Il popolo raccontato da chi lo odia
L’edizione UTET nella quale ho letto Germinie Lacerteux - oggi praticamente introvabile, benché edita nel non lontanissimo 2009 – riporta la prefazione alla prima edizione del romanzo. Il breve testo è di estrema importanza letteraria, in quanto considerato il primo manifesto del naturalismo, così come Germinie Lacerteux è in genere considerato il primo romanzo compiutamente naturalista. In realtà quattro anni prima un’altra opera dei due fratelli, Sœur Philomène, storia del tragico amore tra una suora e un giovane medico in un’ospedale parigino, presenta tratti paleonaturalistici: anche se il romanzo pecca di un tono melodrammatico, l’ambientazione era sicuramente innovativa e per poter rendere realisticamente le atmosfere di un nosocomio i due fratelli avevano chiesto ed ottenuto di poter frequentare a lungo l’ospedale de la Charité di Parigi.
Ecco cosa scrivono i Goncourt nella prefazione a Germinie Lacerteux.
”Dobbiamo chiedere scusa ai lettori per il libro che offriamo e avvertirli di ciò che vi troveranno.
Il pubblico ama i romanzi falsi: questo è un romanzo vero. […] Quello che sta per leggere è un’opera severa e pura. Che non si aspetti di trovarci una fotografia scollacciata del piacere: noi proponiamo un’analisi clinica dell’amore. […] Dato che viviamo nel XIX secolo, in un’epoca di suffragio universale, democrazia, liberalismo, ci siamo chiesti se le cosiddette «classi inferiori» non avessero diritto al Romanzo; se questo mondo al di sotto del mondo, il popolo, dovesse continuare a subire l’interdetto letterario e il disprezzo di autori che sinora non hanno mai parlato dell’anima e del cuore che può avere. […] Oggi che il Romanzo cresce e si espande, che incomincia ad essere la grande forma appassionata e viva di studio letterario e d’indagine sociale; che, grazie all’analisi e alla ricerca psicologica, diventa la Storia morale contemporanea; oggi, che si è imposto gli studi e i doveri propri della Scienza, oggi, il Romanzo può rivendicarne la libertà e le franchigie. Ricerchi pertanto l’Arte e la Verità; mostri miserie tali da imporsi all’attenzione dei benestanti di Parigi; […] la sofferenza umana, presente e vivissima, che insegna la carità”.
Da queste parole emergono in particolare due elementi, che costituiranno i fondamenti del naturalismo in letteratura come più tardi teorizzato da Émile Zola. La prima è la concezione del Romanzo come forma particolare di indagine sociale; la seconda è che il suo obiettivo deve essere la ricerca della Verità. Da questi assunti discendono sia la necessità dell’impersonalità del narratore, che si limita ad osservare e riportare, sia pure in forma artistica, ciò che vede, sia il fatto che l’oggetto delle sue osservazioni, e quindi del Romanzo, deve essere anche il popolo, sino ad allora escluso dalla narrazione artistica. Altro elemento, che come vedremo costituisce l’asse portante di Germinie Lacerteux, è il fatto che l’osservazione del popolo avviene comunque dall’esterno, dall’alto, a beneficio dei benestanti di Parigi, per insegnar loro la carità. L’analisi non è quindi condotta a fini di denuncia, e tanto meno a fini di presa di coscienza da parte delle classi inferiori della loro condizione in vista di un riscatto, ma a meri fini di conoscenza, al più per instillare nel lettore borghese la carità nei confronti di un fenomeno dato. Vedremo come tale ideologia del Romanzo sia del tutto coerente con le posizioni politiche dei fratelli Goncourt. Cerchiamo ora di conoscerli meglio, anche perché oggi non sono molto frequentati dall’editoria nostrana.
