San Pietroburgo 1849, Fëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi», vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.
A well-known journalist, Jan Brokken made his debut as a writer in 1984 with the largely autobiographical novel De provincie (The Province), the story of a youth spent in the countryside, which was made into a successful film. He has published gripping travel books about, among others, Africa, Indonesia and Curaçao, and is the author of the acclaimed and bestselling novels De blinde passagiers (The Blind Passengers, 1996), De droevige kampioen (The Sad Champion, 1998) and Jungle Rudy (2006). His work, which has been translated into several languages, has been compared in the international press to that of Graham Greene and Bruce Chatwin.
Dostoevskij in Siberia J. Brokken, nel celebre "Anime baltiche", parla anche della famiglia del barone Alexander Von Wrangel il quale fu presente, allora sedicenne, alla simulata esecuzione di Dostoevskij, di cui successivamente divenne grande amico. Gli eredi del barone hanno quindi contattato l'autore per fargli leggere le lettere inedite in loro possesso : la corrispondenza fra il loro antenato e il famoso scrittore russo. Ebbe così inizio il lavoro di documentazione che costituisce la base di questo bel libro particolarmente interessante non solo per chi ama Dostoevskij.
Nel 1854 Alexander, al servizio del Ministero della Giustizia, optò "per un incarico nell'angolo più remoto e più deserto della Siberia sudoccidentale". Fu lì che incontrò l'illustre internato, quando ormai aveva già scontato il periodo più duro della detenzione, tanto che la loro amicizia poté condurli a dimorare nella piccola e graziosa tenuta chiamata Il Giardino dei Cosacchi . Dostoevskij stava scrivendo "Memorie dalla casa dei morti", e Alexander riuscì a rendergli la vita più confortevole in quella Siberia gelata d'inverno e funestata dalle zanzare d'estate. Un certo rilievo è dato alle loro parallele storie d'amore assai intricate : per lo scrittore russo si trattava della donna che, rimasta poi vedova, divenne sua moglie.
Il libro è molto bello, di pregevole scrittura. Altrettanto interessante è l'aspetto biografico. Nei Paesi nordici, il romanzo storico-biografico è una realtà letteraria che sta dando ottimi risultati. Si tratta di opere documentatissime che non indugiano in orpelli romanzeschi : il 'vero storico' e il 'vero poetico' sono intesi nel senso più rigoroso possibile. A questa categoria appartengono a buon diritto i testi di Brokken.
“La Siberia è un paese selvaggio, Alexander Igorovič. È un paese popolato da esseri semiferoci che si divorano a vicenda come ragni in un bicchiere. Da umiliati e offesi, da esseri umani corrotti, da tutta la feccia rifiutata dalla Russia. Brulica di ladri, briganti, banditi, che rendono pericolose tutte le strade”.
In Siberia, tra Omsk e i monti Altaj, dove scorrono i fiumi Irtys e Amur, Dostoevskij è in esilio con la sola compagnia dell'amico Alexander Von Wrangel, un nobile diplomatico di origini baltiche, e tutto è selvaggio, spoglio e misero, ma libero. Libertà che il giovane Fedor aveva trovato nel circolo Petrasevskij, dove si diffondevano idee progressiste e rivoluzionarie, un nuovo linguaggio e un'utopia, prima dell'avvento delle riforme. Ma quella strada condusse alla fortezza di Pietro e Paolo, per otto mesi. Così, con il profumo della steppa nello spirito, l'autore di Povera gente si trovò al confino, dopo che la sua condanna a morte venne convertita in lavori forzati e leva obbligatoria, a seguito della grazia concessa dallo zar, grazia la cui notizia venne portata da un messaggero a cavallo, con il plotone già pronto all'esecuzione. Questi gli ultimi pensieri di Fedor Michailovic, attraversando nel cuore quel funesto differimento del fato, come apprendiamo nello specchio mistico del principe Myskyn: i suoi parenti, i suoi cari, il destino e la vita, la luce dorata del sole. Jan Brokken ci consegna un testo coraggioso e pieno di tesori nascosti: narra con la voce di Saşa, Alexander Igorovic, gli eventi e le avventure contenute in lettere, diari e memorie, la sostanza inafferrabile di un'amicizia autentica. Wrangel e Dostoevskij condivisero l'esperienza del confino dello scrittore, i suoi tormenti, il suo ardore per lo scrivere e il pubblicare, l'ossessione per la conoscenza e per il mescolarsi di innocenza e crimine, di pensieri tenebrosi e illuminati: nel guscio della dacia di Semipalatinsk, dove li accoglieva il giardino fecondo e copioso di piante e fiori allogene e inusuali, i due amici si intrattenevano in conversazioni e dialoghi sulla vita e la natura di ogni forma di amore, indagando le profondità psicologiche di ogni animo umano. Da qui F.M., come risulta nel testo, estraeva la linfa per creare personaggi appassionati e avventure di immediata immedesimazione, storie che avrebbero cambiato non solo la Russia ma il mondo intero, come Le memorie dalla casa dei morti, Umiliati e offesi, I demoni, L'idiota e Delitto e castigo. Eppure F.M. era prigioniero di se stesso, e non furono né il matrimonio né la confidenza né la progressiva e parallela emancipazione come artista e come cittadino a liberarlo da un'interiorità iniqua e scismatica, ad aprirgli un varco fuori dal suo inferno privato, fatto di malattia, alcool, gioco e debiti. Gli amici a volte condividono la stessa sorte e qualcosa in più: questi due grandi uomini erano entrambi innamorati della donna sbagliata, nel senso di una donna meravigliosa ma già sposata, con figli. Sentimento che portò uno a un duello a rischio di vita, l'altro all'esposizione completa e alla perdita di tutto. Corrispondenze romantiche e maschili aderiscono tra i due; Marija è povera e sposata a un fallito, per lo scrittore è una santa piena di purezza, ma è cagionevole di salute e gli oppone un rivale più giovane; Katja invece è carnale e vive nel lusso, usa gelosia e adulterio per vivere a pieno l'esistenza e fuggire dal senso di controllo. Entrambi gli uomini sono dentro un gioco dove non possono che perdere, ricordando e cercando la felicità in un sentimento irrazionale, senza fine né regole né concessioni. La relazione vive di sensibilità e durezza, egoismo e equilibrio. Dostoevskij è passione e irritabilità, generosità creativa e crudele estremismo. L'amore è un sentimento pericoloso e fissato sull'ignoto: ”a volte la speranza è un'esperienza più intensa dello stesso vissuto”. Delicato e acuto, Brokken è abile nel costruire il dramma e nell'interrogare la storia, e le sue pagine sviluppano una strategia narrativa che, oltre le apparenze, riesce a cogliere il potere segreto che il legame di fratellanza nel tempo custodisce e tramanda, anche se e quando definito da conseguenze dolorose e inesplicabili. E così ne usciamo tutti più russi di prima.
