Pubblicato per la prima volta nel 1895, il romanzo costituisce una delle primissime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico, inaugurando un filone narrativo e, più tardi, cinematografico che ha avuto ed ha ancora particolare fortuna.
La trama è abbastanza semplice: un eccentrico scienziato inventa una macchina in grado di viaggiare nel tempo e ne mette al corrente alcuni amici e personaggi importanti (un medico, uno psicologo, un giornalista, un redattore ecc), che però rimangono alquanto scettici. Per provare loro che sta dicendo la verità, compie egli stesso il viaggio, invitando gli amici a ritornare qualche giorno dopo a cena, durante la quale ricompare in uno stato davvero spaventoso: lacero e con i vestiti strappati, di un pallore spettrale e dall’espressione sconvolta, ricoperto di ferite e zoppicante.
Dopo essersi rimesso in sesto, con un cambio d’abiti, un bagno e un abbondante piatto di carne, si appresta a raccontare la sua incredibile avventura nel futuro e precisamente nell’anno 802.701
Ciò che emerge dal racconto dello scienziato è una società completamente diversa da quella che si aspettava di trovare e che l’ha totalmente spiazzato e terrorizzato.
Quando finalmente riesce a fuggire da quel mondo, dopo una serie di rocamboleschi avvenimenti, per errore spinge la leva della macchina in avanti e così ha modo di vedere a quale destino infausto è destinato al nostro pianeta Terra.
Concluso il racconto, com’era ovvio, nessuno dei convenuti gli crede, pensando piuttosto ad una sua fervida immaginazione. Tuttavia il narratore di questa storia, dopo una notte insonne passata a ripensare a quanto udito quella sera, ritorna a casa dell’amico scienziato, trovandolo intento a prepararsi per un altro balzo nel futuro, questa volta attrezzato di zaino e macchina fotografica per poter riportare indietro qualche prova concreta del suo viaggio.
Sfortunatamente, l’amico lo attenderà invano e conclude la narrazione dicendo che ben tre anni erano già trascorsi senza che il viaggiatore nel tempo avesse ancora fatto ritorno.
Anche se non amo la fantascienza né in particolare i viaggi nel tempo, mi è piaciuto però leggere il romanzo che ha dato il via a questo filone, anche e soprattutto per ampliare i miei orizzonti culturali.
Non è stato difficile capire che questo romanzo è stato scritto da Wells prima di tutto come un’analisi della società britannica di fine Ottocento ed una critica nemmeno troppo velata ad essa, che emerge dalle riflessioni del viaggiatore nel tempo, mentre cerca di far comprendere ai suoi uditori quello che ha potuto vedere.
Molto facile vedere negli Eloi, gli abitanti del futuro con cui invano egli aveva cercato di comunicare, i discendenti della classe dirigente vittoriana, che nel futuro vivono, ben vestiti e accuditi, nella spensieratezza più totale, dediti solo a cibarsi di frutta e a coprirsi di ghirlande di fiori, ignari e incuranti di tutto come lo sono i bambini molto piccoli (o come una mandria di bestiame al pascolo). Nei Morlocchi invece, esseri ripugnanti e viscidi, completamente bianchi e ciechi, che vivono nelle viscere della terra, al buio più completo, dediti al lavoro alle macchine (sono loro che fornisco vestiti, calzature e tutto quanto necessita per l’esistenza beata e pacifica degli Eloi), Wells identifica i discendenti degli operai sfruttati dalla sua epoca, che accudiscono gli Eloi, allo stesso modo di come un allevatore accudisce il proprio bestiame e con la medesima cioè finalità.
Infine, la prosa piana ed elegante di Wells, ricca di dettagli che non scadono mai in una noiosa pedanteria, sicuramente contribuisce al giudizio del tutto positivo che posso esprimere per quest’opera.