I Goncourt appartenevano ad una famiglia di piccola e recente nobiltà di origine lorenese. Il loro bisnonno, Antoine Huot, acquistò nel 1786 dei modesti possedimenti a Goncourt, piccolo villaggio dell’Alta Marna, cui era associato il titolo di signore del luogo; la famiglia si arricchì durante la Rivoluzione, e il padre dei due scrittori ebbe la Legion d’Onore sotto Napoleone. Edmond nacque nel 1822, Jules nel 1830. I due fratelli, molto legati sin da piccoli, persero presto il padre e l’unica sorella; il legame si approfondì ulteriormente quando, nel 1848, morì anche l’adorata madre ed Edmond si assunse il compito di essere quasi un padre per il giovane fratello. Il loro non fu quindi un sodalizio solo artistico, ma anche umano, venato di tratti di morbosità, tanto che – ad esempio – condivisero a lungo la medesima amante, Maria, levatrice e mammana, che avrà un ruolo importante nella genesi di Germinie Lacerteux. Quello stesso anno Edmond lasciò l’odiato lavoro di contabile e i due decisero di dedicarsi all’arte: furono antiquari e collezionisti, in particolare di arte giapponese, giornalisti e scrittori; animarono il grenier, salotto letterario frequentato, tra gli altri, da Flaubert, Daudet e Zola. Jules morirà di sifilide a meno di quarant’anni, mentre Edmond gli sopravviverà per ventisei anni. Per sua volontà testamentaria fu fondata la Fondazione Goncourt, che ancora oggi assegna il più prestigioso premio letterario francese.
Insieme pubblicano, oltre a saggi storici su alcune figure dell’Ancien Régime e della Rivoluzione, alcuni romanzi, dei quali il più noto è sicuramente Germinie Lacerteux. La loro opera principale è però il Journal, diario tenuto all’inizio prevalentemente da Jules quindi, dopo la sua morte, continuato dal fratello, e da questi pubblicato verso la fine della sua vita. Il Journal è una monumentale opera in più volumi, riguarda gli anni compresi tra il 1851 e il 1896, e riporta sia episodi della vita privata dei Goncourt, sia osservazioni su avvenimenti sociali e politici del tempo, occupandosi ovviamente della vita artistica ed intellettuale parigina, con giudizi, spesso fortemente negativi, nei confronti di artisti loro contemporanei; non mancano, come in ogni diario che si rispetti, salaci pettegolezzi e dicerie da salotto.
Dal Journal emergono anche i tratti caratteriali e politici dei due fratelli, che sostanzialmente erano misantropi fortemente elitari, antirepubblicani, nostalgici dell’Ancien Régime, misogini e antisemiti. Ovviamente anche la loro concezione dell’arte è all’insegna dell’elitarismo: in un opuscolo del 1854, Révolution dans les mœurs, così si esprimono, confrontando l’arte all’industria: ”L’industria ucciderà l’arte. [...] L’industria e l’arte partono da obiettivi diversi e mirano a obiettivi diversi. L’industria prende le mosse dall’utile e mira a ciò che è redditizio per la maggioranza. È il pane del popolo. L’arte prende le mosse dall’inutile e mira al bello per alcuni. È l'ornamento egoistico delle aristocrazie”. Quanto alle loro idee politiche, credo che nulla le esprima meglio di questa frase, scritta da Edmond all’indomani della settimana di sangue che pose fine all’esperienza comunarda: ”È un bene che non vi siano stati né accordi né negoziati […] una tale purga, uccidendo la parte combattiva della popolazione, rinvia la prossima rivoluzione di un’intera generazione”. (Per inciso, quanta tragica attualità in questo elogio del mancato negoziato in un conflitto!)
