Qualche anno fa mi trovavo a una tavolata a base di pizza.
Tavolata piacevole anche per la compagnia, e con questa compagnia a un certo punto si cominciò un gioco, quello di mettere in ridicolo i luoghi comuni, le frasi vuote, le falsità trite accettate per vere dalle masse, dai media, dalla politica. Ed ecco che io, tra l'una e l'altra, proposi la frase: "In Italia in prigione non ci va più nessuno". Dopo un attimo di silenzio, come se al tavolo si fosse presentato un ospite incongruo e inatteso, i miei commensali, uno dopo l'altro, ribatterono: "Be', questo è vero".
E invece no. Le cose stanno proprio diversamente.
Basterebbe un'occhiata ai numeri, che parlano di un costante aumento della popolazione carceraria negli ultimi trenta-quarant'anni, per smentire il luogo comune. Se nessuno va più in prigione, come mai queste sono sempre più piene?
Lo scopo del libro del francese Fassin non è quello di sbufalare il luogo comune secondo cui la giustizia si starebbe rammollendo, i giudici, a parte pochi coraggiosi, si sarebbero fatti tutti "buonisti" e arrendevoli, la politica idem (ovviamente per interesse), i delinquenti spadroneggerebbero nelle strade e la criminalità sarebbe in costante aumento ("ai miei tempi, invece, si poteva uscire lasciando la porta aperta!"). O meglio, il libro riposa sulla smentita di questo senso comune, che non ha riscontro nella realtà dei fatti.
In poche pagine l'autore smentisce il senso comune riportando i dati nudi e crudi, e soprattutto verificabili: da decennî i reati, specialmente quelli violenti, sono in calo; ma al contempo quel che cresce, a ritmi di raddoppio se non di più, è proprio la popolazione carceraria; e aumentano anche le fattispecie: nuovi reati vengono individuati (o inventati), e la punizione sempre più spesso è la prigione, non altro; infine, le pene tendono a farsi più lunghe e più severe. L'esatto contrario del luogo comune. L'epicentro del fenomeno, partito negli anni Settanta, sono gli Stati Uniti, a oggi il paese con la più grande popolazione carceraria al Mondo, ma l'Europa, pur con variazioni e con minor ferocia, ha seguito l'esempio a partire dagli anni Novanta. L'esatto contrario di ciò che ritiene la maggior parte della popolazione, drogata da un'informazione e una politica che, per anni, hanno cavalcato ogni possibile allarme mediatico, a cui hanno proposto sempre la stessa soluzione: nuove pene, pene più dure, più prigione. La tendenza, va notato, è trasversale: dalla sinistra alla destra, con pochissime eccezioni, l'adesione al paradigma carcerario è totale, l'idea che ogni problema sia un problema di ordine pubblico è universale.
Ma queste sono solo le premesse del libro, che in realtà è un'esplorazione fatta con gli strumenti dell'etnografia, della sociologia, della riflessione giuridica e di quella filosofica, in un ambiente ancora poco percorso, per lo meno al di fuori degli àmbiti specialistici.
L'autore ha frequentato per anni carceri, tribunali e strade per mettere alla prova quelli che sono i presupposti dei dispositivi con cui vengono puniti i comportamenti ritenuti devianti. Le sue domande sono: cosa significa punire? perché si punisce? chi viene punito?
E in questo viaggio, denso ma breve (il libro misura meno di duecento pagine), emerge un fortissimo scollamento sta le alate teorizzazioni giuridiche e filosofiche sulla giustizia e giustezza della punizione e una realtà brutale fatta di abusi, soprusi e arbitrî, a partire dal lavoro sul campo delle forze dell'ordine sino a quelli che avvengono nei tribunali e, in seguito, all'interno delle prigioni.
Il libro si concentra soprattutto sulla Francia e, più marginalmente, sul caso paradigmatico degli Stati Uniti.
Ma anche in Italia abbiamo avuti degli scorci del problema, coi casi Cucchi e Aldrovandi o, più di recente, dei carabinieri di Piacenza. C'è da domandarsi quanto siano punte di un iceberg, quanto l'indignazione che hanno suscitato questi casi sarà presto spenta e sommersa da una più intensa indignazione per i soliti casi di cronaca nera che porteranno a dare ancor più poteri punitivi proprio a forze dell'ordine, ai tribunali e all'apparato carcerario.
