Amico di Borges e di Bioy Casares, J. Rodolfo Wilcock approdò a Roma negli Anni Cinquanta, quando già era autore di una ragguardevole opera in spagnolo. In Italia, riuscì a trasfondersi in un’altra lingua, l’italiano, con una operazione che solo a pochissimi, come a Nabokov per l’inglese, è riuscita. E da allora cominciò a pubblicare racconti, romanzi, versi, saggi che costituiscono un’opera in quegli anni isolata e provocatoria, dove oggi ritroviamo alcuni dei libri di allora che meglio reggono al tempo e rimangono inconfondibili per l’estro. Lo stereoscopio dei solitari, che è del 1972, ne è un perfetto esempio. Wilcock stesso lo presenta «come un romanzo con settanta personaggi principali che non si incontrano mai». Tra questi: un centauro affamato che dipinge nature morte oniriche; uno che scivola continuamente nella quarta dimensione; Medusa e i suoi amanti diventati statue; una gallina consulente editoriale; un fabbricante di numi; due amanti che si divorano a vicenda; un oracolo che gira per la città in camioncino; una società di scrittori in un armadio, ecc., ecc. Tanto basta per capire che in questo libro riconosceremo, come nelle immagini sul fondo di uno stereoscopio, tutto l’universo di questo scrittore per il quale il «fantastico» era come l’aria che respirava.
Juan Rodolfo Wilcock was an Argentinian-Italian author, poet, critic and translator. He was the son of Charles Leonard Wilcock and Ida Romegialli.
After writting some poetry books, published in his homeland, he left Argentina because his opposition to Juan Domingo Perón's government. Soon before leaving, he learned some italian, then he moved to Italy, where he lived in very humble conditions. There, aside from his translations, that made possible sustain himself in a foreign country, he started writing fiction in italian.
This is how, in the 1970s, he published his most remarkable works, such as La sinagoga degli iconoclasti, Il libro dei mostri and Lo stereoscopio dei solitari, books largely inspired by Borges' humoristic and modernist style.
"Non ha paura del buio, ma il mondo esterno è un abisso, basta aprire una porta per sprofondarci."
Non so perché, ma ultimamente sono attratta da raccolte di racconti. Da Buzzati a Musolino, da Cucinotta a Wilcock, da Bae Myung-hoon a Padgett. Apparentemente nulla hanno in comune se non appunto il racconto breve, ma la particolarità di queste storie è la loro stranezza, la loro irrealtà nel quotidiano, macabre favole dove sta a noi interpretare il loro flusso.
Ecco, "lo stereoscopio dei solitari" è una di quelle raccolte. Dove ti capita di leggere di amanti che si divorano a letto, di persone che trasformano la propria casa in un'isola deserta, di distese di conigli bianchi, ragni, scimmiette, orsi,ricci. Di luoghi all'apparenza consueti come strade, uffici, appartamenti ......e figure mitologiche come Medusa, il centauro, valchirie e sirene.
Siete ancora indecisi sul leggerlo o no? Se vi dicessi che, durante la lettura, alternavo 60 racconti di Buzzati e, molte volte mi sono fermata domandandomi quale dei due stessi leggendo? Io ve lo consiglio, anche solo per un diversivo dalle vostre letture impegnate, un raccontino richiede qualche minuto di lettura, ma la testa viaggia in un piccolo mondo parallelo e non ve ne pentirete, proprio come nell'utilizzo dell stereoscopio, una sensazione del rilievo osservando immagini piane.
