"La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta ma da tutt'altre cose" scriveva Milani alla madre che soffriva al pensiero del figlio esiliato in quel minuscolo paese di montagna che è Barbiana; Michele Gesualdi è stato in grado con il suo libro di rendere partecipe il mondo di una grandezza che parla di un luogo piccolo e sperduto, di persone piccole e sperdute, e di un giovane sacerdote piccolo eppure così sicuro della strada da percorrere.
Come ogni testimonianza diretta di don Milani, quella dell'autore - che non solo è stato uno dei primi ragazzi a cui il Priore ha fatto scuola a Barbiana, ma ha anche abitato con lui in canonica facendogli di fatto da padre - getta una luce tutta particolare su una figura che troppo spesso si rischia di incensare, dimenticandosi che è stato prima di tutto un uomo. Con una riservatezza che quasi infastidisce - perché man mano che si legge si vorrebbe sapere tutto di quella che era la quotidianità di Lorenzo Milani, come erano i rapporti all'interno della casa quando la scuola finiva, cosa è in grado di riportare chi ha vissuto sotto il suo stesso tetto 24/24.. - ma con una profonda gratitudine per un maestro/padre/sacerdote, Gesualdi ripercorre la storia dell'uomo che gli ha letteralmente aperto gli occhi sul mondo, e ogni tanto, pur con una sorta di ritrosia gelosa, mette a parte il lettore di qualche conversazione, qualche episodio significativo che dopo anni si riaffaccia alla memoria.
Così facendo, rende testimonianza di una vita trascorsa in un esilio che però non poteva essere più fruttuoso, per le persone che hanno avuto l'opportunità - no, il privilegio - di incontrarlo, e per lo stesso Don Milani, che in una landa desolata che doveva decretarne la fine ha dato invece inizio a qualcosa di veramente grande.