il contrasto romantico fra vita morale e vita dei sensi, fra volontà e istinto. Contrasto che in Stuparich si configura come vagheggiamento della donna e dell'amore quali mezzi di evasione dalla severità della legge morale, e, insieme, come nostalgia di questa legge, quale remora alle pericolose avventure del senso e del sentimento; trovando espressione in forme dapprima fra critiche e autobiografiche, di diario o di intimo colloquio (oltre a Colloqui con mio fratello, Scipio Slataper, 1922, n. ed. 1950, e Guerra del '15, 1931) e poi narrative (Racconti, 1929, n. ed. col tit. Notte sul porto, 1942; Donne nella vita di Stefano Premuda, 1932; Nuovi racconti, 1935; Ritorneranno, 1941; Simone, 1953 e L'isola).

Scrisse anche saggi (La nazione czeca, 1915), versi (Poesie. 1944-1947, 1955) e tra i libri di memorie Trieste nei miei ricordi (1948). Curò la pubblicazione degli scritti del fratello Carlo e di quelli di Scipio Slataper.

http://www.treccani.it/enciclopedia/g...

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Profile Image for Guido Mura.
Author 7 books4 followers
January 28, 2017
La prima cosa che si nota nel leggere il romanzo è la sua struttura temporale, costituita
da due piani cronologici che si alternano: un presente che è la vita nel reclusorio,
un passato che per il protagonista è soprattutto narrazione della sua passione per le
donne e in particolare per una donna, Maddalena.
È strano notare come il mondo di vecchi, di quasi morti, rappresentato dall’ospizio
di Stuparich, assomigli all’Occidente attuale, alla sua mancanza di prospettive e di
speranze d’innovazione. In questo forse anche Stuparich, come Svevo, finisce con
l’assumere una dimensione profetica.
Lo spazio chiuso descritto nel Simone fa certamente pensare ad altri esempi di universo
ristretto ed esclusivo, come l’ospizio in cui si ritrovano i clochard di Beckett o,
nella realta storica, ai campi di concentramento, di cui ebbe personale esperienza lo
stesso Stuparich.
Spesso la narrazione si accompagna, specie nei capitoli di flashback, a momenti di
lirismo prezioso e severo, quasi mai lezioso. Lo stile presenta qua e là qualche imperfezione,
segno di un editing probabilmente curato in maniera insufficiente. Evidente,
specie nel finale, la frequente presenza di elementi propri del livello emozionale del
discorso, in particolare l’uso del punto esclamativo, quasi a sottolineare le continue
emozioni che riserva a Simone la fine della vita. L’insistenza di elementi emozionali
non si banalizza, come in un feuilleton, nel giocare con la semplice violenza del
quotidiano, espressa in un linguaggio comune e condiviso, ma predilige stilemi del
discorso alto, caratterizzato da numerosi riferimenti biblici e da toni apocalittici. La
catastrofe descritta sembra apparentata alle grandi catastrofi bibliche, al diluvio e alle
distruzioni rappresentati nella Bibbia.
Simone è un romanzo ricco. A una straordinaria esuberanza di temi si accompagna la pienezza di uno stile che riassume tanti aspetti del Novecento, compresa l’eredita dannunziana, il gusto per la parola ricercata, che contamina tanti scrittori italiani. A questo si accompagna il complesso della provenienza ibrida, proprio
degli scrittori di frontiera; ma molte erano le frontiere, anche interne, intorno
alla meta del Novecento. Scrittori come Landolfi avevano nel loro bagaglio lessicale
conoscenze regionali che li spingevano a fiorentinizzare (e nel caso dello scrittore di
Pico ad arcaizzare) il loro eloquio, anche se l’arcaismo era orgogliosamente rivendicato
come un valore della loro parlata provinciale.
Simone è ricco, non solo sul piano della forma, ma anche su quello dei
contenuti. Si presenta come un romanzo d’amore, dai toni lirici, postromantici, talvolta debordanti,
inusuali in un romanziere proveniente da una letteratura, quella triestino-giuliana,
che aveva fatto del senso della misura una delle proprie cifre distintive.
Ma la vicenda amorosa s’inserisce in un quadro fantastico, addirittura fantascientifico,
che racconta la storia dei superstiti di una straordinaria catastrofe, in cui una
razza aliena distrugge la civilta umana, conservando in una sorta di campo di concentramento
solamente alcuni campioni di umanita, di età avanzata, probabilmente per studiarli.
Sarà forse proprio l’insistere su questo secondo aspetto, insieme agghiacciante e
chimerico, che Stuparich cerca in ogni modo di amalgamare al primo, a manifestare
la sostanziale disarmonia del romanzo, che soffre per l’accostamento di elementi
fantastici e realistici, di pezzi di storia e biografia che hanno difficolta a fondersi in
una narrazione credibile e accessibile a un pubblico, come quello italiano, abituato a
distinguere nettamente il fantastico dal reale e ad apprezzare soprattutto il racconto
storico e realistico.
Ma vediamo come la catastrofe proceda, lenta e inesorabile, tra i vecchi campioni
dell’umanita che sta per dissolversi. La fine arriva per incapacità di rigenerarsi, per l’impossibilita di creare, a partire dal museo dei vecchi ricoverati-concentrati, nuova vita.
In fondo a tutto questo c’è la consapevolezza che la fine ha origine in noi stessi.
Ed ecco che dal nulla emerge, con immediatezza, la parola Dio.
Siamo di fronte a un grande tentativo, quello di risolvere l’approdo nichilistico
della cultura del secondo Ottocento e del primo Novecento, quello di recuperare un
valore che giustifichi il nostro esistere e il nostro mondo.
A poco vale il lamento finale dell’uomo : «This is the way the world ends / Not with a
bang but a whimper».