Lo stereoscopio dei solitari è un'opera irregolare e visionaria, capace di creare una pluralità di mondi fantastici che, uscendo dal nulla, comunicano meraviglia, concretezza e profondità nelle dimensioni interdipendenti della scrittura e della lettura. Wilcock non è interessato a travestire con l'eloquenza verità già note, ma a presentarci invece esseri sconosciuti e irreali e inverosimili, per farci intravedere, attraverso ciò che ignoriamo di loro, ciò che non sappiamo di noi (“in questo senso la sua prosa tende alla comprensione e al perdono, non al rancore”, scrisse con enorme considerazione Bolano). Tra impossibilità di una vera comunicazione letteraria e la disperazione provocata dalla solitudine, si colloca il testo che Juan Rodolfo Wilcock compose nel 1972 in prosa poetica, estraendolo dal profondo psichico, innestandovi brevi racconti mitologici come simulati o rinvenuti, dove la molteplicità linguistica implica un'immaginazione ibrida e meticcia. Sono personaggi che non si incontrano mai, che non riescono a contendere la solitudine all'altro: fiabe surreali, inganni infinitesimali, disincantate visioni; il proliferare di mondi paralleli legittimi e autentici, come la quarta dimensione o il buio o lo spazio infinito dell'astronauta. Lo stile di Wilcock è inconfondibile e unico e al tempo stesso non riconoscibile, non catalogabile, tanto riesce a cambiare forma e espressività e modo di rappresentare. Da più parti si è invocato il debito verso le Vite immaginarie di Marcel Schwob e si è ricordata l'amicizia originaria con Borges e la Ocampo (egli apparve infatti nella celebre Antologia della letteratura fantastica); meno appariscenti ma consistenti l'ammirazione oulipiana di Calvino, l'affinità sperimentale di Manganelli e lo stupore realfavolistico di Pasolini. Come in uno specchio deformante, episodi e eventi di alterità percettiva si mescolano a una fenomenologia di personaggi impensabili, ma indifesi e straordinari: creature infelici, angeli disoccupati, bestie affettuose, isole remote e giardini sinistri, sirene e ragni, tenebre e orsi, vagabondi e alieni, scimmie, cannibali e vestiti, tutti protagonisti di un epos onirico e di una storiografia stravagante. Turbamenti, mutamenti, angoscia, entusiasmo conoscitivo che generano un cortocircuito della ragione, una dislessia della parola e del concetto, come è stato scritto. “Ognuno è schiavo del proprio mostro”, suggeriscono questi paradossi oltre la regola, folgorazioni e tuoni, eventi catastrofici nella meteorologia narrativa, ma ricchi di un umorismo inventivo, di un sarcasmo mai inelegante. Wilcock era figlio di padre inglese e madre argentina, traduttore (Flann O'Brien e Joyce), critico e poeta, studioso di ingegneria e visse da espatriato antiperonista nella Roma degli anni Cinquanta e morì in Italia, dove il figlio Livio Bacchi ne raccolse l'eredità diventando traduttore di Borges. L'esilio letterario diviene luogo esemplare di una vicenda universale. Le nuove forme di questo sognatore poliglotta sono state concepite come se noi come genere umano fossimo altrove, sono singolari metamorfosi e ci incontrano come se fossimo noi stessi altro da noi; questa natura mostruosa e drammatica che per quanto strana e folle e orribile rivela qualcosa nel nostro essere arcaico e oscuro, come in un catalogo dell'impossibile, nella proiezione non mediata di un incubo. L'uso di un idioma secondo ha spinto l'autore nel territorio del fantastico e dell'assurdo, dell'illusione metafisica, dove simboli e allegorie si accompagnano a giochi, scherzi, crudeltà e fantasmagorie. Una relazione tra cose e parole che designa la frammentazione e la disgregazione irrimediabile del soggetto. Il senso esistenziale si smarrisce per ritrovarsi nell'arguzia, nella satira, nel black humour. Wilcock cerca nell'immaginazione fantastica quel significato che non trova nel reale mimetico, quella felicità accidentale, ma trasferisce la forza di questa traslazione in una vocazione ironica e allegra, dissacrante ed eretica, piena di erudizione ma anche di sentimento, in quanto rifiuto negativo del caos che la costituisce. L'inadeguatezza alla vita raccolta con abilità poetica e retorica disvela l'estraneità ai criteri del senso comune, che si esprime in narrazioni alterate, incongruenti e irriverenti da un punto di vista sia logico che formale. Quello che gli studiosi definiscono fantastico oggettivo: mondi di finzione inverosimili costruiti su modelli di realtà già esperiti, che accrescono e trasformano la realtà del lettore di uno scarto evasivo e paradossale, momentaneamente definitivo.
