Lei ha tre anni e si emoziona ascoltando storie di cavalieri, re, regine e principeffe. Lui ha quarant’anni, è suo padre e si emoziona solo a guardarla. Lei è coraggiosa, vuole conoscere il mondo e non ha paura di niente; lui non trova un lavoro stabile e ha paura di tutto. La sua passione e il suo oggetto di studio è il Don Chisciotte: nelle trame del capolavoro più rivoluzionario di ogni tempo rilegge la propria vita, scoprendosi non cavaliere intrepido ma scudiero devoto, combattuto tra l’adorazione e il buon senso, tra la sublime incoscienza della sua bambina e l’impulso di proteggerla. Alessandro Garigliano ci consegna un romanzo che è una dichiarazione d’amore per la letteratura, per la vertigine eversiva, illimitata e imprescindibile della fantasia. E togliendo la maschera alla finzione inventa le parole del suo mondo, riannoda i fili del futuro e riesce a dare un nuovo senso all’essere padre.
Questo libro è per chi viaggia in moto al posto del passeggero, occhi chiusi e una guancia appoggiata alla schiena del cavaliere, per chi si ostina a cercare uno zoo dalla porta rosa e per chi, come Clark Kent, è riuscito a camuffare la propria identità dietro un paio di occhiali da nerd.
Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.
Abbiamo il saggio sul Don Chisciotte, con l'autore che ne ripercorre la trama analizzando alcune scene, contestualizzandole e rievocando la figura di Cervantes. Molto bella, questa parte, non mi sarebbe dispiaciuto francamente un libro interamente su questo argomento (ma con questo "stile").
Poi abbiamo il testo più emotivo e personale, la storia dell'autore e di sua figlia. Il loro rapporto, il rapporto con la moglie, la nascita della bimba. Carino, anche se spesso il comportamento del padre risulta quasi inquietante.
Infine, purtroppo, c'è l'unione delle due storie. C'è l'autore che racconta il Don Chisciotte alla figlia, che fa parallelismi tra lei e il cavaliere o Dulcinea, tra sé e Sancio, tra la moglie e Chisciotte e Sancio. Parallelismi che a volte sono quasi calzanti, altre sono forzati, spesso sono comunque abbastanza dubbi.
Insomma, a spezzoni è un libro molto interessante, ma come testo nella sua interezza mi ha lasciato alquanto perplesso.
“Mia figlia, don Chisciotte”, o come sfidare il quotidiano con la fantasia.
Quando sento nominare don Chisciotte a me batte subito forte il cuore, si aprono porte che la realtà sottrae alla vista ma non alla mente. Tutto è ciò che è e non ciò che un istante prima era. Questo libro è arrivato come dono inaspettato. Regalo prezioso e gesto d’affetto di un cuore sensibile. L’ho guardato a lungo, affascinata e dubbiosa. Lì dentro c’era il mio don Chisciotte. E se l’autore l’avesse trattato senza rispetto o senza amore? Poi ho aperto il libro e ho iniziato il viaggio. Viaggio chisciottesco bello e coraggioso. Viaggio lungo la linea di confine tra il reale e il fantastico, con deviazioni ora qua ora là. A condurre è lei, tre anni, principeffa don Chisciotte. Lui, quarantenne Sancio Panza segue, agghindato da docente universitario per mascherare la sua precarietà. Figlia e padre. E il mondo attraverso i loro occhi. Viaggio d’amore per la vita, per la letteratura, per don Chisciotte e il suo scudiero. Viaggio folle e sapiente, dove le figure romanzesche servono a introdurre riflessioni alte sulla genitorialità, sul rapporto fra bambino e adulto. Viaggio carico d’amore, di tenerezza, di paure e incertezze. Quando la principeffa don Chisciotte osa, il saggio Sancio trema e prova a contenere. Quando la principeffa don Chisciotte chiede, papà Sancio cerca di esaudire. E è fuor di dubbio che se là si trovano i Giganti, qua c’è uno zoo con la porta rosa e pesci invisibili.
Come scrissi a don Chisciotte (la creatura di Cervantes) dopo la rilettura: Ridano pure gli stolti. Continuino a ravvisare mulini a vento al posto dei giganti. Viviamo folli finché possiamo, ché a morir savi siam sempre a tempo.
