Bob Dylan. Non è nemmeno più un nome e cognome. È uno spettro, l'evidente incarnazione di qualcosa che non c'è più, che non c'è ancora. Si ama per resa, invidia, ammirazione. Si adora perché non saremo mai come lui, non riusciremo mai a lasciarci tutto alle spalle, non saremo mai così avanti rispetto ai nostri tempi. Forse è impossibile ascoltare Dylan per la prima volta, perché si aspetta di ascoltarlo per la prima volta tutta la vita. Si aspetta pazientemente, attraverso innumerevoli ascolti casuali o attenti, di sorprendersi in un bar con una canzone mandata per caso alla radio e alzare la testa dal bicchiere o dal giornale, stupiti per l'ennesima volta che è anche la prima.
Ha lavorato come traduttore dall’inglese per Einaudi, Giunti, Isbn, Neri Pozza, Nutrimenti Mondadori e altri editori. Tra i tanti autori di cui si è occupato figurano Percival Everett, Stephen Fry, David Nicholls, John Niven, Mark Twain.
Dal 2009 al 2013 ha lavorato come lettore dall’inglese e dall’italiano per la casa editrice Adelphi.
Collabora con la rivista «Wired», con il «Corriere della Sera», con «IL» (magazine del «Sole24Ore»), con «pagina99» e con «Rivista Studio». In passato ha scritto anche per «Il Riformista» e «Liberazione».
Tra le sue pubblicazioni: Invano veritas (e/o, 2004), L’amore in bocca (Fernandel, 2007), L’unico scrittore buono è quello morto (e/o, 2012), Piccolo dizionario delle malattie letterarie (ItaloSvevo, 2016) e Le cento vite di nemesio (e/o, 2016).