“Avevo girato il mondo intero per dimenticarla, e fu la prima persona che incontrai sulla Prospettiva Nevskij”.
Alexander von Wrangel e Fëdor Michajlovič Dostoevskij si conoscono in Siberia nel 1853; il primo, barone russo di origini baltiche, si trova nel remoto distretto di Semipalatinsk in qualità di procuratore agli Affari statali e penali, mentre Dostoevskij (che ha già trascorso quattro anni in un campo di lavoro siberiano) sta scontando il resto della sua condanna a vita come soldato coatto. Ventuno anni il primo, trentaquattro il secondo; il giovane Alexander in attesa di un fulgido avvenire, il maturo Dostoevskij invece depresso, cagionevole di salute, abbattuto per il divieto di lasciare la Siberia e, soprattutto, pubblicare le sue opere.
Il carcere siberiano dove fu prigioniero Dostoevskij oggi è diventato un museo.
L’incontro e la lunga amicizia tra i due uomini viene ricostruita da Jan Brokken attraverso i diari del barone e le lettere che entrambi si scambiarono per quasi tutta la vita. Il libro, quindi, è una biografia della vita dei due amici e l’autore scrive di essere intervenuto molto poco, lavorando più come un editor che rende fluido il racconto, fa ricerche per eliminare le incongruenze e correda il testo di note per approfondire alcune questioni senza alterare la sostanza dei documenti originali.
La casa dove Fëdor Dostoevskij ha vissuto a Semipalatinsk è stata trasformata nel Museo Statale della letteratura.
Le premesse sono senz’altro interessanti ma il risultato non è esaltante: il ritmo della narrazione è lento e gli eventi riportati della vita di Dostoevskij si ripetono senza grandi cambiamenti (mancanza cronica di denaro, depressione per il divieto di pubblicare le sue opere, amore matto e disperatissimo per Marija Isaijeva, conosciuta a Semipalatinsk e sposata qualche anno dopo). Il valore documentale del libro, invece, è tutt’altro che trascurabile: attraverso le parole di Alexander conosciamo direttamente gli uomini e le donne che sono poi diventati personaggi di alcune delle opere scritte (o più semplicemente immaginate) da Dostoevskij in quel periodo e, cosa molto più interessante, come lo scrittore russo abbia tratto ispirazione (innalzandoli a paradigmi universali) da alcuni episodi della sua vita e di quella dello stesso von Wrangel. Conosciamo così i retroscena di Memorie dalla casa dei morti, Umiliati e offesi, L'idiota, Delitto e castigo, L'eterno marito.
Marija Isaijeva, la prima moglie di Dostoevskij.
Il personaggio più importante, per l’influenza sulla vita e l’opera, è Marija Isaijeva, la donna di cui Dostoevskij si innamora follemente: la loro storia d’amore procede (da parte dello scrittore russo) tra drammi, eccessi passionali e ostacoli che si frappongono tra loro; l’atteggiamento di Dostoevskij richiama le pagine de L’Idiota o de I fratelli Karamàzov in cui una stessa donna viene contesa da più uomini che finiscono per commettere pazzie ed essere emarginati dalla società.
Mi sono avvicinata a questo libro con un misto di scetticismo e curiosità. Adoro Dostoevskij e l'idea che esistesse un qualche libro sul suo esilio siberiano mi intrigava, ma al tempo stesso, con il mio amore-odio per i romanzi storici contemporanei, non potevo non avere qualche timore. Fortunatamente, è bastato aprire il libro per mettere da parte dubbi e titubanze: ancora fatico a crederci, ma questo volumetto si è rivelato una piacevole sorpresa dalla primissima pagina e l'ho chiuso dispiaciuta per averlo (già) finito.
Il giardino dei cosacchi si trova a metà tra un romanzo storico e una biografia romanzata, nel senso positivo del termine. Brokken ha fatto un lavoro certosino e si vede: ha raccolto diari, memorie e lettere (alcune fatte tradurre appositamente per poter lavorare a questo libro) per restituire al meglio i pensieri di Wrangel e un'immagine di Dostoevskij che è sì vista attraverso gli occhi del suo amico barone, ma è anche familiare al lettore che conosce la sua opera. Non sono una grande amante della narrazione in prima persona, lo trovo molto limitante e per un autore poco attento può rivelarsi fatale, il destino ha voluto che questo non fosse il caso di Brokken e il risultato è stato ottimo. Vediamo e viviamo la storia attraverso le parole, i pensieri e gli sguardi di Aleksandr Wrangel, che Brokken non abbellisce ma restituisce come li ha trovati nelle sue meticolose ricerche. Il risultato è un libro che sa di memoriale in cui Wrangel racconta e si racconta in relazione a Dostoevskij, cui è stato molto vicino in Siberia (Dosto costrettovi all'esilio, Wrangel arrivatovi volontariamente come funzionario). Il romanzo parla grazie a Wrangel, ma il perno attorno a cui ruota è il grande Fëdor Michajlovič, l'uomo che, come scrittore, ha saputo scrutare gli animi umani come pochi prima e dopo di lui.
