"Tra tutte le voci che parlano dentro di me riconosco a volte la mia. Ma è ancora così debole ed estenuata e stanca di provare a farsi sentire nel baccano che fanno le altre."
"Per quel che mi riguarda volevo scrivere un libro sul dolore. Sulla sua forza capace di formare e deformare" (Göran Tunström, in un'intervista alla rivista letteraria svedese Ord och Bild, poco dopo la pubblicazione del romanzo).
Non mi viene in mente altra definizione se non quella dell'autore stesso. Questo è un libro sul dolore, un libro tristissimo, dove la luce è un inganno e dura sempre poco. Ho letto molte recensioni con valutazioni basse a questo romanzo, e tante portavano come argomentazione l'eccessiva "depressione" che comunica. Sono d'accordo, è molto deprimente. Sì, forse ciò deriva dalla natura scandinava di autore e personaggi. Ma è comunque bellissimo. Un libro non è da bocciare solo perché è triste. Un libro va giudicato per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse.
L'Oratorio di Natale è una storia di tre generazioni che vengono tutte toccate, in un modo o nell'altro, dalla morte di Solveig, moglie di Aron, madre di Sidner e nonna di Victor, non ancora nato. Solveig è la persona - e l'evento - da cui parte il romanzo, Solveig è colei che ha portato nella cittadina svedese di Sunne i "baci alla luce del sole" e la musica, quella musica che unirà indissolubilmente Aron, Sidner e Victor, anche se in modo diverso l'uno dall'altro. Perché Solveig muore (in bicicletta, calpestata dalle mucche) proprio mentre sta andando a darsi completamente alla musica, all'Oratorio di Natale di Bach, un'opera troppo difficile per la cittadina di Sunne, ma che grazie a lei diventa possibile. Così, con la sua morte, si rompe anche il sogno di realizzare il Juloratoriet.
"Ecco che come già tante altre volte si fa silenzio nel loro intimo, si sentono vicini, avvolti dalla musica di natale di Bach.
- Prima però devi spingermi, Sidner.
E lui appoggia le mani sul portapacchi, punta i piedi nudi nella ghiaia e le dà una spinta. Solveig si siede sulla sella e si lascia trasportare dalla discesa, i raggi cantano, sabbia e sassolini schizzano via e lei si riempie i polmoni di tutta l'estate che le viene incontro dagli alberi e dai fossi, respira i profumi delle regine dei prati, delle presuole gialle e delle margherite, e Sidner corre dall'altra parte della fattoria, si affaccia alla parete scoscesa, proprio sopra la curva e grida "Ciao...", e vede le mucche, vede suo padre, vede Solveig frenare coi piedi, vede la catena saltare, vede che non riesce a deviare, vede le prime mucche gettarsi di lato per scansare quella freccia scagliata a tutta velocità, vede che quelle dietro non fanno in tempo, vede che lei precipita in quella caverna di carne e ossa e zoccoli, la vede cadere e rimanere a terra mentre le bestie la calpestano, a lungo, anche dopo che lei non esiste più - "Ci sono attimi", scrive Sidner nel suo quaderno 'Sulle carezze', "che non hanno mai fine"."
La scrittura di Tunström è, come scrive Fulvio Ferrari nella postfazione, swedenborghiana; soprattutto negli stralci del diario di Sidner, "Sulle carezze". Risulta infatti ossessiva nella particolarità sintattiche e lessicali della prosa di Sidner, che è forse anche il vero protagonista del romanzo.
Aron viene toccato in maniera devastante dalla morte della moglie. Si rifugia in un mondo suo, un mondo falso e illusorio, un mondo nel quale può riportare indietro la moglie dall'Aldilà. L'atteggiamento con il quale Aron affronta il dolore della perdita è l'atteggiamento di non ritorno, quello sbagliato.
Sidner invece affronta il dolore in maniera simile, con la differenza che lui riesce a riemergere e salvarsi. Sidner è lo stesso che impedisce alla sorella Eva-Liisa di vedere la morte della madre quando si sta rendendo conto di quello che succede. Le copre gli occhi e le dice di non guardare, di non andare dalla mamma. Non sa perché lo sta facendo, è ancora piccolo, ma sa che è quello che deve fare. Ho trovato questo gesto fondamentale, perché impedirà a Eva-Liisa di soffrire come il padre e il fratello. Inizialmente anche Sidner, come Aron, si sentirà "rotto" nell'animo:
"Sidner perse l'equilibrio e fece cadere il mucchio di dischi rotti sulle ginocchia di Beryl. Lei raccolse un frammento triangolare su cui era ancora leggibile l'etichetta.
