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Amarella: La vera storia della bambina-cigno

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«Giuseppe Conte ha una straordinaria disinvoltura naturale nel racconto d'avventura e spoglia la sua narrazione di ogni pesantezza, di ogni convenzione, di ogni stereotipo...»
Le Monde

«Con una testarda e amorosa pervicacia, Conte si è assunto la parte di ricordare cos'è la natura a un mondo che l'ha dimenticata: che cos'è il mare, che cos'è il vento, che cos'è un albero o una roccia.»
Corriere della Sera - Pietro Citati

Come comincia la giornata di una bambina-cigno? Intanto presto, alle prime luci dell’alba. Amarella si sveglia e si alza in volo. È quello l’unico lato bello della sua immensa sventura.

«Vuoi fare l’analisi logica della lingua delle Farfalle? Chiedi a me. E come si dice ‘grazie’ nella lingua delle Balene? O quante coniugazioni hanno i verbi della lingua dei Salmoni? Trecentosessantamila, se ti può interessare. Ma a te interessano le lingue degli Umani, credo… Ma come fai a dirmi… se prima non impari almeno la tua lingua, ragazza mia ».

In seguito al naufragio che le porta via i genitori, la figlia dei Marchesi di Boscomare diventa muta. Rimasta orfana, si trasferisce a vivere con suo Zio nel tetro Castellaccio.
La bambina trascorre anni di solitudine e silenzio, vessata dai domestici e ignorata dallo Zio. Unico sollievo, l’amicizia con Agrifoglio, il contadino dislessico, diremmo ora, che le dà il nome di una pianta selvatica: Amarella.
Nonostante tutto cresce forte e coraggiosa e, quando intuisce che al castello succedono cose davvero strane, è determinata a scoprire la verità.  Ma curiosare nel laboratorio di un misterioso scienziato è davvero una buona idea? Come farà Amarella a chiedere aiuto senza poter pronunciare neanche una parola?
Un mago stralunato e il suo aiutante sono l’unica sua speranza.
Una storia magica e affascinante, che ha tutta la forza delle grandi fiabe italiane, narrata da uno dei poeti contemporanei più amati. Un racconto ricco di poesia sul potere straordinario della parola, strumento di libertà e verità.

 

94 pages, Kindle Edition

Published March 16, 2017

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About the author

Giuseppe Conte

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Giuseppe Conte è nato a Imperia nel 1945. Si è laureato in Lettere presso l'Università Statale di Milano, ed è stato collaboratore di riviste letterarie, redattore della rivista "Il Verri" diretta da Luciano Anceschi, assistente universitario di Estetica a Milano con il Prof. Dorfles e di Letteratura Italiana a Torino con il Prof. Barberi Squarotti, e docente nelle Scuole Superiori. Abbandonato l'insegnamento, si è poi dedicato a tempo pieno all'attività di scrittore. Esordisce nel 1972 con un volume come La metafora barocca (Mursia editore), destinato a diventare un punto di riferimento costante per gli studi secenteschi, e nel 1979 in poesia con L'ultimo aprile bianco (Guanda, Società di Poesia), cui seguirà nel 1983 L'oceano e il ragazzo, uscito direttamente nei tascabili della BUR di Rizzoli, che fu salutato da Italo Calvino come un libro fondamentale nel rinnovamento della poesia italiana. In seguito, ha pubblicato altre raccolte di poesia, romanzi, saggi, libri di viaggio, libretti d'opera, testi teatrali. Il suo ultimo romanzo, Il terzo ufficiale (Longanesi 2002), ha vinto i premi Hemingway e Basilicata. Ha tradotto Blake, Shelley, Whitman, D.H. Lawrence, ed ha curato l'antologia La lirica d'Occidente, Guanda 1990.
È in uscita una sua nuova antologia che, prima in Italia, comprenderà anche la poesia delle maggiori tradizioni dell'Oriente (quella araba, persiana, turca, indiana, cinese, giapponese). Dal 1986, è consulente per la poesia dell'editore Guanda (Gruppo Longanesi), e dal 1984 collaboratore di diversi quotidiani, settimanali e periodici. Ha scritto come commentatore su Stampa Sera, come critico letterario sul supplemento di Repubblica "Mercurio", e attualmente è collaboratore del Giornale e del Secolo XIX.
Tra i libri pubblicati: Lettera ai disperati sulla primavera (Ponte alle Grazie, 2006) e Ferite e rifioriture (Lo Specchio, Mondadori 2006).
Momento culminante di una storia poetica iniziata trent'anni fa con L'ultimo aprile bianco, Ferite e rifioriture si caratterizza per un registro epico, nel quale figurano, forse per la prima volta, momenti di intenso pathos autobiografico. Nel libro precipitano, dunque, abbandono, inquietudine e malinconia che investono di senso inedito il grande tema della poesia di Conte e della nostra vita: il destino della cultura occidentale.

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