Si tratta di un dialogo ricco di riflessioni linguistiche che, sia pure eterogenee e peregrine, risultano interessanti. I discorsi appassionati e aneddotici dello scrittore Camilleri e le disamine precise e documentate del linguista De Mauro trovano talvolta dei punti di accordo: la polemica sulla lingua artificiosa e inamidata, la lotta ai prestiti non necessari da altre lingue, l'espressività e la parziale intraducibilità del dialetto, l'uso di un lessico vivo e concreto.
Questo piccolo libro propone delle domande complesse degne di menzione. Ad esempio, i dialoganti si interrogano sulle caratteristiche della corretta recitazione di un testo poetico o teatrale: è necessario conoscere bene il testo per trasmetterlo efficacemente al lettore o allo spettatore? La risposta sembra tendere al sì, anche se Camilleri riporta un aneddoto che parzialmente la contraddice.
Insomma, non è un trattato sistematico ma una conversazione piacevole ed erudita, densa di articolati riferimenti culturali, storici e bibliografici che meritano di essere approfonditi, a partire dalle citazioni d'autore che introducono ogni capitolo. A questo proposito, mi sarebbe piaciuto che il libretto fosse corredato di una prefazione per spiegare brevemente le circostanze e le ragioni delle scelte editoriali. Senza un'introduzione di carattere critico, rimangono senza risposta alcune questioni: com'è nato il libretto? Quali sono stati i criteri di selezione dei dialoghi? Perché è stato scelto un titolo che si riallaccia soltanto all'ultimo capitolo, dedicato al dialetto?