L’avevo già addocchiato più volte su Facebook, questo romanzo di Michela Marzano, ma chissà perché, non mi ci ero mai soffermata più di tanto. E’ stata la mia bibliotecaria a consigliarmelo quando l’ho preso dallo scaffale per sfogliarlo, decisa a farci un pensierino.
“E’ bellissimo, anche se doloroso”, mi ha detto.
Bellissimo ANCHE SE doloroso.
Ossimoro magico per me, che del dolore su carta mi cibo con una voracità incredibile, succhiando ogni traccia di sentimenti quali la malinconia, la sofferenza interiore, la nostalgia, la tristezza, il senso di vuoto, l’amore vero, in storie che potrebbero essere le nostre, quelle della nostra famiglia, dei nostri amici, dei nostri vicini di casa.
Ma che cos’è la lettura, se non emozione?
Detto fatto. Sia lodata la bibliotecaria, perché questo libro di Michela Marzano l’ho amato visceralmente. Sulla scia della Mazzantini, della Maraini, della Tamaro, ho un debole per le scrittrici italiane capaci di trasporre su carta le emozioni in maniera così chiara, senza filtri, e tale Michela Marzano si iscrive alla perfezione nel quadro, non fa eccezione.
La storia? Bellissima e dolorosa, come ha ben detto la bibliotecaria.
E’ la storia di Giada, una ragazza di 26 anni che si toglie la vita, lasciando la famiglia, e in particolare la madre Daria, voce narrante, nello sconforto più nero. Perché quello che segue un evento traumatico del genere, non è solo il dolore, infinito, distruttivo, quasi fisico, ma l’assenza, il vuoto fatto da tante domande, che non hanno (e mai avranno completamente) risposta.
E’ inutile per Daria, dopo lo schock, cercare sollievo in centri di mutuo soccorso o in psicoterapeuti, quello che capisce di dover fare, è buttarsi a capofitto nella vita della figlia, nei suoi segreti e sofferenze nascoste, per capire cosa può avere spinto una ragazza amatissima e all’apparenza felice, a compiere un gesto simile.
No, dentro di sè Giada non era felice. Nessuno che compie un gesto simile può essere felice.
E così Daria scopre che Giada stava da tempo cercando, inutilmente, la madre biologica, che l’aveva abbandonata alla nascita, prima che Giada e il marito la adottassero. E che questa mancanza con la quale era cresciuta, malgrado tutto il bene, materiale e affettivo, della famiglia adottiva, aveva generato in lei una frattura profonda, un inspiegabile sentimento di inadeguatezza, un profondo senso di colpa, che non riusciva a trovare sollievo in nessun modo.
Giada spingerà Daria a scoprire il suo dolore nascosto e ad interrogarsi essa stessa sul rapporto, difficile, basato sul “percepito ma non detto” con la sua stessa madre.
E’ un libro, questo, che potrebbe fare da compendio a tanti saggi di psicologia come esempio semplice, pratico e concreto, perché non è facile trattare così tanti temi scottanti, dalla maternità al suicidio, con tale delicatezza d’animo.
“Giada, questa mancanza- questo sconforto che poi diventa una slavina, rabbia e paura, dolore cieco. Questo vuoto che l’amore non colma, anche se l’amore è necessario, e senza amore si è morti, prima ancora di morire.”
Dentro ho pianto tanto, forse se fossi stata madre aver pianto ancora di più.
Un romanzo commovente, triste, che ci parla della nostra vulnerabilità, della nostra nudità, di quel desiderio di essere accolti e capiti, che ci accomuna tutti, senza esclusione.
Una storia di pancia, di quelle che io amo tanto.
Grazie, bibliotecaria.