Therese, giovane donna ossessionata dal trascendente, ha abbandonato lavoro e affetti per rinchiudersi in una camera d'albergo, intenzionata a non uscire né comunicare con l'esterno finché non avrà risolto l'enigma che la assilla sin dall'infanzia. Nel farlo, lavora convulsamente a una lettera gremita di ritagli, fotografie, diagrammi, schizzi e correzioni; il risultato è un romanzo che ibrida confessione privata e pamphlet filosofico, giallo a chiave e libro illustrato, per raccontare una storia di profonda tensione esistenziale.
Francesco D'Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l'esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014) e Ultimo piano (Imprimatur 2015) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell'Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
Vivo nella convinzione (forse più nella speranza) che la letteratura sia comunicazione quindi quando mi trovo davanti queste opere del tutto prive di intenti comunicativi che sono più simili ad atti di autoerotismo che a opere letterarie mi arrabbio un po'. Chiaramente il buon D'Isa aveva bisogno di sciorinare la sua formazione filosofica, così ha preso i suoi bei manuali e ha iniziato a scrivere un romanzo epistolare in cui, in ogni lettera o quasi, viene espressa una differente elucubrazione filosofica del tutto fine a se stessa. La mia tesi è avvalorata dal fatto che all'interno de La stanza di Therese non è raccontata alcuna storia, a D'Isa non gliene importa nulla di dirci chi è Therese, chi sua sorella, quale siano le loro storie. Affatto. D'Isa crea una scenografia che possa fare da sfondo al suo teatrino filosofico ma giunta alla fine del libro ho l'impressione di non aver letto proprio un bel niente.
Questo libro è innanzitutto un piacere per gli occhi: forse non dovrei cominciare da questo, ma uno degli aspetti che più mi ha colpito riguarda proprio le illustrazioni dell'autore, che rendono l'opera un ottimo esempio di arte trasversale, di postmodernismo (l'inserimento e l'interpolazione di citazioni provenienti da ogni tempo e riprodotte come se fossero veri ritagli di libri è riuscitissima, ad esempio), oltre ad aiutare - e molto - nella comprensione del testo.
La stanza di Therese non è un romanzo, anche se parrebbe tale dalle prime pagine: ci troviamo davanti a una confessione, a un'opera epistolare completamente votata alla filosofia. Attraverso la protagonista, D'Isa fa porre anche al lettore domande metafisiche, quelle da un milione di dollari per ogni amante della filosofia (perché esiste questo mondo e non un altro? L' essere coincide col nulla? Come ci si pone di fronte all'infinito? Può essere che qualcosa sia e non sia allo stesso tempo? Vediamo solo per speculum et in aenigmate le cose del mondo? etc.). Domande sulla vita, l'universo e tutto quanto la cui risposta non è, purtroppo, il rassicurante 42. Ciò che rende "letterario" tutto ciò è, a mio parere, la sottile trama che fa da sfondo, e che consiste nella storia personale di Therese e sua sorella (il nome viene cancellato, così come quello di altre persone o di luoghi), la quale provvede ad aggiungere note e pareri a margine delle lettere che la protagonista le invia - scelta narrativa azzeccatissima e che, se vogliamo, "distende" un po' i toni della storia. Le due sorelle, inoltre, non potrebbero avere visioni del mondo più diverse: mondanità e timidezza, carriera e rinuncia volontaria a ogni competizione, pratica e metafisica. E Therese viene spesso rimproverata da sua sorella per essere una disadattata piena di complessi, che si arrovella su questioni insolubili. In effetti, chiudersi in una stanza dopo un non precisato incidente per tentare di spiegare l'infinito, il vuoto e l'esistenza non è cosa di tutti i giorni, anche se spesso ho dei dubbi su chi sia invidiosa di chi, dietro quella maschera di supponenza...
Ad ogni modo, nonostante la comprensibile difficoltà di certi passi (ma, come per il libro di filosofia delle superiori o degli esami universitari, basta concentrarsi e rilassarsi e rileggere anche più volte e la soluzione arriva), sono davvero felice di aver letto qualcosa di così diverso dall'ordinario, anche, ripeto, grazie alle illustrazioni meravigliose ed essenziali, le quali rendono quest'opera un ibrido tra il visivo e il testuale; lo stile che D'Isa adotta, inoltre, è oltremodo scorrevole, sempre fluido e mai eccessivamente artificioso (illuminanti l'esempio del diavoletto, la storia del mago o il paradosso del mentitore), oltre ad esser capace di far trasparire emozioni, creare empatia nonostante l'astrattezza dei concetti. La stanza di Therese è, dunque, una stanza d'albergo tanto quanto uno scomparto della sua mente o anche un (non)luogo dove si applica la filosofia, che non funge, però, da consolatio, ma scoperchia gli avelli di altre domande, in una reazione a catena che non troverà mai fine (tutto esiste? Ogni cosa esiste solo perchè lo percepiamo da determinate angolazioni, "con determinate lenti"?)...
Ottimo inizio d'anno relativamente alle letture, devo dire. Promosso!
