La critica più spietata, shockata e tradita al lancio di Rimini, non ha esitato a definirlo un prodotto commerciale, scivolata forse inevitabile di uno scrittore fuori dal coro in cerca di un pubblico più vasto.
Letto anch'io Rimini, trovo difficile smentire la scomunica della critica, perché ho trovato un Tondelli travestito, imborghesito, commerciale, e che pure, ogni tanto, fa uscire fuori allo scoperto, tra le righe, il suo vero volto.
Ma Tondelli è Tondelli, e verrebbe da pensare a un'operazione altamente subdola, di un genio sottile, quasi evanescente, come se Rimini fosse l'azzeccato compromesso tra il bisogno di un riconoscimento di massa e una ben celata presa per i fondelli. Rimini romanzo-parodia? Chissà. Certo è che Tondelli, nel costruire un romanzo che fa tanto anni Ottanta, ha dato il meglio nell'aver dato il peggio di sé. Che forse è quello che chiede il largo pubblico provincialotto italiano. Un romanzo pessimo, che però venda oltre centomila copie. Il piacere del brutto all'italiana. Il mondo rovesciato della Riviera e l'inversa morale: parlare male di Riviera e di Rimini, dei suoi frequentatori, fuggire via, e poi, a libro concluso, pensare: però, che bel viaggio, quasi quasi lo rifarei.
Smettiamola ora di fantasticare sulle intenzioni ignote di un autore e vediamo il testo: uno stile realistico, insensibile e indifferente, per un intreccio male assortito di vicende sullo sfondo della Riviera. Una punta di denuncia sociale, con l'ipocrisia a buon mercato di una terra Rossa per tradizione e votata al dio Pluto di fatto; una punta di inquietudine italiana, con il protagonista allo sbando tra arrivismo, ambizione e onestà intellettuale; una punta di mistero e il gioco è fatto. Un piatto gustoso per l'italiano medio, ma non per chi, come il sottoscritto, ha amato Tondelli nelle pagine che hanno il sapore del vomito sull'asfalto. Personaggi abbozzati, caricaturali, puramente funzionali, intreccio scontato, finale più che scontato e indigesto, per non parlare della pessima coesione tra le diverse storie. Se la brevissima vicenda di Bruno May, candidato a un premio letterario (ma quanto piacciono i premi e i concorsi agli italiani?), è una vaga anticipazione di quel che sarà Camere separate, la storia della tedesca è del tutto inappetibile, fuori luogo, sconnessa completamente da quel che è il tono e lo stile del filone principale del romanzo.
Un romanzo strano, Rimini. Un esperimento che si autosabota, e forse proprio in questo sta il suo genio.