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Giovani

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Approntata dall’autore stesso, ma uscita postuma nel 1920 presso Treves a pochi mesi dalla sua morte, questa scelta di novelle copre il periodo della maturità di Tozzi e della sua ormai avviata affermazione nel mondo letterario italiano, che, se la morte prematura non lo avesse sorpreso, si sarebbe evoluta in sicura preminenza.
Ma già la nutrita produzione nel breve arco della sua vita (1883-1920), sia nell’ambito dei romanzi (tra i quali l’assoluto capolavoro Con gli occhi chiusi), sia in quello delle novelle, configura Tozzi come uno dei massimi narratori italiani. Autore poco adattabile ad un gusto facile di lettore, impietoso e crudo come pochi altri nel disvelamento della condizione umana, senza l’attenuazione del (pur amaro) riso pirandelliano o dell’ironia sveviana, refrattario ad ogni rigida determinazione critica, Tozzi, nelle sue novelle, manifesta una rara forza espressiva, nonché una virtù innovativa sia nella trattazione dei temi e dei personaggi, che nella strutturazione formale del narrare. Di tali qualità è ottimo esempio la raccolta Giovani, la cui riproposta è qui accompagnata, nell’Introduzione, da una lettura che per la prima volta si è potuta giovare di riferimenti alla lezione originaria (manoscritta o dattiloscritta) dei testi.

188 pages, Paperback

First published January 1, 1920

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About the author

Federigo Tozzi

126 books12 followers
Federigo Tozzi was the son of an innkeeper. He first worked as a railway official, then took over running his father's inn. In 1911 he published his first book of poetry. In 1913 he began to work on his first novel, Con gli occhi chiusi ("With closed eyes"), a highly autobiographical text. In this year, he also founded the magazine La Torre. Tozzi then became a journalist in Rome. Through his literary activity, he caught the attention of the writer Luigi Pirandello, who subsequently supported him. Tozzi died 1920 in Rome of influenza and pneumonia.

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Profile Image for Andrea Fiore.
296 reviews80 followers
April 10, 2022
Qualche mese fa ho letto la raccolta di novelle Giovani di Federigo Tozzi, uno scrittore che ho trovato unico, dotato di una prosa tanto potente nel risultato quanto sciatta nell'esecuzione. Difatti la forza di queste novelle non sta nelle situazioni o nei personaggi, ma innanzitutto nello stile dell’autore: se la squallida pensione del Papà Goriot è descritta da Balzac con tanta maestria da sembrare solo grottesca, lo stile maldestro di Tozzi trasmette invece un forte senso di impotenza e di angustia; ma nella sua inettitudine non c’è posto per il comico, solo per il tragico.

"Leggeva il Petrarca e faceva qualche sonetto: altri libri, del resto, non gli erano né meno mai capitati. Ma era nato con certe qualità d'animo non comuni tra gli abitanti di Chiusdino. Aveva avuto sempre paura che suo padre fosse troppo severo con i contadini. Perciò quando sapeva di qualche ordine da dare, trovava il modo per non esserci presente. Aveva sempre bisogno di pensare cose per le quali si potesse sentire buono e apprezzato. E non c'era bontà ch'egli non conoscesse prima degli altri; secondo l'opinione che si facesse di sé medesimo.
Quando, la sera d'estate, esciva a spasso con il dottore o con l'arciprete, se un usignolo cantava, egli aveva l'aria di dire: «Voi ascoltate ora la sua voce, ma io lo sapevo che vi sarebbe piaciuta»
"

"Con lei si era mostrato sempre come il fratello, forse, non se l’immaginava né meno; perché il fratello certe cose, ch’egli poteva confidare a lei, non le avrebbe né meno ascoltate. C’era in lui come un rimpianto della vita in collegio e dei suoi insegnanti; e, benché ora fosse libero e ricco, gli pareva di sacrificare una parte di se stesso. Egli non aveva più dimenticato quel suo compagno di scuola, un nobile, che si faceva fare i compiti da lui; regalandogli i pezzi di cioccolata e le caramelle; che, dopo, egli da sé non aveva né meno più pensato a comprare. Egli sentiva che anche molti altri erano più fini di lui; e pareva che potessero vivere in un modo ch’egli non capiva né meno."

A tratti sa essere anche brutale, non perché indugi in particolari morbosi, ma perché il suo stile non negozia nulla:

"Minello aveva già fatto gli occhi cattivi: si capiva bene perché gli doventano più limpidi e più chiari. Il ragazzo smise di ridere e cominciò a divincolarsi. Per tenerlo meglio, Minello lo prese per i capelli e con tutto il suo comodo lo picchiò a pugni su la faccia. La madre, fattasi coraggio, gli avvinghiò le braccia. Egli, allora, lasciò il figliolo e picchiò lei; cacciandola tra i sacchi del grano. Jacopo, tremando, cadde in terra con le convulsioni."

"Il giovine, fuori di sé, prese un coltello da sopra il canterano; e, con il cuore che gli sbatteva, stette pronto per quando la porta cedesse o si rompesse. Certo, se il padre fosse entrato, il figlio lo avrebbe ammazzato! Ma non poteva allontanare da sé la dolcezza della mattinata, che gli pareva sempre più soave; e, con il coltello in mano, pensava a cose che lo estasiavano. Egli sentiva che non lui soltanto ma anche la sua giovinezza reggeva la porta chiusa; che egli pigiava forte con tutta una spalla, perché la serratura non sarebbe stata abbastanza forte."

Questa prosa brusca produce un effetto vertiginoso quando, nel mezzo dei suoi periodi così goffi, troviamo incastonate frasi come “Mi accorsi che i suoi denti insanguinavano il pane” o “Pareva che gridasse anche con gli occhi spalancati”, dettagli degni del terzo occhio di un matto (leggere le prime righe de Il crocifisso per credere).
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