Wilcock definisce il suo libro "un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai"; in realtà non è un romanzo, sono tanti micro-racconti surreali i cui protagonisti sono ibridi, creature grottesche, uomini che hanno abdicato dalla loro umanità, piante e animali: Elzevir (l’angelo disoccupato), Oligor (il centauro), Corfo (che scivola nella quarta dimensione), Lorbio (il lebbroso), Lamia (la dispensatrice di bellezza), Baruch (l’amico delle Valchirie), Samisa (l’attrice che non vuole recitare per più di una persona alla volta), Gromibo e sua moglie Crabua (che trasformano il loro appartamento in un’isola deserta), e ancora: il ragno che si annoia senza saperlo, la gallina consulente di una casa editrice, il riccio di mare grosso come un vitello, e molti altri. Ci si trova spaesati e ammirati di fronte alla fantasiosa visionarietà di queste storie assurde, sì, ma che trasmettono anche un certo non so che di familiare. Il libro, per tanto tempo fuori catalogo, è stato recentemente ristampato in economica. Non fatevelo sfuggire: apritevi alla meraviglia, leggete Juan Rodolfo Wilcock.
Dice Roberto Bolaño: ”La prosa di Wilcock, metodica, sempre sicura, discreta anche quando tratta temi scabrosi o smisurati, tende alla comprensione e al perdono, mai al rancore”.
eccoli dunque, i famosi «settanta personaggi principali che non si incontrano mai». creature mitologiche calate in contesti sghembi che non hanno alcun residuo di epica. o semplicemente uomini e donne protagonisti di situazioni scaturite per partogenesi da un disordine della realtà. finanche da un incubo. ma che wilcock descrive in brevi capitoli di scrittura essenziale, come se stesse appunto osservando con tranquillità le proprie ossessioni, al di là del visore di uno stereoscopio. ed è questo contrasto tra il piglio cronachistico e l'a-normalità delle creature e/o delle circostanze kafkiane, che produce l'effetto potentemente straniante del libro. sta di fatto che alla fine delle 181 pagine la sensazione principale era che quella fuori posto lì fossi io. è stato un po' come quando l'entità anobii mi chiede di dimostrare, digitando un codice captcha, di essere un umano. lo chiede anobii. a me.
Il teatro dell'assurdo! Ecco, mi verrebbe da definire così questa raccolta di racconti, anzi direi di istantanee di vita quotidiana immerse nella più infida, ma anche nella più libera, rappresentazione della libertà: la solitudine. La solitudine in molti casi, anzi praticamente sempre, la identifichiamo come uno stato dell'essere negativo, perchè si sa l'essere umano, tutti gli esseri viventi, sono individui socievoli. Ma chissà perchè ogni tanto, chi più chi meno, bramiano la solitudine? Così l'autore si siede, come appolaiato, su un pianeta, uno qualunque, anzi ancora meglio sulla Luna, sì! così girando intorno al pianeta Terra, potrà osservare, con attenzione e cura, questi esserini turbolenti e prodighi nell'arte di vivere su un pianeta. Allora Wilcock con un cannocchiale spaziale con lenti supermegagiga potenti: lo stereoscopio, si mette a visionare quella parte di umanità, animalità, vita, nell'"assurda" arte della solitudine. Alla fine il risultato è una carrella di macchiette surreali, grottesche, inquietanti, ma anche satiriche sulla vita politica, sociale e lavorativa. Un po' come se Dalì si scontrasse con Ubik scritto da Calvino.
Son raccontini di poche pagine, alcuni addirittura di poco più di una e letti così uno dietro l'altro, si perdono le varie sfumature, che sicuramente in molti casi mi sarò perso. Si sa, in lettura la concentrazione non è mai lineare, soprattutto a me, ma questo che ho appena letto trattasi di un libro geniale di un autore geniale. Da recuperare!
