Accolto positivamente dalla critica quando venne pubblicato per la prima volta nel 1879 (pochi anni prima della morte di Trollope), Il cugino Henry è, nelle sue dimensioni, un romanzo un po' insolito nella bibliografia trollopiana, che in media conta romanzi composti da più di 500 pagine; quest'opera ne possiede poco più della metà e, forse proprio per l'esiguo numero di pagine, è stato uno dei primi titoli tradotti nella nostra lingua (a pensar male si fa peccato...).
The cousin Henry (questo il titolo originale), come altri romanzi di Anthony Trollope, ha al centro una disputa giudiziaria, in particolare un caso di eredità contesa.
Il romanzo si apre nella contea di Carmarthenshire, nel Galles, nella dimora di Indefer Jones, un vecchio e ricco proprietario terriero, cui ormai non resta molto da vivere. Il signor Indefer è visceralmente attaccato alla sua proprietà di Llanfeare, un'immensa tenuta che appartiene da molte generazioni alla famiglia Jones. Sfortunatamente Indefer è scapolo e non ha figli, ma ha riversato tutto il suo amore paterno sulla nipote Isabel, una brava e schietta ragazza, che vive con lui dopo la morte della madre e le seconde nozze del padre. Indefer, e non solo, vede bene come futuro proprietario di Llanfeare proprio sua nipote Isabel, che è ben voluta e stimata dai fittavoli e dai vicini. Le tradizioni di famiglia, cui egli tiene tantissimo e vuole rispettare, però esigono che la proprietà sia ereditata dall'erede maschio, cioè dall'altro nipote dell'uomo, un certo Henry Jones (dal passato un po' turbolento) che, nonostante abbia lo stesso cognome, non è ben visto neanche dallo zio. La questione dell'eredità tormenta e affligge il vecchio Indefer, che per placare la propria coscienza, individua come unica soluzione possibile un matrimonio tra Isabel e Henry; questa possibilità è, però, bocciata senza indugio da Isabel, che vede questa proposta assolutamente impraticabile.
Nel frattempo Henry si stabilisce nella tenuta mentre Isabel decide di lasciare l'abitazione dello zio e andare a vivere nella dimora paterna. Alcuni giorni dopo la sua partenza, la ragazza viene richiamata a Llanfeare, a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute dello zio. Indefer è, infatti, sul letto di morte e poco prima di spirare rivela all'amata nipote di non preoccuparsi poiché tutto è stato sistemato, come se l'uomo alludesse alla redazione di un nuovo testamento. Isabel decide di non farne parola con nessuno, ma presto iniziano a circolare delle voci insistenti, grazie alla dichiarazione di due affittuari scelti da Indefer per fare da testimoni alle ultime volontà, sull'esistenza di un probabile nuovo testamento che l'anziano proprietario ha redatto. Il testamento però non si trova e tutti iniziano a sospettare che Henry lo abbia nascosto; sarà veramente così?
Il cugino Henry è, forse, una delle opere meno conosciute di Trollope.
Questo è il secondo libro che leggo dell'autore inglese e, anche stavolta, è riuscito a coinvolgermi e a trasportarmi all'interno del suo romanzo.
Con la consueta velata ironia e il suo stile confidenziale, il romanziere inglese riesce a rendere interessante e coinvolgente una vicenda del tutto ordinaria, che può verificarsi ancora oggi; infatti, lo scrittore mette al centro del romanzo (come ne L'amministratore) un caso di coscienza, un'eredità contesa, un testamento.
Questo libro non è solo un caso di coscienza ma è anche un'attenta analisi psicologica del comportamento umano e gli effetti della colpa, dei sospetti e della procrastinazione.
L'autore inglese è un grande osservatore delle persone comuni e riesce a trasporre su carta i tormenti, le virtù, i difetti, i problemi quotidiani che contraddistinguono ognuno di essi. Trollope guida il lettore in un viaggio all'interno della mente dei personaggi, riuscendo a trasmettere e a far sentire al lettore i pensieri, le motivazioni decisionali, le paure, l'orgoglio, la testardaggine, le debolezze e i rimorsi della coscienza, di ciascuno. Sono tutti ben delineati, ognuno possiede qualcosa che lo rende umano e tutti hanno una caratteristica in comune: l'ostinazione, che si presenta sotto varie forme.
