"In quest'opera c'è il ritratto, l'istantanea, di qualcosa di attuale e invisibile. C'è un dolore che sembra riguardare soprattutto l'occidente: la spaccatura micidiale fra noi e l'anima del mondo, quell'energia intuita e sempre tradita, che ci tiene vivi. Questa "anima del mondo", questo pezzo di brace cosmica che brucia nella terra e in ognuno di noi, è ciò che viene fotografato in questa opera. È anche fotografata la distanza fra ciò che sentiamo e il modo in cui viviamo, fra il nostro dentro e il nostro fuori, per dirla semplicemente. "Come siamo andati lontano da ciò che ci tiene in vita!" grida la filosofia. Qui appunto si fotografa quella lontananza. Non abbiamo smesso di credere nella forza della poesia, di pensare a uno spettacolo anche come atto di resistenza contro la Signoria Attuale. Che cosa sia questa Signoria Attuale in parte tutti lo sappiamo e in parte non lo sapremo mai: una forza, comunque, che tenta di fare di noi un ovile muto, di deprimere la nostra vivezza, di metterci sulla schiena pesi schiaccianti. Ci guardiamo intorno e scorgiamo ovunque segni invasivi di questa forza indebolente. Pochi chilometri più in là la vediamo all'opera coi suoi morti ammazzati e bombardati. Ecco, ci muove una voglia d'esortazione, una paura, una pietà. Soprattutto la voglia di tenerci ben desti, di pronunciare parole troppo taciute, di cantare e ballare con la potenza disarmata dei bambini." (Mariangela Gualtieri)
Mariangela Gualtieri è nata a Cesena nel 1951. Si laurea in architettura allo IUAV di Venezia e nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga.
Ha pubblicato alcune raccolte di versi, fra le quali Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006), Bestia di gioia (Einaudi 2010) e Caino (Einaudi 2011).
In questi spettacoli c’è l’urgenza di far convivere il pensiero razionale con i nostri istinti primordiali. È un universo costellato da animali che incarnano il nostro spirito selvatico connesso con l’infanzia, il periodo della vita in cui tutto è oscuro, tutto è da scoprire.
Siamo così abituati a sentirci narrare tragedie che la vera rivoluzione è parlare d’amore. Sentire con il corpo il bello dell’anima del mondo che ci circonda. Per fare questo è necessario affidarsi, abbandonarsi a ciò che non si conosce. Lanciarsi nel vuoto. L’eccesso. E a chi esita? “La poesia, dopo aver posto molte strazianti domande, rimanda l’interrogante a se stesso: non chiedere a nessun altro che a te.” Siamo uguali gli uni agli altri.
Mariangela Gualtieri arriva con le parole dopo la messa in scena teatrale. I personaggi erano lì, già belli caratterizzati e lei doveva tirare fuori le parole. È stato un compito difficile ci dirà alla fine. Tante parole scartate per arrivare a fare il viaggio vero dentro i propri abissi.
Quello che ho tirato fuori io: il corpo ci può guidare li dove la mente ha limite, il vuoto è possibilità, attingere a qualcosa di mai sperimentato prima è fonte inesauribile di energia. Il mistero non va allontanato ma rispettato. Affidarsi è immersione e da qui può nascere poesia.
“La terra è bellissima ora. Sento il cosmo che tiene e non è stanco. Solo l’uomo è stanco. Solo lui dispera. Vuole e dispera. Che cosa vuole? Che cosa vuole L’inquieto grumo de la creazione? Valore vuole. Essere certo d’essere qualcuno, d’essere qualcosa.”