Dopo questa sviolinata necessaria (quando c'è Dosto di mezzo mi è difficile contenermi, mi agito), qualche parola va spesa per le altre cose che mi hanno fatto innamorare di questo libro. Se è vero che è stato il nome di Dostoevskij ad intrigarmi, va detto che il colpo di fulmine definitivo è scattato con le due piccole mappe e, soprattutto, con le note incluse alla fine del testo - non molte, le necessarie per aggiungere qualche delucidazione o informazione che avrebbe appesantito il testo. Tanto è bastato per darmi il romanzo storico dei miei sogni, che da tanto desideravo e non avevo smesso di sognare, con la narrazione che ben si mescola al rigore storico, rispettato come è giusto che sia. I voli pindarici eccessivi sono di rado di mio gusto e più passa il tempo più vi divento allergica, ma Brokken è stato davvero una ventata di aria fresca e tornerò a leggerlo molto volentieri.
The prolific Dutch writer Jan Brokken has a very good reputation when it comes to the genre of docu-fiction, especially his Baltische zielen: Lotgevallen in Estland, Letland en Litouwen ("Baltic Souls", not translated in English yet) is widely praised. But in this more historical book he seemed less inspired. It is focused on the friendship between the young Russian baron von Wrangel and the great writer Fyodor Dostoyevsky. There is a quite extensive correspondence conserved between the two, and it seems to me that Brokken did not succeed in processing that documentation into a real novel. But the author surely knows quite a lot about the Tsarist Russia from the mid-19th century. He is constantly trying to link certain incidents between Wrangel and Dostoevsky to passages in the (later) work of Dostoevsky, but that gives a very artificial impression. The Master of Petersburg by J.M. Coetzee, for example, gives more insight into the shaky psyché of the great master (although I also thought that book was not really successful). So, unfortunately, this didn’t really resonate with me. But I can imagine that someone who doesn't know much about the life and work of Dostoevsky will appreciate the book of Jan Brokken more.
Molto contenta di aver superato la parte centrale, forse un po’ troppo dedicata alla vita sentimentale di Dosto, ma ne è valsa la pena. Grandissimo scrittore, rileggerò sicuramente le sue opere , (il più amato “ i demoni “) purtroppo, come tanti grandi , molto debole nella vita pratica: la sua vita è stata una grande sofferenza ma ci ha lasciato dei capolavori.
Ik heb veel van Dostojevski’s romans gelezen en was altijd onder de indruk. Na het lezen van dit relaas over de vriendschap tussen hem en officier van justitie von Wrangel heb ik zin om De Idioot en Schuld en Boete te herlezen. Toen ik die boeken las wist ik niets van de verbanning van Dostojevski naar Siberië. Dat hij tien jaar lang omringd werd door misdadigers doet een nieuw licht schijnen op zijn begrip voor het slechte in de mens dat in zijn boeken steeds opnieuw tot uiting komt. De Kozakkentuin is gebaseerd op de correspondentie tussen beide vrienden. 'Gelukkig bestond er toen nog geen e-mail', dacht ik regelmatig tijdens het lezen. Dit boek zou anders nooit geschreven zijn. Rode verhaaldraad? Dostojevksi en von Wrangel zijn elk stapelverliefd op de voor hen verkeerde vrouw. Minpuntje? De steeds opnieuw herhaalde smachtende passages halen de vaart uit de roman. Verbazingwekkend einde.
Devo dire che ho provato un po’ di delusione rispetto alle aspettative che mi ero creato con “Anime Baltiche” , una serie di molto più brevi ma efficaci ritratti di personaggi più o meno già noti della storia e della cultura recente o passata di quelle piccole nazioni, un po’ slave e un po’ prussiane, che si affacciano nel golfo di Finlandia. Un libro che mi ava donato interesse e grande piacere nella sua lettura.
Qui, nella ricostruzione della profonda amicizia che aveva legato il narratore, il giovane Barone Alexander Von Wrangel e lo scrittore Dostoevskij in Siberia, l’uno lì per incarichi governativi e l’altro per espiare una condanna politica, l’autore non riesce ad essere altrettanto efficace. Se la sua ricerca di fonti dirette (per lo più i diversi e frequenti scambi epistolari tra loro e con altri, e indirette (documenti, biografie, ecc.) risulta ineccepibile sotto l’aspetto documentale, il risultato finale mi pare un po’ piatto, meticoloso ma privo di una cifra realmente romanzesca, quella che si chiede a un grande scrittore.
Il libro scorre, si fa leggere con un certo interesse, ma senza suscitare grandi emotività, e alla fine il piacere risulta un po’ troppo tiepidino …
Squisito come romanzo, tanto più sorprendente in quanto storia vera.
Elegante nella scrittura; gli eventi raccontati restano sempre entro un'ottima misura di pacatezza, l'autore non cerca mai di assumere un'aria di sensazionalismo; infine, l'ambientazione siberiana di metà ottocento è superlativa. Grazie a tutti questi pregi, devo dire che ha soddisfatto il mio desiderio di sentir raccontare di Dostoevskij, ben più e ben meglio del libro di Nori. Questo era il mio primo libro di Brokken, e tornerò molto volentieri a leggere qualche altro titolo di questo autore.