Nelle pagine de “Lo stereoscopio dei solitari” troviamo infermi che stringono amicizia con le loro immagini speculari, infelici che si fanno lobotomizzare, focomelici emarginati, mostri che provano sentimenti umani, galline assunte come consulenti editoriali, angeli disoccupati che si danno con scarsi risultati alla prostituzione, sirene di fiumi inquinati, cittadini che fingono di vivere su isole deserte, contadini votati alla cura segreta di enormi ricci di mare, bambole rinchiuse in un armadio che si specializzano nella scrittura, mostri che distruggono la memoria degli uomini, uomini che affidano la propria vita a feticci di argilla, aruspici autodidatti, amanti che si sbranano vicendevolmente, e così via in una moltitudine di ultimi, di reietti, di esseri tristi e malinconici, talvolta comici, talvolta inquietanti, continuamente sospesi tra il disumano e il troppo umano, tra il mostruoso e il compassionevole. Al centro di queste narrazioni regna, in ogni caso, il disincanto di fronte alla visione deformante della realtà, come se questa non fosse poi così assurda. Tuttavia, non sembrano esserci concessioni ad intenti moralistici.
Wilcock parlò della sua opera come di “un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai”, il che equivale a definirla come una raccolta di settanta episodi compatti ma in sé completi, brevissimi ma autonomi; settanta lucide descrizioni di altrettante visioni, oscillanti tra il surreale e il grottesco, il perturbante e lo straniante, l'onirico e il ripugnante. Una galleria di metamorfosi moderne, più kafkiane che ovidiane; una carrellata di personaggi mitologici (a partire dai loro nomi) ma non mitici, angoscianti e squallidi, ma anche teneri, perché, in fondo, “schiavi come tutti del proprio mostro”.
L'autore, che ha vissuto nella condizione di emarginato, di straniero in terra straniera, sa descrivere benissimo le situazioni di questi solitari, questi alieni, con un'eleganza che assume i tratti della poesia in forma di prosa. Il lettore assiste, non partecipando, alla descrizione di questi microcosmi a sé stanti, e si trova a metà strada tra l'assorto e il distaccato, come uno spettatore che volge il proprio sguardo, tra lo straniato e lo stupito, alle immagini di uno stereoscopio.
Ho trovato “Lo stereoscopio dei solitari” meno dissacrante, meno irriverente e complessivamente meno potente, de “La sinagoga degli iconoclasti”. Tuttavia, vale la pena posare per un po' lo sguardo su questi quadretti fulminanti, su queste piccole visioni di un genio scomodo e sottovalutato, uno spirito anarchico e controcorrente che ha saputo essere originale e fuori dagli schemi come pochi altri.
Meno formale e scolastico di Borges, Juan Rodolfo Wilcock scriveva racconti fantastici rispettando la perfetta libertà della sua immaginazione: le situazioni descritte da Wilcock sono spesso fastidiose, ci offrono pensieri sgradevoli e non si vede l'ora di voltare pagina, ma proprio per questo motivo sembrano infinitamente più vitali e sincere delle finzioni così accademiche (anche se raffinatissime) del suo ben più celebre amico e collega. A volte si intuisce la sua passione per la fisica e la matematica, si leggono descrizioni di luoghi surreali in cui in realtà non accade nulla, oppure si trovano racconti finalmente poetici e piacevoli; in nessun caso, però, Wilcock si propone di regalare bellezza e intrattenimento. In questo è assolutamente moderno e distante dalla tradizione ottocentesca di questo genere, e più vicino al suo compatriota Cortázar.
Si tratta, in effetti, di una forma di poesia in prosa: "Lo stereoscopio dei solitari" si compone di scritti brevissimi (la maggior parte di questi racconti non supera le tre pagine), privi di una trama, in cui si concentra un'unica idea, il sovvertimento di una regola, un rapidissimo sguardo alla vita di un personaggio tragicomico e paradossale. Wilcock aveva abbandonato l'Argentina per l'Italia, e con grande naturalezza, nonostante avesse già pubblicato numerosi libri in spagnolo, una volta arrivato nel nostro paese decise di scrivere in italiano: un lusso raro, che forse non abbiamo saputo apprezzare, dato che Wilcock è ancora semisconosciuto. Eppure la prosa di Wilcock è stilisticamente perfetta ed esotica come l'inglese di Conrad, e difficilmente imitabile per le stesse ragioni. E' stato un regalo che avrebbe meritato più attenzione.
Non ho tempo per parlarvi dei “settanta personaggi principali che non si incontrano mai”, devo allacciare i bottoni del cappotto a Oligor. Il centauro ha la pancia scoperta, ed è esposto al freddo. Gli può far male. Il dietro è più resistente alla vita all’aperto, ma il davanti è delicato. Voi comprendete, vero?
