Trevi, con questo scritto, dimostra di essere un uomo che non ha nulla da dire sulla letteratura, ma che rivendica questo suo silenzio come profondità.
E' vero, gran parte della filosofia novecentesca ha sottolineato il rapporto tra silenzio, morte, inesprimibile, ineffabile e poesia: ciononostante, la poesia, in quanto atto produttivo, ha cercato di lottare per dare forma a questo elementi. Altrimenti, si sarebbe zittita e una forma d'arte che fa uso della parola, se si zittisce, semplicemente non è. Purtroppo, molti di questi pensieri sono stati travisati, facendo credere che il non pensiero del silenzio fosse profondità. Ma, in letteratura, il silenzio funziona solo come contorno della parola: penso allo spazio bianco intorno alla parola ungarettiana, che anziché zittire fa rimbombare la singola parola. Il silenzio serve solo per far ascoltare meglio la parola detta, per farne risaltare il significato senza il rumore di sottofondo che tutto distorce.
Trevi critica la semiologia, denigrandola perché non riesce a cogliere quella "magia" che si trova in ogni letteratura. Ma la "magia" non esiste e la letteratura è una tecnica possente che può essere padroneggiata, con effetti sorprendenti. In Trevi c'è tutta la paura di chi non vuole padroneggiare lo strumento, perché così facendo scopre che lo strumento è fatto di carne e sangue: la materia della parola contraddice la visione dell'arte in quanto spirito.
Trevi getta il lettore in uno stato contemplativo, costretto a ripetere, come se fosse impossessato, la voce dell'autore. La lettura è un modo per rivendicare una propria capacità di pensiero: la parola altrui innesca la nostra soggettività e la spinge a pensare, anche oltre la parola dell'autore stesso. Ma Trevi, invece, vede in ciò una deriva narcisistica. Eppure, a parer mio, il suo atteggiamento annienta il lettore, rendendolo suddito. Non a caso, alla fine del testo, c'è una deriva misticheggiante, poco chiara, di uno scrittore che rievoca il Cristo senza avere fede - parole di Trevi. Il Cristo e il Comunismo rievocati insieme, in maniera un po' a caso, simboleggianti - molto ingenuamente - un non meglio precisato senso di comunione con il mondo e l'altro.
Per Trevi l'unica vera colpa è l'orgoglio e il narcisismo: pensiero condivisibile, se non lo portasse alle estreme conseguenze. Per non essere orgogliosi bisogna annichilirsi, diventare schiavi di una letteratura che diventa puro sentire, senza essere più forza promotrice di pensiero. Una visione mistica della letteratura, che la getta nella totale inutilità e incomprensibilità. L'uomo, invece, dovrebbe abbracciare la letteratura e farla propria, padroneggiandola nella sua materialità strutturale e non subirla.
Purtroppo, è uno di quei testi che, ultimamente, fa presa sul lettore comune: difende un certo "sentimentalismo" (ma cos'è il sentimento? cosa sarà mai questa magia?) a discapito del pensiero, cioè della possibilità di dire la letteratura e di poterne parlare. La letteratura senza la lettera non è più tale: il silenzio è semplicemente quel punto in cui la letteratura cessa di essere.