Calatosi nei panni di Alexander Igorovic von Wrangel zu Ludenhof , barone russo di origini baltiche, del quale ha letto e studiato memorie scritte e corrispondenza, Jan Brokken ha potuto creare un romanzo dal puro sapore biografico che ci permette di approfondire la conoscenza dell’esilio siberiano di Dostoevskij assaporando anche la storia di un’amicizia e l’atmosfera dei tempi che videro, con l’avvicendarsi degli zar Nicola I e Alessandro II, una progressiva politica di liberalizzazione destinata come sappiamo a vita breve. È molto interessante incrociare il destino di questi giovani uomini, il barone in realtà giovanissimo, con gli assi non solo della loro personale biografia ma anche del tessuto sociale, politico, economico del grande impero, con il suo apparato burocratico, con le sue condanne a morte, con le detenzioni nella sterminata landa siberiana, terra di custodia dei facinorosi e di tutta la peggior delinquenza e al tempo stesso trampolino di lancio per la conquista di nuove terre prossimali. Sono gli anni dei moti che scuotono l’Europa e poi quelli della guerra di Crimea tesa a mantenere salde le postazioni limitanee nel sud est dell’impero, quelle prossimali alla Turchia. 1861: Moldavia e Valacchia indipendenti, Italia unita. F.M. Dostoevskij è ai lavori forzati dopo aver visto in faccia la morte durante un’esecuzione che viene tramutata solo davanti al plotone di esecuzione in altra condanna: la vita è salva ma l’individuo è annientato dalla nuova esperienza che si dilata oltremisura senza preciso limite temporale alla sua fine. In questa atmosfera sospesa, nelle terre siberiane, entra in contatto con il giovane barone che è lì per amministrare la giustizia per conto dell’impero. I due stringono un’affettuosa amicizia che vede come epicentro confidenziale il giardino dei cosacchi, la terra che circonda la dacia dove il barone ama rifugiarsi in estate . La prima parte della narrazione è avvincente, il barone è infatti in piazza il giorno dell’esecuzione, è profondamente colpito dalla ferocia della grazia concessa in extremis, lo scrittore sarà d’ora in poi per lui un umiliato, un offeso, un risorto. Progressivamente, narrato il suo arrivo in Siberia, si viene a conoscere il piccolo mondo delle relazioni a cui lui deve soggiacere e lo spiraglio umano di cui gode nell’intrattenersi con lo scrittore dal quale, in molti, cercano di allontanarlo temendone le velleità rivoluzionarie. Approfondita la conoscenza, i due si scambiano i tormenti d’amore per due donne sposate di cui si sono innamorati: Marija per Dostoevskij e Katia per il barone. Emergono le tensioni non solo amorose ma anche quelle letterarie e continui sono i riferimenti alla precarietà economica, a quella lavorativa e perfino a quella della salute. Dostoevskij lavora alla “Memorie dalla casa dei morti”, è sicuro che la fama legata al successo di “Povera gente” sia tutta da riguadagnare e che i suoi scritti, una volta tornato alla società civile saranno osteggiati dalla censura. È un uomo assorto nella riflessione sulla colpa, sulla pena, sul castigo, assorbe i racconti che derivano dalle esperienze lavorative dell’amico, si nutre di follia e di violenza cieca. Lavora insomma a riempire il serbatoio della sua creatività futura, quella che gli permise di tenere testa ai contratti capestro. Superata una fase centrale della narrazione nella quale protagonista assoluto è il barone, la lettura decolla di nuovo con il matrimonio con Marija, con la narrazione della difficilissima convivenza matrimoniale a causa dell’insorgere dirompente dell’epilessia e con i lutti che iniziano a funestare la sua vita. Le strade dei due amici intanto si sono separate, l’amicizia sfuma in una finale e languida stretta di mano durante un incontro fortuito a distanza di anni e segna il bilancio di una breve parentesi di fratellanza necessaria a tutti gli uomini anche se non perpetua.
Een boek dat ik jaren geleden kocht op aanraden van een bevriende medelezer, maar waar ik me nooit aangetrokken tot voelde. Tot nu. Dit boek vertelt het verhaal van de vriendschap tussen Alexander von Wrangel en Fjodor Dostojevski, midden 19e eeuw, een vriendschap die ontstond in Siberië waar von Wrangel officier van justitie was en Dostojevski net vrij kwam na 4 jaar dwangarbeid en gedoemd was tot een leven als dwangsoldaat. Het boek is gebaseerd op de brieven van von Wrangel die bewaard zijn gebleven. En wat een bijzonder boek is dit. Ik ben geen Dostojevski-lezer, ooit ben ik begonnen in de gebroeders Karamazov maar heb dit al snel opgegeven. Misschien was ik te jong (ik denk net 20 of zo). Het trage en plechtige ritme van dit boek stonden me zeer aan, en passen goed bij de tijdsgeest waarin dit boek zich afspeelt, waar brieven 2 maanden onderweg waren en passies quasi enkel op papier werden beleefd. De vriendschap tussen deze 2 heren is bijzonder en intens, met als hoogtepunt de zomer in de kozakkentuin, maar is uiteindelijk wel beperkt in de tijd. In ieder geval, na het lezen van dit boek kreeg ik wel zin om een Dostojevski te lezen, nu ik meer weet over de man, over de 10 jaar eerst als dwangarbeider en dan als banneling eigenlijk in Siberië, over de op het laatst afgelaste executie, over zijn epilepsie, over het eindeloos wachten op de geliefde Maria denk ik dat ik op zoek zou willen gaan naar sporen van deze trauma's in zijn boeken. Dit boek over Dostojevski door Jan Brokken is alvast een aanrader.
Attraverso le parole di Alexander von Wrangel, lo scrittore olandese Jan Brokken ci rende partecipi di un periodo cruciale nella vita di Dostoevsky e di una profonda amicizia, quella tra Alexander e Fëdor, due personaggi per molti aspetti diversi ma che in realtà appaiono profondamente affini e capaci di compensarsi l’un l’altro.
Grazie ad una accurata ricerca sul lato storico e letterario, con Il giardino dei cosacchi, Brokken traccia un ritratto intimo e personale del grande autore russo concentrandosi in particolare sull’aspetto umano. L’utilizzo di un narratore interno in prima persona porta il lettore a sentirsi coinvolto ma allo stesso tempo consapevole di entrare in punta di piedi in quella che è una vita personale fatta di delicati sentimenti e turbamenti emotivi e quindi strettamente privata.
Si tratta di un romanzo storico di facile lettura in cui le note esplicative rendono il testo fruibile anche per i non esperti.
Racconta Brokken in una intervista : “Non si tratta propriamente di un romanzo. La famiglia von Wrangel mi ha dato le copie delle lettere di Alexander von Wrangel dirette a Dostoevskij e un memoir scritto sempre da lui in età avanzata, in cui ricordava gli anni in Siberia con lo scrittore. Questo, e l’aver ottenuto anche le lettere scritte da Dostoevskij stesso, mi ha dato la possibilità di scegliere di guardare Dostoevskij con gli occhi di Alexander von Wrangel.”