★★★ e mezzo. Un grande potenziale, bellissima la parte grafica. "Che importanza hanno le cose che facciamo se non cancellano il dubbio, il rumore di fondo della vita? Che valore hanno successo, potere, amore, piacere, dolore e desideri, davanti all'infinito?"
Finalmente un libro in cui gli interventi visual writing hanno un senso. “La stanza di Therese” è un libro inusuale, insolito: costruito sulla base di alcune pagine di diario di Therese, che decide di chiudersi in una stanza, o meglio, di chiudere il mondo fuori da sé, per interrogarsi su “ciò che vi è.” Ne esce un’interessante compendio sull’esistenza di Dio, l’infinito, i paradossi logici, impreziosito da disegni, correzioni, note, osservazioni a margine della sorella che fanno da controcanto e ne arricchiscono e completano la trama. Forse per chi è smaliziato con certa filosofia potrà sembrare un esercizio di Filosofia 101, ma di certo una cosa così nel panorama letterario italiano mancava.
Alla fine restano sulla pagina le lettere inquiete scritte da Therese alla sorella: un discorso in fondo normale, assediato da elementi iconografici interessanti ma incapaci di integrarvisi, trattenendosi ai margini, come ornamenti, al pari delle annotazioni della sorella: senza che siano evocate voci alternative, parallele, represse, rimosse, nascoste ecc. o che davvero il discorso si rompa o trasformi in altro.
Di per sé la profondità e l'acume con cui viene scandagliato l'infinito sono encomiabili. Certo è che si sente la narrazione forzata, dove l'analisi filosofica primeggia muore un po' la forma. Lo consiglio ma più per una approfondita prospettiva sul tema che per una bella storia.
Ma soprattutto, che me ne importa dell'esistenza di dio? Che cosa mi cambia? Mi passerebbe la fame, la sete, il dolore, il piacere, il desiderio? Avevi ragione quando dicevi che sono piena di 'stupide fisse', dai collage coi libri al tagliarmi i capelli da sola, ho cucito le mie idiosincrasie su misura dei miei difetti. Smetto di studiare perché odio la competizione, non mi butto in amore, o finisce male, perché 'lui non mi capisce'... per giustificarmi costruisco teorie sul mondo, utili finché non passa abbastanza tempo da considerare le mie scelte parte di un passato che non mi riguarda più. Anche il mio dilagante bisogno di comprendere è un modo per sopportare i colpi della sorte, più facili da accettare se li sistemo in un gioco illusorio di causa; è come quando, davanti ad una malattia, si scambia la sua origine per una cura.
Forse l'errore di questo libro sta nella forma in cui è stato scritto. Dal mio punto di vista, la forma narrativa non gli rende giustizia e lo rende, anzi, molto più pesante di quello che potrebbe essere. Forse il mio problema è stato l'approccio. Mi aspettavo qualcosa di diverso e aspettarsi qualcosa - in generale - mi ha sempre causato delle "scottature" in tal senso. Ancora una volta, però, non riesco a capire perché nella quarta di copertina si inseriscano elementi che poi non sono affatto presenti nel testo o che almeno io non sono riuscita in alcun modo ad identificare. Per chi segue l'autore sui social è facile riconoscere gli argomenti filosofici di suo interesse, ci ho visto molti dei suoi cavalli di battaglia (anche ovviamente). Tuttavia, ancora una volta ribadisco: la forma narrativa è debole, soprattutto la scelta di inserire la voce fuori campo della sorella di Therese, quando questa alla fine non ha un ruolo effettivo. Rimane un contorno spurio, puramente oppositivo, ma tale ruolo sarebbe stato reso anche se ci fossimo affidati solo alle parole di Therese. Per me un no, onestamente. Non lo consiglierei.
Piccola nota a margine: l'ho ascoltato su Audible e ho detestato ogni singolo minuto
Una ragazza di nome Therese si barrica in una stanza d’albergo col fine di trovare risposte alle domande che le stanno a cuore e che la tormentano. Il romanzo è molto ben riuscito per struttura e resa grafica. Il testo è corredato di immagini, infatti Therese scambia delle lettere con la sorella che ha un carattere diametralmente opposto. Therese scrive lettere fatte di parole e ritagli di libri e citazioni, la sorella rispedisce a Therese la stessa lettera con delle annotazioni. Il lettore legge le lettere annotate. La struttura e la componente grafica sono quindi ricercate, e rendono il libro unico. La parte narrativa è poco convincente. Therese scrive lettere fatte principalmente di speculazioni sul rapporto Zero e Infinito, immancabilmente parla di Dio, della sua esistenza e del rapporto col divino; tra una lettera e l’altra salta anche fuori la relazione tra le sorelle, qualche aneddoto, ma principalmente sono speculazioni filosofiche, che devo ammettere mi hanno un po’ annoiato in alcuni punti. In definitiva romanzo che ricorderò più per la sua forma che per il contenuto narrativo. Con una storia più forte e meno speculazioni filosofiche sarebbe stato un capolavoro per quanto è bella la struttura del romanzo, resta l’originalità che è degna di nota.