I due personaggi principali della vicenda sono i due cugini: Isabel e Henry.
Isabel è amata tantissimo dallo zio Indefer, con cui ha vissuto dopo la morte della madre, ed è ben voluta dai fittavoli. È una giovane ragazza dalla volontà d'acciaio, dotata di sani principi e, soprattutto, di un carattere risoluto. La figura di Isabel è ben lontano dallo stereotipo della donna vittoriana, il cosiddetto angelo del focolare; ella è una donna orgogliosa, ostinata, rigida, autorevole, decisa ad affermare la sua volontà nonostante le continue pressioni familiari. Alla ragazza non interessa il denaro, preferirebbe lavorare come governante pur di non fare un matrimonio d'interesse con Henry, perché se mai si sposerà sarà solo per amore.
Isabel (confesso che il più delle volte il suo comportamento mi ha irritato) è, spesso, talmente ostinata da sembrare molto testarda ma, in realtà, è una donna determinata e decisa a farsi valere a dispetto di tutti. La sua inflessibilità si rivela anche sotto il profilo sentimentale: è, infatti, poco espansiva e non molto incline a manifestare i propri sentimenti. Isabel è innamorata (ricambiata) di William Owen, un giovane e mite ecclesiastico, ma ahimè povero, che tempo prima aveva rifiutato (quando credeva di essere un'ereditiera) per non deludere lo zio Indefer (che pensava che un povero ecclesiastico fosse inadatto a sposare sua nipote) e che, dopo la sua morte, non può accettare lo stesso (nonostante ormai sia povera) perché si sente indegna di lui ed è troppo orgogliosa per andare da lui con le tasche vuote. E William? L'ecclesiastico sarebbe lieto di sposare la giovane ora che è senza un penny ma sente che non è giusto sposarla se è la ricca ereditiera di Llanfeare.
I due innamorati sono due persone dotati di un eccezionale e forte senso dell'onore che, a causa della straordinaria (cieca e spesso incomprensibile, aggiungo io) testardaggine di seguire principi abbastanza discutibili, perdono quasi la possibilità di sposarsi.
L'altra figura principale del romanzo, da cui quest'ultimo prende il titolo, è il cugino Henry.
Henry è un ragazzo pavido e codardo che vive a Londra, dove lavora come impiegato; sarà proprio a causa del suo carattere che si ritroverà coinvolto in una faccenda più grande di lui.
È un giovane dal passato un po' turbolento, che tempo prima aveva accumulato debiti ed era stato espulso da Oxford, e ora non gode di una buona reputazione; nessuno a Llanfeare lo può vedere o sopportare: la cugina Isabel lo tratta male, lo zio Indefer, nonostante voglia lasciarle la proprietà, in realtà non lo sopporta e non nutre per lui nessuno affetto, così come i fittavoli.
Henry non capisce perché le persone lo odino però non fa nulla perché gli altri cambino opinione su di lui; si dimostra una persona sciocca, mediocre, indisponente, incapace di prendere in mano gli affari della proprietà e rimane sempre chiuso in biblioteca. Questo suo strano comportamento non fa altro che accrescere i sospetti che Henry sappia dell'esistenza di un nuovo testamento e che lo abbia nascosto, perché, dopo varie ricerche, le ultime volontà di Indefer non si trovano. Nessuno sa che Henry ha trovato in biblioteca – sfogliando per caso un volume – il testamento dello zio, posto tra le pagine dell'ultimo libro che quest'ultimo stava leggendo; decide però di lasciarlo dove lo ha trovato, senza rivelarlo ad anima viva.
Questo ritrovamento segna l'inizio di un vero e proprio viaggio all'interno della sua mente. Dubbi, paure, incubi, affollano i pensieri di Henry; lui non sa cosa fare: deve raccontarlo? Deve distruggerlo? Deve lasciare che siano gli altri a trovarlo? Torturato dalla colpa e paralizzato dall'indecisione, decide di non muovere un dito; rimane inerte e immobilizzato nei suoi dubbi, si tormenta in sterili questioni di coscienza e sensi di colpa che accrescono l'antipatia che nel frattempo, a causa del suo strano comportamento e del suo carattere introverso, si è guadagnato; la sua posizione è ormai molto rischiosa, a metà tra l'essere vittima e l'essere furfante.