Questo è il fatto che mette in moto la scrittura di questo romanzo. Un fatto assolutamente fuori dall’ordinario e da cui ci si aspetta qualcosa in più, anzi qualcosa di diverso da quello che siamo costretti a leggere: un’ apologia dell’anima baltica di questo giovanottino che si imbatte nel più grande scrittore di tutti i tempi, il quale senza di lui non avrebbe ripreso a scrivere manco una riga: a lui dobbiamo eterna gratitudine. È questo il messaggio niente affatto velato del libro. Un giovanottino di buon cuore che nemmeno quando è lontano smette di essere salassato dal Fedor Michailovic: generoso di cuore e di portafoglio. Ma mi faccia il piacere …
Nei suoi panni, magari non il primo sprovveduto in fatto di parole avrebbe fatto attenzione alle due cosette dette (o scritte) da F.M. ( iniziali del nome e patronimico con cui il baroncino lo cita). “ Erano cinque anni che non facevo più conversazione … non [parlavo]del più e del meno, delle ose piacevoli della vita, se le piante hanno bisogno di acqua, cose del genere. Avevo disimparato, ero come un sordomuto … mi è ritornata l voglia di parlare del tempo, delle ragazze che venivano a fari compagnia, di Kant e Hegel e del nostro Adam ( il cameriere di Alexander), non importa di cosa … dell’amore o di tutto ciò che è d’intralcio all’amore. Sono ridiventato un uomo comune, o meglio ancora, un comun cittadino”.
Era un comune cittadino e solo questa qualità lo poteva definire uomo a tutti gli effetti. Il suo talento unico di scrittore - scavava nell’animo umano facendosi strada tra gli indizi che affioravano dal fondo delle donne e uomini che incontrava, unici paesaggi a interessarlo - era un’ aggiunta fortunata che non accresce o toglie nulla al suo essere uomo. E invece il nostro Brokken sposa la tesi di Alexander von Wrangel : il di lui talento era immenso “nonostante” … e qua ci mette di tutto, cose che tra l’altro conoscevamo e non ci avevano per niente turbato. “Dai nemici mi guardo io e dagli amici Iddio” : il buon senso dei proverbi…
Dare voce al bla bla delle missive del borioso ragazzino non è da grande scrittore. E se poco si trovava di prima mano di Dostoevskij, sarebbe stato meglio soprassedere. In ultimo da segnalare la noia per le descrizioni paesaggistiche (lande desertiche che manco nel farwest) di cui ci inonda il giovanottino aspirante naturalista, e soprattutto quella per la sua pseudo passione per la matura madame K., che nulla ha a che fare con quella di Dostoevskij per Mar’ija, di cui rimando a “Umiliati e offesi” .
Ik heb 'Kozak' altijd al een komisch woord gevonden. 'Kozakkentuin' klinkt zelfs nóg sympathieker. Het boek is dat ook. Niet echt een literaire parel, wél een interessante historische roman over de bijzondere vriendschap tussen de naar Siberië verbannen revolutionair Dostojevski en de officier van Justitie Alexander von Wrangel. Die er uit nieuwsgierigheid en vooral uit jeugdige onbezonnenheid op eigen initiatief naartoe trok. Zelfkastijding is van alle tijden.
Het verhaal, geschreven vanuit het standpunt van Alexander, biedt vooral boeiende inzichten die je het lijvige oeuvre van Dostojevski beter doen begrijpen. Zijn bijna verdacht zo treffende karakterschetsen van de psychologie van dé crimineel? Die had hij blijkbaar vooral te danken aan zijn geüniformeerde vriend die niets anders deed dan het schorriemorrie in de bak te zwieren.
Ook interessant is de gulle inkijk in het diepe decolleté van hun beider liefdesleven. Allebei hielden ze er onmogelijke liefdesrelaties met getrouwde vrouwen op na. Waardoor ze telkens opnieuw blauwtjes bleven oplopen. Donkerblauwtjes, bijna slapstick. Ook die affaires, hoe clandestien ook, hebben heel wat sporen nagelaten in de vuistdikke romans van de overgevoelige schrijver.
Maar dit verhaal schetst vooral een sterk beeld van de zware psychologische omstandigheden waarin de grote schrijver - toen nog zielige armoezaaier en volledig onbekend - zijn eerste meesterwerken schreef. Van de theatrale schijnexecutie waar hij bijna zijn jonge leven verloor, tot de gratie die hem tien jaar later werd verleend: best interessant om je even een verbannen Rus te mogen voelen.
Is dit een must-read? Nee. Een nice-to-read? Dat wél. De volgende Dostojevski die ik vastpak, lees ik toch wel met heel andere ogen.
'We hadden nauw samengeleefd. We waren aan elkaar gehecht geraakt, we waren van elkaar gaan houden. Het lief en leed van het Siberische leven hadden we gedeeld. We hadden onze zielen voor elkaar geopenbaard, we hadden elkaar begrepen omdat we beiden onze familie, onze vrienden, ons Petersburg en alles wat ons dierbaar was hadden moeten achterlaten. Het geïsoleerde bestaan was alleen draaglijk geworden omdat we steun bij elkaar hadden gevonden. "Je was alles voor mij in dit oord," zei hij. "Een vriend, een broer. Met jou kon ik, praten, met jou kon ik mijn zielenroerselen delen..."'
Historische roman over de vriendschap van Dostojevski en een aristocratische OvJ. Was zeker onderhoudend en ben toch weer meer te weten gekomen over de schijnexecutie en de ballingschap in Siberië van Dostojevski. Verder ook gewoon een goed geschreven roman!
Sono sinceramente sbalordita dal numero e dall'estensione delle seghe mentali dei due protagonisti, Alexander e Fedor. No, seriamente. Quattrocento pagine e passa di "Mi ama o no?", "Mi sposa o no?", "Sono brutto, malato e povero, nessuna mi sposerà mai", "Riuscirò a pubblicare i miei libri?" oltre che infinite richieste di soldi (da parte di Dosto) e infinite sbrodolate di complimenti di uno verso l'altro, per poi finire con un enorme WTF.