Mentre abbottono il cappotto a Oligor, leggete Lo stereoscopio dei solitari e ditemi: convenite che ognuno di noi è schiavo (magari felice) del proprio mostro?
Juan Rodolfo Wilcock es uno de los tantos escritores argentinos olvidados (me viene a la mente también el caso de Marco Denevi o C. E. Feiling) que supieron generar una narrativa original y de calidad que hoy en día pocos lectores conocen. Dueño de un talento especial para escribir cuentos, relatos y novelas, teatro y poesía, traductor y amigo de Borges escribió en Argentina hasta que se mudó a Italia donde siguió escribiendo en italiano, además de traducir todo tipo de clásicos de la literatura, lo que comúnmente llamamos un escritor todo terreno. Yo ya había leído su excelente colección de cuentos “El caos”, recuperada del olvido por la editorial La bestia equilátera que también reeditó este, “El estereoscopio de los solitarios”. A mi entender, leer estos relatos me llevó, por su naturaleza, a relacionarlos directamente con esa perfecta conjunción de Franz Kafka que se llama “Un médico rural”, tanto por las características oníricas y fantásticas de los relatos como su desarrollo y sus finales abiertos. Uno de sus cuentos me hizo recordar claramente al relato de Kafka “Preocupaciones de un padre de familia” en donde autor checo crea a una extraña criatura llamada “Odradek”. En una mezcla de cuentos fantásticos con surrealismo y absurdo, las narraciones se suceden unas a otras desconcertando y sorprendiendo al lector. Todos los personajes en este libro tienen nombres nuevos y desconocidos y poseen alguna característica por la cual se los considera casi sobrenaturales. Obviamente no voy a develar a ninguno para alentar a los lectores que se sientan atraídos por esta pequeña reseña a acercarse a la fascinante obra de J. R. Wilcock, un escritor absolutamente original.
Oligor il centauro, Lorbio il lebbroso, Baruch l’amico delle Valchirie, Aulogelio il focomelico, Elzevar l’angelo disoccupato. E ancora: Fanil il vanesio, un ragno che si annoia senza saperlo, una ferita aperta, una bestia senza nome … Ci muoviamo tra le pagine di questo libro come tra le gallerie di un museo disegnato da Escher, o tra i fotogrammi di un film di Lynch: scopriamo un mondo perturbante, popolato da creature grottesche eppure serie e contegnose, da ibridi ai confini tra le specie, da esseri umani che hanno rinunciato per sempre alla loro umanità. E proviamo un brivido di spaesamento e, al tempo stesso, di fascinazione perché sentiamo che un’ inquietante “aria di famiglia” ci accomuna a queste strane creature.
Meravigliosa scoperta di piccole gemme, strane, caleidoscopiche, stupefacenti. Ogni pagina un mondo, così lontano, così vicino. E ora tocca anche a me riportarlo in biblioteca!
Raccolta di racconti brevissimi a tema fantastico. Si passa da descrizioni di mondi inquietanti, a ritratti di personaggi o animali stravaganti a malcelate satire del mondo letterario. L'atmosfera è disturbante, oscura. Per me non è stata una lettura facile e, forse per la brevità dei singoli racconti, non so quanto me ne resterà in memoria; tuttavia voglio dare una seconda possibilità a Wilcock.
Brillante, hilarante. Setenta personajes descritos en forma de relato, que bien podrían ser 70 argumentos para 70 novelas, porque así fecunda y chispeante es la imaginación del gran Juan Rodolfo Wilcock.
Si bien su creatividad es irrefutable definitivamente no comparte esa preocupación obsesiva por desarrollar el modelo del cuento, hacerlo 'avanzar', como si por ejemplo ha hecho Ricardo Piglia. Algunos de sus relatos son descripciones a grandes rasgos y en clave surrealista de sus curiosos personajes, en otros los introduce en una situación dónde exponen sus peculiaridades. Desde ahí jugar con esas visiones de la soledad, de una forma incisiva, a veces con más empatía que otras, si bien en el conjunto general destaca un humor mordaz.