Nell'ultimo capitolo, "Chi viene punito?" il libro riannoda i fili che ha dipanato, dimostrando (ma ce n'era davvero ancora bisogno?) il carattere classista, razzista e in genere discriminatorio degli apparati repressivi: sono le fasce marginali della società, le minoranze razziali, gli esclusi dai processi produttivi, i più poveri, i meno istruiti quelli che hanno il maggior rischio di farsi ingoiare dalle ganasce dei tribunali e, in seguito, della prigione, entrando in un circolo vizioso penale da cui risulta sempre più difficile uscire.
È cosa questa, che dovrebbero tenere bene a mente anche quanti, per posizione politica o altro, vorrebbero porsi dalla parte "degli ultimi", ma poi finiscono per caldeggiare misure punitive nuove o sempre più aspre per mostri reali o inventati dal sistema politico-mediatico.
Il libro è del 2017, la questione è in tumultuoso sviluppo, e per questo non può cogliere le novità che si sono create negli ultimi anni.
Personalmente in esse colgo delle luci e delle ombre.
La buona notizia è che, negli anni più recenti, la guerra alle droghe sta finendo: e questo, curiosamente avviene proprio negli Stati Uniti, che ne sono stati l'epicentro. La guerra alle droghe è ancora uno dei principali motori dell'overdose carceraria che ha coinvolto gran parte dell'intero globo, Italia compresa. Dapprima con una serie di referendum locali, ora (sono notizie di questi giorni) con leggi a livello federale, negli Stati Uniti la droga leggera per eccellenza, la cannabis, sta venendo decriminalizzata rendendone legale la commercializzazione. È ora che la questione delle droghe sia affrontata, quando lo è, come un problema sanitario e non come un problema di ordine pubblico, seguendo il buon esempio dato già in tempi non sospetti da alcuni paesi europei (penso a Paesi Bassi o Portogallo). La fine della guerra alle droghe consentirà di sfoltire in maniera indolore e razionale prigioni sovraffollate, di risanare bilanci statali e di ridurre la violenza dentro le carceri.
La cattiva notizia è un fenomeno, anch'esso curioso, anch'esso con epicentro gli Stati Uniti (molto meno marcato in Europa) che prende il nome di cancel culture (cultura della cancellazione). Ovvero la tendenza a procedere contro chi viene ritenuto (o ritenuta) responsabile di una qualche trasgressione, grave o lieve che sia (in alcuni casi basta anche aver detto una frase "sbagliata"), tramite l'esclusione dalla vita pubblica, il boicottaggio, se non direttamente la persecuzione tramite i copiosi strumenti dati dall'interazione informatica. Ritengo che il fenomeno sia il frutto di decennî di screditamento mediatico e politico proprio dell'operato della giustizia ordinaria, quella dei tribunali, percepiti ormai come lenti, farraginosi, troppo arrendevoli di fronte a colpevoli ritenuti previamente come tali e incapaci di redenzione. Per dirla in altri termini: a cosa serve aspettare anni e anni per una sentenza (che magari sarà di assoluzione) quando si possono comminare entrambe in pochi giorni tramite twitter insieme a orde di proprî simili ferocemente indignati contro i (reali o presunti) colpevoli di turno? Si tratta di una forma di vigilantismo spontaneo in cui le azioni dei singoli (magari persino benintenzionati: chi non vorrebbe punire un cattivo o anche solo levare la propria voce contro un torto?) si assommano a formare un effetto valanga che può portare conseguenze distruttive per chi, di volta in volta, lo subisce (per quanto poco pubblicizzati ci sono stati anche casi di suicidio). La cultura della cancellazione, che trovo possa benissimo essere assimilata a una forma di fanatico squadrismo digitale, attualmente è quella che pone le maggiori sfide ai principî fondanti lo stato di diritto, quali la presunzione di innocenza o il giusto processo. Personalmente, ora come ora, non riesco a immaginare soluzioni possibili, anche se già notare delle differenze tra Stati Uniti ed Europa dimostra come ci sia una componente culturale in gioco. Ma forse qualcuno, un giorno, scriverà un buon libro anche al riguardo.