All'inizio, sono rimasta piuttosto contenta della storia ed è solo per questo motivo che esiste la seconda stellina. Insomma, non è sconosciuta la mia passione per Dosto e leggere la fenomenologia di una sua amicizia, raccontata dal per me sconosciuto Alexander von Wrangel, era piuttosto allettante. In più il titolo mi ricordava un po' Cechov e mi dava l'idea di qualcosa di tenero e primaverile. Purtroppo, come già ho detto, la grandiosa amicizia che sembrava essermi promessa si rivela in realtà un rapporto di comodo, opportunistico, che permette a Dosto di vivere alle spalle dell'estasiato ed ingenuo Alexander, che senza fiatare si sobbarca deboli e continue lamentele, per poi spezzarsi quando la vicinanza e il supporto economico vengono a mancare.
Alexander è completamente offuscato da Dosto, sia come nella personalità che nella narrazione. Nonostante sia lui stesso il narratore, è infatuato terribilmente del amico, di cui ha anche assistito alla finta condanna a morte, e ne diventa il servitore a tutti gli effetti, condividendo la casa, i soldi e la passione per delle femme fatale una più lamentosa dell'altra. Ma il premio per il lamentoso dell'anno va a Fedor Dostoevskij, piagnone extraoirdinaire, che non fa altro che elemosinare, fare richieste e in generale lamentarsi come un coro greco di tutti i problemi amorosi che ha.
Dosto, amore, sei appena uscito di prigione e sei un soldato coatto, hai quasi rischiato di morire e sei finito in Siberia, che è talmente un buco da non essere nemmeno considerato Russia, non vedi mai la tua famiglia, sei senza soldi e TU TI LAMENTI DELLE DONNE?! Che problemi hai?!
Tornando ai personaggi, secondo me Jan Brokken non ha mai visto una donna in vita sua. Come mai? Perché le esponenti del gentil sesso qui presenti sono delle girandole al vento, indecise e piene di malanni, che tradiscono i mariti e che giocano con i loro amanti, piene di voluttà sessuale e con un bagagliaio pieno di altri gentiluomini con cui sostituire il cicisbeo in carica, non appena questo gira l'occhio. Non sono persone vere, sono delle caricature frutto di letture con la profondità psicologica di una pozzanghera. Marjia, la prima moglie di Dosto, è fragilissima e di un'indecisione tale che a un certo punto si vorrebbe riempire di botte. Capisco che la decisione di sposarlo, dato la sua condizione non proprio idilliaca, sia difficile, ma quando poi si decide scopre di non sapere nulla di lui, dopo due anni e passa di corteggiamento serrato. Se da un lato il comportamento di Fedor sia comprensibile, non per questo è meno grave: non puoi tacere la tua condizione fisica al tuo futuro coniuge, proprio no. Madame X, di cui non ricordo il nome, è una seduttrice da manuale, tanto che il protagonista stesso sa a malapena il suo nome prima di limonarsela a morte (c'è scritto esattamente così). E' più vecchia di lui, sempre vestita alla parigina nonostante stia in Siberia, con un marito buonino che non vede e sente nulla, piena di vita e di insaziabile desiderio. Insomma, una vera mangiatrice di uomini. Alexander ci casca con tutte le scarpe, chiedendole anche di scappare con lui, nonostante i sei figli di lei. E non c'è da stupirsi se lei lo considera un bamboccio e ne parla male alle spalle.
In questo romanzo non c'è azione. Davvero. Solo conversazioni in giardino, nemmeno riportate, viaggi a casaccio per trovare l'amante di turno che è sempre troppo occupata per farsi vedere e per avvisare, e un sacco di maneggi per far liberare del tutto Dosto. Sono sinceramente meravigliata che Brokken sia riuscito a diluire tutto per 400 pagine e dare ai lettori l'impressione di fare qualcosa, invece che semplicemente fissare un muro bianco.
L'amore che provo nei confronti della letteratura russa ha fatto sì che, il primo giorno in una delle biblioteche della mia nuova città – in un posto bellissimo in cui mi piace cercare rifugio e passare le ore a leggere -, mi trovassi davanti a questo libro e, conquistata dal titolo, lo afferrassi e iniziassi a sfogliarlo. Non potevo quasi credere ai miei occhi quando mi sono resa conto di avere tra le mani un romanzo non di, ma su Dostoevskij. E' la storia del sodalizio e dell'amicizia tra l'autore russo e il barone von Wrangel, un giovane di famiglia rispettabile, la cui carriera lo porta in Siberia, dove conoscerà personalmente Dostoevskij. Le atmosfere dell'Ottocento russo pervadono ogni pagina, in cui il barone racconta in prima persona degli eventi che lo hanno legato a Dostoevskij. Parla poco di sé e molto del romanziere: di come la Siberia abbia innegabilmente influenzato e malleato i suoi lavori e di come l'amore per Marjia lo abbia tenuto vivo. Credo che la ricostruzione che Brokken fa, partendo da documenti realmente esistenti, di una parte fondamentale della vita di Dostoevskij che merita di essere raccontata, sia strabiliante.
Citaat : De eerste keer dat ik hem zag stond hij in een wit doodshemd voor het vuurpeloton. Hij: een man van tegen de dertig die zich voorbereidde op de dood en het zilveren kruis kuste dat de priester hem voorhield. Ik: een nieuwsgierige jongeling die vanaf een veilige afstand keek naar wat onrecht was. Review : In 1849 werd schrijver Dostojevski als lid van een groep ‘revolutionairen’ in Sint-Petersburg ter dood veroordeeld. Op de valreep kwam het bericht dat de executie niet doorging. Dostojevski werd als dwangarbeider naar Siberië gestuurd. De jonge, adellijke Alexander von Wrangel ziet de auteur voor het eerst als die al voor het vuurpeloton staat. Later leert hij hem kennen als hij zelf in Siberië officier van justitie is. Het leidt tot een hechte vriendschap die zijn gelukkigste periode kent in de tijd die ze doorbrengen in een buitenverblijf genaamd De Kozakkentuin.