Por ejemplo tenemos el caso de una gallina gigante que cuando cruza los marcos de las puertas los destroza. Pero tampoco pasa nada porque no se mueve mucho, en verdad a esta gallina le encanta leer, lee mucho y trabaja como asesora para una editorial llamada A (Adelphi?), para los que se encarga de hacer una criba y cuando un libro no le gusta, se lo come.
O ese otro personaje que está muy apegado a las tres dimensiones porque la cuarta dimensión le da pánico. Wilcock nos describe como al cruzar un umbral puede que vaya a parar a una hiper-habitación, en las cuales al atravesar por una puerta regresa a una puerta anterior y no la siguiente, lo que estaba arriba pasa a ser abajo, a veces hace mucho frío porque debe estar en el espacio exterior, alejado del sol, en fin que lo pasa muy mal y por eso se ha comprado unos perros de compañía, a los cuales hace pasar primero y si desaparecen, entonces no cruza el umbral y espera unas horas. A veces los perretes reaparecen al cabo de dos días o desaparecen para siempre.
O el ángel que, a falta de mensajes divinos que entregar, se prostituye pero como los ángeles no tienen sexo hay clientes que se enfadan con este ser, aunque intenta animarles volando para ellos.
O la pareja que se ama tanto que nunca sale de la cama y cuando se les acaba la comida empiezan a comerse entre ellos, pero de todas formas continúan practicando sexo.
O el tipo que vive rodeado de cacharros extraños y poco útiles pero también tiene una máquina de provocar calamidades, que sólo saca cuando está sólo y siembra el mal para vengarse de la gente que le fastidia.
También hay un apocalipsis dónde desaparece la gente y la ropa intenta imitar a los seres humanos ausentes.
En fin, que me lo he pasado muy bien, ha sido muy divertido, una explosión continua de sorpresas y bromas hilarantes. Si Italo Calvino os ha resultado divertido en alguna ocasión, Wilcock lo es en ración doble.
Non sono molto tipo da racconti, ma questi, che più che racconti erano quasi tracce, impressioni, schizzi, nel complesso mi sono piaciuti. Irreali, stranianti, sicuramente da leggere un po' alla volta per non fare indigestione. Bello!
Il racconto è (forse) la forma letteraria più ardua da gestire e il luogo dove più difficile è essere originali e catturare il lettore. Ad ogni pagina bianca, ad ogni nuovo titolo la sfida ricomincia da zero. Per questo motivo, credo, sono pochi i letterati davvero grandi che sanno eccellere in particolare nello spazio ridotto di poche pagine (Gogol e Carver, Maupassant e Munro i primi nomi che vengono alla mente). E per questo motivo qui Wilcock non mi ha convinto del tutto: è innegabile la visionarieta’ e la creatività immaginifica, ma questo ribollente materiale letterario è come lasciato libero di fermentare o strabordare all’esterno, senza controllo e senza una chiara direzione costruttiva. Così, troppe volte questi strani esseri sembrano apparire e sparire senza lasciare tracce nella mente del lettore, ma solo veloci impronte sui suoi sensi (che sia black humour, stupefacenti scherzi di una natura spietata e indifferente o terrificanti crudeltà di una umanità normale). Non a caso, le prove migliori sono quelle dove lo scritto dura almeno 4-5 pagine e dove si coglie come l’autore abbia innegabili capacità evocative, se non proprio metaforiche. Forse un maggiore lavoro di ripensamento di certe intuizioni, di conseguente riscrittura e di analisi della costruzione narrativa avrebbe giovato - così resta un elenco un po’ fine a se stesso di strane invenzioni mentali...
Al igual que con ''El caos'' me queda la sensación de que es un libro de rejunte de cuentos por lo muy MUY irregular que es. Los que brillan y destacan son los que realmente contruyen un personaje y plasman a la perfección lo que anuncia el titulo, seres solitarios y la forma de convivir con la soledad. El resto de relatos (que son mayoría) insulsos y hasta me parece que faltan motivos para leerlos enteros (y eso que en promedio todos duran dos o tres páginas) porque o son boludeces que Wilcock o escribia mientras hablaba por telefono o simplemente a las tres lineas le daba paja y los terminaba ahi o rellenaba hasta el final. Tengo otro libro del autor en la estanteria y alguno que me recomendaron mucho pero por ahora no me engancha tanto, esperemos que los otros no decepcionen asi.