P.S. Ale, non spargiamo troppo la voce sulla principeffa in groppa a Brummante. Lo dico solo a te, faceva così anche mio padre con me trienne. Solo che il suo Brummante era primitivo rispetto al tuo. Mi faceva sistemare davanti, sulla “gobba” di scorta.
P.P.S. Nasciamo don Chisciotte e ce ne andiamo Sancio Panza. Forse è giusto così, per permettere ai nuovi don Chisciotte di stupirsi e stupirci. Ma è bello, quando possibile, tornare fanciulli, smettere il ruolo di Sancio e riabbracciare quello di Chisciotte. Non smettiamo d’essere bambini. almeno un poco.
Un libro particolarissimo e originale che concerta saggio e racconto attraverso una prosa colta e precisa, ricca e piacevolmente aulica. Tributo e approfondimento del "Don Chisciotte" di Cervantes, che se non avete letto correrete a leggere e se avete letto desidererete rileggere, portato avanti con freschezza e singolarità (il che non è affatto semplice dopo gli innumerevoli saggi, commenti e approfondimenti già scritti in proposito) e intrecciato, o meglio fuso, alle vicende tenerissime del padre e della figlia treenne, protagonisti del racconto. Un esempio, molto ben riuscito, di come una passione possa trasformarsi in Bellezza.
Mia figlia, don Chisciotte Alessandro Garigliano Editore: NNEditore Pag: 234 Voto: 4/5
La rivisitazione del mito letterario di Don Chisciotte operata in questo libro è efficace, tenera, mai banale: Garigliano non cade nella tentazione di fare di Don Chisciotte un qualsiasi sognatore punito dalla crudezza del mondo; al contrario, fa indossare la sua sgangherata armatura ad una bambina di tre anni che, poco alla volta, rivela al padre un inedito valore della storia dell'hidalgo spagnolo, facendogli avvertire, di conseguenza, un'inaspettata sintonia con Sancio Panza. Mia figlia, don Chisciotte è una professione di fede nella letteratura, nel suo potere di trasfigurare la realtà e di tradurla in un sistema a misura del nostro essere e dei nostri affetti. http://athenaenoctua2013.blogspot.it/...
Le parti riguardanti Don Chisciotte sono molto interessanti, si percepisce l'amore che l'autore prova per il romanzo e di conseguenza l'analisi che propone è dettagliata e profonda. Le parti riguardanti la figlia sono tenere e dolci anche se a tratti ho trovato il comportamento del padre un po' troppo morboso per i miei gusti. Il problema risiede nell'aver voluto mettere insieme queste due parti in un'unica opera che non è né un saggio né un romanzo (e nemmeno un'autobiografia) rendendola un ibrido che non riesce a soddisfare il lettore in nessuna maniera.
Due premesse sono doverose e forse legate tra loro: 1. Non ho mai sopportato la figura di Don Chisciotte e mi sono sempre rifiutata di leggerlo 2. Sono ammalata di concretezza e realismo. Poteva piacermi un libro che parla di Don Chisciotte? L'ho trovato a volte noioso e ho faticato a finirlo per disinteresse verso il cavaliere dalla triste figura. Attenzione! È un libro ben scritto ed è un libro denso di letteratura, un libro sull'amore per i libri (anche Cervantes del resto... ) e verso la natura umana, verso i figli naturalmente. Alessandro Garigliano è colto, appassionato studioso, profondo conoscitore di Cervantes, ed è un padre amorevole. Mi piace il suo accostarsi al fedele scudiero, il senso di protezione che Sancio ha verso il bambino/ Cavaliere errante. Mi piace la cura e il desiderio di far atterrare il più tardi possibile la figlia alla realtà. Sogna bambina, inventa storie e gioca con me. Questa resistenza umana attraverso la letteratura è necessaria, ci serve per non abbandonarci ad una morte per malinconia o stanchezza. Forse potrà consolare anche i nostri figli dal dolore che la vita offrirà loro. La voglia di leggere Il Don Chisciotte non mi è venuta, ma Alessandro lo sento vicino, perché come tutti noi genitori vive nel guado tra la necessaria concretezza e il bisogno di immaginare un mondo diverso. E poi, l'amore per i libri, sempre e comunque, salvifico.