A prima vista può sembrare paradossale che siano stati due reazionari di tal fatta, che odiano il popolo - come Jules dichiara apertamente in un passo del Journal, - a proclamare il diritto delle classi inferiori alla dignità letteraria. Basandomi sulla lettura di Germinie Lacerteux mi posso azzardare ad affermare che tale paradosso non è più tale se si tengono in considerazione alcuni aspetti strutturali del romanzo, che proverò ad esporre più oltre, essendo ora giunto il momento di riassumere brevemente la sua trama; anzi, no: prima è necessario approfondirne la genesi, molto importante per comprendere che tipo di romanzo sia Germinie Lacerteux e perché rappresenti un momento di rottura con la tradizione e la pratica letteraria dell’epoca. Per far ciò è utile leggere una seconda prefazione al romanzo, redatta da Edmond nell’aprile del 1886, che stranamente ho reperito solo in una vecchia edizione inglese.
In essa lo scrittore riporta alcune pagine del Journal del periodo compreso tra la fine di luglio e l’ottobre del 1862, che raccontano la malattia e la repentina morte per polmonite dell’amata bonne Rose, al loro servizio da molti anni, più che una domestica quasi una seconda madre per i due fratelli. Pochi giorni dopo la sua morte Maria, la levatrice loro amante, svelò agli attoniti Goncourt come Rose avesse avuto in realtà una seconda vita, fatta di amori con uomini equivoci, ricerca ossessiva del sesso quasi al limite della prostituzione, alcool e debiti. La storia di Germinie deriva dunque da quella di Rose - è quella di Rose, avrebbero detto i Goncourt - che a partire da tali per loro sconvolgenti rivelazioni iniziarono a indagare sulla sua vita quindi, due anni dopo, a trasporla nel romanzo.
Il lettore incontra Germinie mentre piange felice per la guarigione della sua padrona, l’anziana M.lle de Varandeuil, da una grave malattia. A lei racconta, in un linguaggio in cui si sente l’argot, la sua povera infanzia in un paesino nei pressi di Langres, la perdita precoce dei genitori sino all’arrivo, adolescente, a Parigi, al seguito di una sorella. Il lungo capitolo seguente è dedicato alla vita di M.lle de Varandeuil, di famiglia nobile decaduta con la rivoluzione, che ormai anziana vive appartata in un piccolo appartamento parigino. Germinie non rivela di essere stata violentata quindicenne da un anziano cameriere del caffè in cui lavorava, di essere rimasta incinta e di aver partorito un bambino morto a seguito delle angherie subite dalla sorella per il suo fallo. Da M.lle de Varandeuil ora conduce una esistenza tranquilla: la padrona la tratta bene e lei le è affezionata; nel quartiere è rispettata in quanto domestica di una nobildonna. Si innamora però di Jupillon, figlio di una lattaia, la quale la illude su un possibile matrimonio al solo scopo di sfruttarla. Quando resta incinta Jupillon inizia a distaccarsi da lei - nonostante indebitandosi gli abbia aperto una modesta attività artigianale - continuando ad illuderla per estorcerle denaro. Partorisce una bimba che muore presto presso la famiglia cui l’aveva affidata per nascondere la sua maternità alla padrona. Per Germinie è il crollo, accentuato dalla certezza del tradimento di Jupillon che oltretutto riesce a farsi dare una grossa somma di denaro per reperire la quale Germinie si indebita ulteriormente. Anche la parentesi relativamente serena dell’amore con un pittore di insegne dura poco. Germinie si sente disprezzata da tutti, teme che le voci sui suoi debiti e sulla sua storia con Jupillon giungano alla padrona: inizia a bere e a ricercare incontri sempre più fugaci ed occasionali, alla ricerca di un piacere bestiale e annullante. Morirà per una polmonite presa rimanendo in una gelida e piovosa notte ad origliare alla finestra i festini di Jupillon. Solo allora M.lle de Varandeuil scoprirà la vera vita di Germinie: dopo un primo momento di odio per l’inganno subito da chi credeva irreprensibile comprende le terribili sofferenze che Germinie ha dovuto subire in vita, e si reca al cimitero per pregare sulla sua tomba, scoprendo che neppure una croce indica il posto esatto della sua sepoltura.