Così scriveva Eliot, comprendendo che spesso nell’uomo non c’è nessuna grandezza
(non ci sarà l’esplosione immaginata da Svevo, ma un misero piagnucolio) e che la
pochezza del nostro universo forse dipende, in definitiva, dalla mediocrita del nostro
potere di enunciazione.
Stuparich sembra procedere e fare un passo ulteriore. Gli uomini concepiscono, ed
enunciano, quello che vedono e in questo consiste il limite della loro prigionia, ma
al di là della loro ristretta visuale esistono valori e idee che non sono più in grado di
comprendere.
Forse proprio questo è il senso del finale di Simone. Una generazione di uomini incapaci
di vedere la realta e di comprendere il vero significato delle cose vive in una prigione,
da loro stessi immaginata, e crede che nulla esista più al di fuori di quella stessa
prigione. La catastrofe che hanno prodotto e assecondato è, in fondo, la loro propria
catastrofe, mentre al di fuori del loro egocentrismo la vita continua, invisibile ai loro
occhi. Questi uomini, la generazione che si è dibattuta tra guerre e rivoluzioni, che
ha creduto di costruire un nuovo mondo, non hanno fatto altro che aggirarsi nel loro
particolare inferno, incapaci di trovare una via di fuga. Nemmeno l’immaginazione
creatrice, quella del vagabondo delle stelle, che consente di costruire vite alternative,
è concessa a questi hollow men.
Con l’aiuto dell’amore, sia quello carnale per Maddo, ma anche la solidarietà
universale, rappresentata da Bernardo, si riesce finalmente a liberarsi dalla prigione e
a sopravvivere alla rivelazione della verità.
Simone è quindi, soprattutto, un grande romanzo sull’amore, amore umano e insieme
universale.
La figura di Maddalena, oggetto principale dell’amore terreno di Simone, appare
centrale e dominante nell’economia della narrazione.
L’amore infine è misteriosamente cio che rimane, dopo il crollo di ogni certezza
L’alterità del potere rispetto all’amore fa pensare al mondo utopico di Orwell, in
cui l’amore nella sua dimensione sessuale deve essere necessariamente sostituito
dall’amore, non piu fisico, per il capo, il pensiero totalitario, le strutture di potere. La
differenza consiste nella separazione dei due campi, l’amore e il potere, da parte di
Stuparich; mentre Orwell li mescola in un incubo totalitario, in cui non può essere accettato
alcun pensiero diverso, in cui non si può sviluppare alcuna passione al di fuori
del potere. Nel Simone, il potere si caratterizza come pensiero esterno o come struttura
aliena, che studia il mondo dell’amore come un’anomalia, un modo di essere del
passato, caratteristici di una generazione e di una civilta che stanno per scomparire. Il
mondo nuovo non ha bisogno dell’amore, non sa che farsene, non riesce nemmeno
a concepirne l’esistenza.
Per tornare alla struttura, se all’inizio si avvicendano, ordinatamente, capitoli dedicati
alla storia successiva alla catastrofe, ambientati in una sorta di Lager, e altri dedicati
ai flashback, nei quali si racconta la storia dell’amore tra Simone e Maddalena,
piano piano questo rigore costruttivo si allenta e le due vicende, i due piani temporali,
si confondono, così che nello stesso capitolo cominciano a sfumare l’uno nell’altro.
In questo modo il ritmo narrativo, prima lento e ordinato, comincia a diventare più
ondivago e concitato, in attesa del dinamico, ma rasserenante, finale.
Altro aspetto caratteristico della narrazione, nel romanzo di Stuparich, sono i personaggi,
spesso definiti in maniera impersonale, con un nome comune, che li qualifica
attraverso la loro attività o una delle loro caratteristiche, secondo un’abitudine che
si era affermata in letteratura, basti pensare ai Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello
o al teatro di Rosso di San Secondo, o ancora alle figure anonime di racconti
come Nella colonia penale, di Kafka.
Certamente il più chiaramente identificabile, tra queste maschere o marionette, è
il ‘poeta’, in cui si rispecchia con evidenza la figura di Umberto Saba.
La rappresentazione della fine di Saba e della sua poesia ci mostra come il nichilismo,
che viene cosi decisamente rifiutato, continui peraltro a incombere su ogni
azione terrena. Siamo distanti persino dal disperato tentativo di salvataggio in forma
orale della cultura, espresso in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
Anche l’azione umana piu pura, come può essere la ricerca della perfezione poetica,
è destinata a soccombere, sepolta dall’indifferenza della vita, che non ammette
l’esistenza di una qualsiasi forma d’immortalita. Tutto quello che è produzione umana,
sia pure la piu raffinata espressione artistica, scompare in un nuovo nulla, da cui
si salva solamente il rapporto d’amore con Dio.
Siamo al vanitas vanitatum, interpretato nella sua forma nichilistica come ≪ l’infinita
vanità del tutto≫ o, nel senso già proposto dall’ Imitatio Christi, come vanità di tutto
ciò che è umano, facendo eccezione, naturalmente, per quel che riguarda l’amore
e l’ubbidienza verso Dio : ≪praeter amare Deum et illi soli servire». La consapevolezza della miseria, o della sostanziale inadeguatezza dell’opera letteraria rispetto a un ideale di perfezione, è spesso occasione di rifiuto da parte degli scrittori, che condannano alla distruzione la propria opera o parti di essa. Basti pensare
a Kafka o a Gogol’.
Per nostra fortuna, questi tentativi di cancellazione di lavori letterari spesso pregevoli
non sempre hanno avuto successo e tali opere continuano ad arricchire la nostra
conoscenza, e lo faranno almeno fino alla prossima catastrofe.
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