Henry potrebbe distruggere il testamento ma non lo fa, perché ha paura delle conseguenze derivanti da questo gesto. Neanche lui sa cosa teme di più, se perdere la proprietà o la libertà; sa solo che nonostante nella vita abbia fatto molti sbagli, ha una coscienza anche lui; una coscienza forte e inflessibile che sarà il suo tormento, la sua tortura e la sua disperazione.
Un personaggio, che si arrovella in tormenti simili a quelli del protagonista di Delitto e castigo, che nonostante possieda molti difetti, debolezze, imbecillità, è riuscito a suscitarmi svariati sentimenti e spesso farmi venire la voglia di prenderlo per le spalle e dargli qualche scossone per smuoverlo dalla sua posizione. La sua inazione e indecisione portano il lettore a detestarlo, provare simpatia, rabbia, o anche un po' di pena per questo ragazzo debole ma non realmente cattivo.
Un altro personaggio degno di nota, che mi è piaciuto e divertito, e sopratutto è importante per lo svolgimento della trama e per la risoluzione finale, è l'avvocato Apjohn.
Il signor Apjohn è una figura dalla grande forza morale. Amico di famiglia e avvocato di fiducia del signor Indefer, (per cui ha redatto il testamento ufficiale) poi per il cugino Henry, tempo prima ha rimproverato (senza successo) lo zio per la sua decisione di estromettere la nipote Isabel dalla successione per la proprietà.
Lo strano comportamento di Henry lo porta a sospettare che le voci che circolano sull'esistenza di un altro testamento siano vere, ma non può provarne la fondatezza; con grande perseveranza e tenacia, l'intrepido avvocato Apjohn decide di affrontare “fisicamente” Henry per andare a fondo della faccenda e finalmente scoprire la verità.
Ne Il cugino Henry Trollope conferma d'essere (se per caso ce ne fosse ancora bisogno) un ragguardevole rappresentante della letteratura vittoriana. Grande osservatore della realtà, delle piccole e grandi questioni che coinvolgono le persone comuni, riesce con stile sobrio, elegante ed ironico al punto giusto, a dipingere un quadro realistico della realtà vittoriana.
Grazie ad una trama piacevole e ad una scrittura elegante e raffinata, rende gradevole, interessante e credibile una vicenda normale che può accadere ancora oggi; rivela tutta la sua modernità, trattando argomenti più che mai attuali: denaro, classi sociali, status della donna, avidità, dubbi morali, il pericolo delle questioni di principio, spesso illusorie e pericolose, che influenzano la vita degli esseri umani, riflessioni su principi giuridici ed etici, sulla giustizia formale e morale.
Nel romanzo, però, non espone solo questi argomenti, tratta anche un interessante esame dell'idea che la proprietà debba passare all'erede maschio piuttosto che ad un membro femminile della famiglia, mostrando i pro e i contro del lasciare la proprietà alla generazione successiva, o del prendere delle decisioni importanti in maniera frettolosa senza pensare o fare, immediatamente, la cosa giusta.
Il cugino Henry è un romanzo gradevole e mai noioso, dalla prosa semplice, con una trama piacevole e piena di suspense, che tratta di colpa e ossessione; un dilemma morale in cui la grande penna inglese, rivolgendosi spesso al lettore con garbo e leggere ironia, mostra tutta la sua abilità nell'esporre in maniera dettagliata ma con la consueta leggerezza l'agonia mentale del protagonista; in cui guida e coinvolge il lettore in prima persona dalla prima all'ultima pagina, facendolo riflettere, portandolo a chiedersi come avrebbe agito lui in una situazione simile: avrebbe detto tutto o avrebbe anche lui nascosto o addirittura distrutto il testamento?
Queste e altre domande accompagnano il lettore per tutta la vicenda, tenendo costantemente viva la curiosità e alta la tensione fino al soddisfacente finale di questo insolito romanzo, che ha in sé molto del giallo psicologico.
Il suo animo era stato così oppresso dalla presenza del testamento che non aveva mai osato pensare alle gioie che gli avrebbe procurato il denaro dell'eredità. Era stato talmente angosciato che non si era reso conto di quello che poteva ottenere da Llanfeare.