Door de ogen van ik-verteller Alexander krijgt de lezer een beeld van die vriendschap, de onmogelijke liefdesrelaties die beiden hebben, de wanhoop van Dostojevski over zijn verbanning, zijn pogingen gerehabiliteerd te worden, het ontstaan van enkele van zijn werken en het Rusland van de jaren 1850-1875.
Brokken (1949), auteur van talrijke romans, reisboeken en literaire non-fictiewerken, schreef opnieuw een kleurrijk, meeslepend en grondig gedocumenteerd boek dat zich het best laat omschrijven als documentaire roman. Als officier van justitie Alexander von Wrangel, halfweg de 19de eeuw, Fjodor Michaïlovitsj Dostojevski leert kennen, woont de auteur in een Siberische boerenhut van gestapelde boomstammen. Omdat hij zich ophield in een politiek kritisch milieu, was de beginnende schrijver uit Petersburg verbannen. Hoewel hij intussen ontslagen is van dwangarbeid ziet zijn leven er armzalig en geïsoleerd uit. Fjodor Michaïlovitsj Dostojevski in 1876
Ook voor baron von Wrangel is Semipalatinsk een op sterven na dood oord, een plek waar niet eens een goochelaar langskomt. Maar als jonge ambtenaar moet je érgens je strepen verdienen. Het ligt dus voor de hand dat de twee ontheemden veel met elkaar optrekken. Al snel ontstaat er een zeer loyale vriendschap die jarenlange sporen zal trekken in het leven van beiden.
De materiële afhankelijkheid van de gevangene wordt gecompenseerd door zijn rijke geest. Ook al vecht Dostojevski met wanhoopsbuien, ingegeven door de onzekerheid over zijn vrijlating en een onverkwikkelijke liefdesgeschiedenis toch begint hij, in weerwil van het publicatieverbod, opnieuw te schrijven. Alexander von Wrangel is niet alleen een idealistische ambtenaar die tegen corruptie en middeleeuwse wetgeving strijdt maar ook een vriend die onafgebroken ijvert voor de vrijlating van zijn compagnon de route. En Dostojevski leer je kennen als een bescheiden ziel, die tegelijkertijd iets goudeerlijks heeft, en bijna altijd een rechte rug toont. Alleen in de liefde is hij kwetsbaar.
Dat net deze periode uit het leven van Dostojevski belicht wordt, is meer dan bijzonder want ze tekent de mens én de schrijver in wording. Alle grote thema’s van zijn latere boeken worden hem in Semipalatinsk aangereikt. Zijn strafkampervaring verliteraturen valt hem het zwaarst. Anderzijds brengt hij wel een niet-aflatende belangstelling op voor het werkmilieu van Alexander die moordenaars moet aanklagen en beulen in de ogen kijken. F.M. zal altijd naar de beweegredenen achter de misdaad zoeken, een nieuwigheid voor die tijd.
Dankzij brieven, memoires en andere tijdsdocumenten, aangeleverd door de Baltische nazaat van de baron, kan Jan Brokken deze bijzondere mannenrelatie met zijn lezers delen en er een prachtige documentaireroman van maken, zoals alleen hij dat kan.
“Nee, het was de schrijver Dostojevski die de volle laag kreeg, het was Fjodor Michajlovitsj. Ik was geschokt toen ik acht maanden later hoorde dat hij met enkele andere kameraden ter dood was veroordeeld. Ieder weldenkend mens verbaasde zich over de onverbiddelijkheid van het vonnis. De Krijgsraad veroordeelde hen tot de kogel, maar verzocht de tsaar om gratie. Dit wees de tsaar af. Voor Nicolaas was geen middel te zwaar om de toevloed van revolutionaire ideeën uit het Westen te keren.”
Aldus Alexander Jegorovitsj von Wrangel. Deze baron wordt uitgezonden naar Semipalatinsk in Siberië in 1854. Hij wordt daar procureur van Staats- en Strafzaken, hij is dan 21 jaar. De ruim 11 jaar oudere Dostojevski heeft dan net zijn dwangarbeid in Omsk voltooid en wordt gestationeerd als ‘gedwongen soldaat zonder ontslagmogelijkheid en zonder soldij’ in Semipalatinsk. Daar raken ze bevriend.
Alexander verteld ons het verhaal van hun vriendschap. En ik moet zeggen het leest werkelijk alsof hij het zelf heeft geschreven. Een non-fictie roman van grote klasse! De noten en verantwoording achterin het boek laten zien met hoeveel liefde en onderzoek dit verhaal tot stand is gekomen. Om dit boek te schrijven zijn bijvoorbeeld de in 1912 uitgebrachte memoires alsmede de brieven van von Wrangel voor het eerst vertaald uit het Russisch.
Ik ga na dit boek zeker meer lezen van Jan Brokken en ook Dostojevski. Ik heb Misdaad en straf gelezen. Dat was pittig herinner ik me. Ik denk dat het De broers Karamazov of De idioot wordt. Of Misdaad en straf in de nieuwe vertaling van Hans Boland.
Nog een mooi citaat uit De kozakkentuin (overigens zie ik op GR net zoveel Italiaanse ratings als Nederlandse, Brokken doet het kennelijk goed in Italië).
“In de herfst van 1857 vertrok het eskader dan toch. Ik begon aan mijn zeemansleven. Nooit eerder had ik een voet op een schip gezet, nooit eerder had ik het klapperen van de zeilen gehoord, maar ik vertrouwde me toe aan de deinende schoot van de zee en na een paar dagen wist ik niet beter dan dat ik er altijd thuis had gehoord. Mijn opstandigheid taande, mijn onrust verdween en mijn tranen hadden geen andere oorzaak dan de zilte wind.”
Quarta di copertina San Pietroburgo 1849, Fëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi», vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.
"Un russo vive in dissidio costante con la Russia, altrimenti non è un russo. Toglietegli però la Russia e morirà di morte lenta."
