Mi sembra che fosse Oscar Wilde a dire che chi chiama “vanga” una vanga dovrebbe essere costretto ad usarla. Ecco, io non so come il professor Levmore e soprattutto la professoressa Nussbaum chiamino la vanga, ma leggendo questo saggio scritto da loro, più che a quattro mani, a mani alterne, mi sorge irresistibile l’impulso di spedirli a far uso quotidiano, prolungato e non parco dello strumento in questione. Oltre a impiegare il tempo in modo più fruttuoso che a scrivere le loro discettazioni all’apparenza liberal e in sostanza molto liberiste, forse diverrebbero consci del fatto che l’universo non cessa oltre la soglia d’un dipartimento universitario statunitense; e, me lo si lasci dire, ne ricaverebbero per giunta un meritato castigo per aver allegato il povero, incolpevole Shakespeare a pretesto, e il povero, incolpevole Cicerone a pezza d’appoggio per le loro sussiegose corbellerie. Rimango però amareggiato perché i due autori ormai hanno un’età già piuttosto flétrie, e direi quindi che purtroppo, visto quel che scrivono, il titolo del libro sembra davvero costituire un wishful thinking più che un traguardo per loro visibile o raggiungibile.