El microrrelato no está entre mis géneros, o subgéneros, favoritos, y menos cuando pretende ser chistoso. Lo siento, Juan Rodolfo, pero no hemos conectado.
Non avevo idea di cosa aspettarmi. Nessuna! Ho trovato delle tracce, circa una settantina, di una, due, massimo tre pagine con dei personaggi assurdi al loro interno. Mi sono abituata a loro all'incirca a metà e ho cominciato a capire qualcosa. Intendiamoci, non è un libro che fa parte dei miei generi preferiti, sempre che sia possibile incasellarlo, però ha un suo perché, o anche più di uno. I solitari descritti sommariamente, perché in pochi schizzi non si può avere un ritratto completo, sono una rappresentativa dell'umanità e della disumanità, con uno sguardo alla fantasia umana che non guasta mai. Ovviamente c'è qualcosa di scabroso, qualcosa di veramente schifoso e qualcosa di bello. In ogni caso io li considererei soltanto degli incipit, sui quali costruire delle storie, ed è proprio per questo che gli do la terza stella.
Uno dei libri più strani e assurdi che abbia mai letto! Una raccolta di micro racconti surreali. Spesso lasciano qualcosa, ci si può trovare una morale. Altri sembrano senza capo né coda, tanto da risultare disturbanti. Decisamente interessante!
Es un 3,5 pero hoy estoy generoso. Este libro no era lo que esperaba, pero en el buen sentido. Me encontré relatos bizarros, criaturas disparatadas y fantásticas, seres increíbles presentados en historias breves pero incisivas, de esas que quedan en la memoria. Un gran descubrimiento este autor.
Leggendo Wilcock ho subito pensato ai quadri dell'autore Ray Caesar (il mio avatar gli appartiene infatti). Insomma questo Wilcock è stata una piacevole scoperta, il libro è composto da capitoletti brevissimi, sono dei lampi dove il surreale ed il grottesco si mescolano dando vita a racconti che non hanno una trama. Non vi posso dire di cosa racconti con esattezza, l'autore afferma che in questa sua opera ci sono "settanta personaggi che non si incontrano mai"...e che personaggi aggiungo io! Perchè tutti noi conosciamo la figura mitologica del centauro, ma a nessuno è venuto mai in mente che un centauro possa avere difficoltà a trovare un abbigliamento consono al suo corpo strano?...e la Medusa? Passano gli anni e lei si ritrova a piangere depressa tra le statue di tutti gli uomini che ha pietrificato...e poi c'è una coppia che si ama così tanto da non uscire mai dal letto e per fame finisce per divorarsi...e poi c'è il ragno che si annoia e le bambole chiuse in un armadio che scrivono libri...e la gallina consulente di una casa editrice che mai ha fatto un uovo in vita sua etc etc...insomma leggetelo, perchè merita e poi fatemi sapere!
Curiosamente l’ho sentito vicino a Centuria di Manganelli. (Centuria è del 1979, Lo stereoscopio del 1972. Li ha entrambi in catalogo Adelphi; e forse per questo li accosto). Però se in Manganelli ho trovato ironia e incredulità e compiacenza fastidiosissime, qui mi sono imbattuto in tracce di reale inquietudine (al netto di pochi innocui, fastidiosissimi tentativi umoristici o di critica sociale ammantati di fantastico).
Questo Stereoscopio, pazienti lettori, è semplicemente formidabile. L'autore diceva che fosse in realtà un romanzo con settanta personaggi principali, che non si incontrano mai! Geniale. http://www.piegodilibri.it/libri-disp...
Con el mismo estilo de "El libro de los monstruos" Wilcock crea personajes absurdos y extraños. En esta compilación de cuentos se supera al incorporar historias que fluyen entre la locura y el horror.