- Non credi che si possano aggiustare?
Sidner scosse la testa.
- Non si può.- E ancora poco rassicurato davanti a lei, raccoglie i pezzetti e se li infila nella giacca, poi si appoggia al muro:
- Devono restare rotti."
Poi però verrà aggiustato. Da Splendid, un amico fiabesco, chiacchierone e sincero. Splendid è tutto ciò che Sidner non è. Splendid fa riemergere Sidner dalla sua dimensione di libri e tristezza, da una scuola che gli aveva addirittura fatto smettere di scrivere:
"[...] Da quel giorno non riuscì più a scrivere. Le pagine rimasero bianche.
Riusciva però a leggere.
Aprire un grosso libro e immergervisi! Una giungla in una pagina, un fiume impetuoso nell'altra. Nessuno ti può raggiungere sulla cornice rocciosa tra il Punto e la Lettera maiuscola. Può infilarsi come un onisco tra le parole e la carta e rimanere lì immobile, sbirciando fuori di tanto in tanto. Può fare il solletico sulla schiena alle parole e sentirle ridere solo per lui. Può vagare nella foresta dei vocaboli, dove i giochi di luce sono così belli, ed a ogni curva del testo scoprire qualcosa di nuovo: parole come arcate, come chiome d'alberi, come corpi e come fiamme. Animali sconosciuti vi circolano emettendo versi ignoti. Ci sono città segrete, villaggi, strane imbarcazioni e gente che parla in tanti modi diversi. Ci sono persone adulte e altre che sono già morte, e tutte gli insegnano qualcosa che forse non dovrebbe ancora sapere. Ci sono molte cose che non capisce e questo è quel che più gli dà gioia, perché vuol dire che ha davanti tutto un mondo che deve raggiungere. L'incomprensibile è la cosa più bella o, come avrebbe scritto un giorno: «Non so, per questo devo andare avanti»."
Prima Splendid, poi Splendid ed Eva-Liisa ("Capì che loro avevano amore") faranno riemergere Sidner, che sceglierà una strada diversa dal padre. Ma sarà Victor, il figlio di Sidner, a concludere il cerchio, a terminare il Juloratoriet a Sunne, perché lui è nato con la morte di Solveig, lui è il frutto di un evento doloroso e tragico, la sua vita è iniziata quando è finita quella della nonna, tanto tempo prima.
E in mezzo sono passati tantissimi personaggi, ognuno con il proprio dramma interiore, con la propria "incrinatura mentale", come quella di Sidner di cui abbiamo parlato sopra:
"La malattia continuava. Sidner fluttuava avanti e indietro tra le isole e gli scogli dei suoi sogni, a volte la sua barca si fracassava e lui si lasciava colare a picco. Voleva morire per raggiungere al più presto Solveig in cielo. Lei era lassù e lo aspettava. Era bello starsene sdraiato sotto la coperta e guardarla, sentirla cantare una canzone o ascoltare i racconti sull'America e le lucciole sotto la veranda; lui s'arrabbiava con Aron ed Eva-Liisa che interrompevano i suoi sogni con l'odore umido di vestiti appena lavati e appesi sopra la stufa, si arrabbiava per l'odore di cibo e la musica che saliva dall'albergo. Si arrabbiava perché il mondo esisteva. E perché era tanto più brutto di quella realtà, la realtà vera."
Anche il premio nobel Selma Lagerlöf compare nel romanzo, riuscendo a farsi amare come un'anziana zia che la sa lunga sul mondo. L'oratorio di Natale non è che un connubio di personaggi che attraversano il proprio dolore, cercando di aggrapparsi a qualcosa di vero e di autentico. È un capolavoro, perché libri così potenti ed emotivi non ne leggevo da tempo, perché ha saputo farmi piangere e - nonostante tutto - sorridere, perché ho sentito i personaggi come se fossero stati veri, dei miei conoscenti, una rappresentazione dell'umanità che prova sentimenti veri e non fa solo finta di viverli.