La disperata esistenza di Germinie è descritta dai Goncourt attraverso un canone narrativo perfettamente coerente con il naturalismo programmatico del romanzo: impersonalità assoluta del narratore, accentuata dall’uso quasi esclusivo dell’imperfetto, tempo che evidenzia il senso di cronaca di un racconto; descrizione accurata e quasi pedante degli ambienti, per lo più angusti e chiusi, in cui si svolge il racconto; capitoli brevi o brevissimi (non più di poche pagine, a volte una o due, con l’eccezione del lungo capitolo sulla vita di M.lle de Varandeuil), quasi a voler scindere la sua vita in una serie di istantanee fotografiche, il nuovo mezzo che fissa la realtà; nessuna remora (o quasi…) nella descrizione delle situazioni più degradanti in cui la protagonista sprofonda.
Una grande novità rispetto al panorama letterario dell’epoca, quindi, sia dal punto di vista sostanziale sia da quello formale, che sembra portare agli estremi il realismo di Balzac e Flaubert e ripudiare sia il tardoromanticismo sociale di Hugo sia quello decadente di Baudelaire.
Ma proprio gli assunti che stanno alla base del romanzo e il modo in cui i Goncourt li sviluppano concretamente costituiscono i più grandi limiti dell’approccio naturalista alla letteratura e del romanzo, e svelano appieno l’ideologia fortemente reazionaria che lo sottende.
Una prima considerazione da farsi è che il naturalismo persegue un obiettivo impossibile, se non falso, in quanto l’osservazione della realtà è pur sempre mediata dalle scelte dello scrittore: è lui che sceglie quale realtà osservare e riportare. I Goncourt scelgono di raccontare una storia vera, con protagonista una donna del popolo, ma narrano la storia di una patologia, vivisezionando una donna succube dell’isteria, intesa nel senso moderno del termine, come reazione a situazioni di grande stress emotivo. Va da sé che una protagonista affetta da una tale patologia non può essere assunta a paradigma di una classe sociale, a meno di non avere di questa classe una visione totalmente negativa. Del resto, allargando lo sguardo da Germinie agli altri personaggi popolari del racconto, si nota come tutti siano fortemente negativizzati. Jupillon è poco più di un magnaccia, sua madre è solo avida di denaro, il pittore di insegne un ubriacone, le colleghe domestiche sono corrotte, i pochi altri che appaiono lo fanno per ridere di lei e disprezzarla. Il popolo dei Goncourt è quindi composto da una serie di personalità abiette e da un rumore di fondo di odio e disprezzo collettivo, caratterizzato quasi lombrosianamente. Solo M.lle de Varandeuil, guarda caso una figlia dell’Ancien Régime da loro tanto amato, capisce e alla fine perdona.
Non c’è quindi il popolo nel romanzo (né potrebbe esserci in alcun romanzo); c’è una sua rappresentazione distorta, funzionale alla tesi di fondo degli autori per cui conoscerlo attraverso quella forma di indagine sociologica chiamata Romanzo può consentire alle classi dominanti di averne carità e quindi provare a redimerne le innate tare. Un altro problema del romanzo è insito nella sua suddivisione in istantanee, che pure è elemento di novità: il lettore ha l’impressione che ogni capitolo rappresenti un flash isolato della vita di Germinie, che si avviluppa su sé stessa. La scelta di fotografare la realtà porta inevitabilmente alla mancata percezione delle relazioni che dovrebbero fare dei singoli episodi elementi di una visione dinamica e dialettica.
Fermi quindi restando i meriti storici di questo romanzo, non si può che concordare con l’immenso György Lukács quando, identificando i limiti intrinseci del naturalismo letterario, affermò che esso ”si allontana sempre più dalla dialettica vivente delle grandi contraddizioni della società, che sostituisce in misura crescente con vuote astrazioni sociologiche”; è ciò che trasluce anche dalla lettura del romanzo che lo fondò.