Non potrebbe esserci titolo migliore di quello che l'autore ha scelto per questa sua opera: lo stereoscopio dei solitari. Settanta, brevissimi racconti, poco più che piccole immagini dalla visuale ristretta ma non prive di profondità... proprio come quelle che vedi attraverso uno stereoscopio. E ciò che ci viene mostrato sono le vite di settanta personaggi - che definire "peculiari" è quasi riduttivo - tutti diversi tra loro ma accomunati dalla medesima solitudine. Una solitudine che può essere imposta, può essere accidentale, può essere voluta; può essere individuale o di coppia, solo mentale o anche fisica; può essere sofferta oppure bramata, ma è sempre assoluta. Le storie e i personaggi raccontati sono bizzarri, a tratti mostruosi, apparentemente lontanissimi dalla realtà quotidiana... eppure profondamente umani. E' vero: molti di loro non potrebbero esistere nel mondo vero, vuoi per la loro fisionomia, o natura, o abitudini, o vicissitudini... eppure non si fatica a immaginarseli nella realtà: quante persone ci sono, tutto intorno a noi, che vivono isolati e soli per il loro essere diversi e che per questo si rifugiano nelle proprie "stranezze", per sfuggire e ritrarsi da un mondo che non li accetta? Con una prosa semplice, obiettiva, pulita, eppure curatissima e a tratti poetica, Wilckock ci propone settanta visioni al tempo stesso lucide e allucinate, che ci mostrano quanto il mondo possa essere crudele nei confronti del diverso, ma anche come il diverso esista e viva e sia ricco, in tutta la sua caleidoscopica varietà.
Lerana [...] non ha paura del buio, ma il mondo esterno è un abisso, basta aprire una porta per sprofondarci.
Non tutti i racconti mi sono piaciuti allo stesso modo: alcuni li ho trovati eccessivi nella loro bizzarria, al punto da farmi perdere completamente il contatto con la realtà e quasi respingere, allontanare il lettore dai suoi protagonisti e messaggi; altri, semplicemente, non li ho capiti; la maggior parte però mi hanno stupita piacevolmente per la loro incredibile fantasiosità e per la potenza delle loro immagini, che enfatizza e sottolinea la solitudine dei loro protagonisti; diversi mi hanno anche commossa, e mi resteranno indelebilmente impressi nella memoria (primi tra tutti "La carriera", "Lerana", "Il compagno", "La bestia", "Gli specchi"). C'è poi un piccolo gruppo di racconti, che sono forse quelli che ho preferito, in cui il tema della solitudine si affianca a una ironica e neanche troppo velata critica a certi meccanismi contorti della nostra società (come ad esempio "La lettrice", "Gli antropologi", "L'Atlantide", "I poveri").
L'unico difetto che trovo in questa raccolta è forse la sua lunghezza: forse settanta diapositive sono troppe; perché, pur essendo così diverse tra loro nella loro bizzarria, dando prova di una fantasia sconfinata, dal momento che condividono tutte lo stesso tema di fondo dopo un po' - almeno per quel che mi riguarda - hanno cominciato a non trasmettere più nulla di nuovo; tutto sembrava già detto, il messaggio era già arrivato forte e chiaro, e ogni successivo raccontino mi è parso quasi solo un modo di tirare per le lunghe un altro po'. Ho l'impressione che in tutta questa varietà qualcosa si perda e che, visto che ogni storia è così piccola e concentrata in se stessa, forse anche una raccolta più concentrata avrebbe permesso a un maggior numero di lettori di coglierne e apprezzarne il senso e il valore.
Wilcock crea mundos donde la línea divisoria entre fantasía y realidad se desdibuja. Pero a través de esta realidades fantásticas crea un retrato fidedigno de las realidades sociales de su época y unas algo vanguardistas que son las realidades que vivimos actualmente. Con un estilo narrativo único y cautivador, Wilcock nos transporta a su mundo invitándonos a reflexionar sobre aquello que nos hace seres humanos únicos e individuales y cómo funcionamos en este colectivo que llamamos sociedad. ¡Sencillamente fascinante!
Il racconto non è la composizione letteraria che preferisco ed inoltre questi mini racconti sono stati per me completamente indecifrabili. Sono arrivata alla conclusione che le "creazioni" fantastiche di questo autore non toccano nessuna delle mie corde. Pazienza, ci ho provato.