Il giardino dei Cosacchi è ambientato nella gelida Russia e racconta dell'amicizia tra lo scrittore Fëdor Dostoevskij e il Barone Alexander von Wrangel. Tutto inizia nel 1849, Dostoevskij sta per essere giustiziato accusato di aver complottato contro lo Zar, all'ultimo minuto arriva la grazia e la pena viene commutata nell'esilio in Siberia. Alexander von Wrangel era lì ad assistere all'evento, anni dopo quando viene nominato procuratore e mandato in Siberia, ricorda ancora quel giorno e sopratutto si ricorda dello scrittore che affronta la morte. Trovandosi nello stesso luogo, tra Dostoevskij e Alexander nasce una profonda amicizia che li legherà per anni e che si intreccerà alla storia stessa della Russia. Da amante dei romanzi storici e della letteratura russa in generale, già leggendo la trama di questo romanzo avevo capito che era esattamente il tipo di storia che prediligo. La storia copre un lungo periodo, protagonisti sono lo scrittore Dostoevskij e il Barone russo di origini baltiche von Wrangel, al centro del racconto l'amicizia che nasce tra i due uomini. Complice la dura e solitaria vita nelle lande desolate della Siberia, tra i due uomini nasce un rapporto fatto di fiducia e profonda comprensione. Intorno a loro si sviluppa la storia, la storia reale, quella della loro amata Russia, terra di contraddizioni e di immensa bellezza. E' la prima volta che mi approccio a Jan Brokken, autore olandese di cui ho sempre sentito parlare benissimo. Ho trovato il suo stile narrativo elegante, poetico, particolarmente evocativo ma allo stesso tempo scorrevole e di immediata comprensione. La narrazione ha un bel ritmo, mi sono trovata già dalle prime pagine totalmente immersa nella storia e attratta dalle atmosfere misteriose e affascinanti della Russia e della Siberia. L'autore ha svolto un lungo lavoro di ricerca, lavoro che è evidente dal modo in cui è riuscito a parlare di una parte della vita di Dostoevskij di cui in realtà si conosceva ben poco. Non si tratta solo di una storia di una forte amicizia, questa è anche la storia di quando e come Dostoevskij è diventato lo scrittore di immenso talento che conosciamo oggi, della vita prima dei romanzi che lo consacrarono, dell'uomo prima che diventasse lo scrittore. Le pagine scorrono via veloci mentre contemporaneamente gli anni passano, Dostoevskij sconta la sua pena aggiungendo al suo bagaglio culturale tanti piccoli pezzi che poi inserirà nei suoi libri, e l'amicizia con von Wrangel si rafforza nonostante le difficoltà e la lontananza. Nel romanzo trova spazio anche la storia della Russia, i cambiamenti che segnarono quegli anni. C'è spazio anche per l'amore, quell'amore tanto forte e appassionato che sembra distruggere l'animo più che nutrirlo. Al centro della scena due figure dalla personalità dirompente, Dostoevskij e von Wrangel, tanto diversi quanto bisognosi l'uno dell'altro. Personalmente ho amato ogni parte di questa storia, in special modo la descrizione dell'evoluzione di Dostoevskij, il modo in cui la dura esperienza dell'esilio siberiano l'ha reso prima l'uomo e poi lo scrittore ammirato dal mondo intero. Un romanzo storico semplicemente meraviglioso, un'amicizia indistruttibile, una storia che vi catturerà completamente!
Jan Brokken has written a magnificent documentary novel about the remarkable friendship between Alexander von Wrangel and Dostojevski, which lasted for more than two decades. The author’s research & his writing style have resulted in a pleasantly readable book. There is passion – the love life of both the main characters has several parallels – and there is historical context. I found this very interesting. All the more reasons for me to pick up some of the Dostojevski’s I have on my (wooden) book shelves in the near future. I have written these notes in English; I think this novel deserves to get translated, as well as – at least – his ‘Baltische zielen’ (Baltic souls). JM
Mooi boek over een vriendschap in 19e eeuws Rusland. Erg interessant als je interesse ligt bij de Russische cultuur, geschiedenis of de beroemde schrijver Dostojevski. Hem leer je goed kennen en je ziet op welke manier hij door passages uit zijn leven gaat en hoe dat zijn boeken heeft beïnvloed. Mocht dit je nou allemaal niet boeien, dan zou ik het boek niet lezen. Het is een soort memoires-roman en het blijft heel dicht bij de waarheid, als die je niet interesseert is het boek weinig spannend.
Jan Brokken si imbatte nei diari di Alexander Igorovič von Wrangel e nello scambio epistolare tra questi e F.M., Fëdor Michajlovič. Legge le lettere scritte da Alexander e ha la sensazione di vedere comparire dinanzi a sé Dostoevskij in persona; ne sente la voce, ne percepisce lo sguardo indagatore. Decide quindi di entrare nella vita di Dostoevskij indossando i panni del barone Alexander Igorovič von Wrangel, l’amico di una vita, la persona con cui F.M. ha trascorso interi pomeriggi nel giardino di una dacia in Siberia. Brokken ricostruisce il rapporto di amicizia tra i due in modo estremamente dettagliato. Anche troppo. In alcuni tratti il romanzo mi è sembrato ripetitivo e poco coinvolgente. Ma le aspettative create da Anime Baltiche erano elevate e avevo messo in conto una possibile delusione. Ciononostante, Jan Brokken riesce a trasmettere la sua passione: una volta chiuso Il giardino dei cosacchi, ti viene una gran voglia di leggere i romanzi di Dostoevskij che non hai mai aperto in passato e rileggere le opere che conosci già. E ti vien voglia di sprofondare sul divano con Oblomov di Gončarov. Cos’aveva detto Dostoevskij di lui? «Un gentlemen con l’anima del burocrate, privo di idee e con gli occhi da pesce lesso – dotato da Dio, come per scherzo, di un talento straordinario». Ha ragione Brokken: Dostoevskij era un genio che sapeva giocare con le parole.