Non avrei commentato questo giallo di Rex Stout (ad ogni modo di ottimo ritmo e assai avvincente, sebbene non sia una delle storie di Nero Wolfe più famose) ove non mi fossi imbattuto in uno scivolone in cui ebbe ad incorrere la traduttrice, probabilmente a torto convinta che i gialli, anche se di Rex Stout, siano letteratura di scarso peso, da tradurre alla buona. Succede che a un certo punto della vicenda capiti per le mani ad Archie Goodwin una filastrocca manoscritta che gli dice qualcosa, ma non riesce a capire che cosa. I versi, nel testo italiano che ho sott’occhio in questo momento, suonano così:
Passione a baci, amante mio impudente,
a piene mani vuoi tu a me strappare,
ma non temo il tuo amore d’accettare
perch’io sarò a render te demente.
Poiché colei che distilla questi fiori lirici è una segretaria, l’indole sgangherata della quartina è affatto azzeccata; può darsi anzi che altrettanto grulli e goffi sonassero i versi composti da Stout per la bisogna, e la traduttrice si fosse ingegnata di renderne l’effetto nella nostra lingua con quest’accozzo decisamente trash di cascami dannunziani da pezzo degli anni Venti cantato da Gabré o Anna Fougez: ineffabile per esempio lo zeugma dei primi due versi, e tipico del verseggiatore della domenica il claudicare del quarto endecasillabo con lo iato in cesura.
Poco dopo però Archie scopre perché la strofa gli sonasse familiare: si tratta dei vv.17-20 dell’Ode on a Grecian Urn di Keats. Il guaio è che la poesia di Keats dice così, rivolgendosi ai personaggi che sono istoriati attorno al vaso antico:
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal—yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!
Mentre cioè la poesiola inventata da Stout era una parodia di Keats, quella con cui la traduttrice italiana la rimpiazza non c’entra nulla col testo del poeta inglese. D’altronde, se ella avesse contraffatto una strofa, che so?, del Foscolo, ci sarebbe poi stato da chiedersi come potessero personaggi di Nuova York avere familiarità con un poeta italiano. E quindi si preferì l’incorrere nel rischio minore, quello d’incappare in qualche raro lettore che sapesse l’inglese e avesse qualche familiarità con la poesia di Keats: pericolo decisamente remoto nel 1965, quando il romanzo uscì nel nostro paese, ma parecchio accresciuto ai nostri giorni, quand’ormai la conoscenza di Keats nel testo originale tra i lettori italiani è assai aumentata. Ciò peraltro non può attribuirsi a colpa di chi faceva la traduzione d’un giallo americano più di mezzo secolo fa: i traduttori fanno, bene o male, i traduttori, non gl’indovini. Lo so, col giallo in questione il mio sproloquio non ha veruna attinenza, e così quelli che si fossero attesi da me una recensione rimarranno a bocca asciutta; chiedo loro venia, ma trovo più divertente dilungarmi a volte su queste che l’Artusi chiamerebbe “bricciche da nulla”, che non dedicarmi a un commento comme il faut, anche perché adoro le minuzie prive di qualsiasi utilità, e d’altro canto il brocardo de minimis non curat praetor nel campo delle minuzie letterarie non ha valore alcuno: anzi, qui vale l’esatto opposto.