Ο Νταβιντού ανεβαίνει για πρώτη φορά στο ρινγκ στα εννιά του. Έχοντας μεγαλώσει χωρίς πατέρα -ο Παλαντίνο, καταπληκτικός πυγμάχος, πέθανε λίγο πριν από τη γέννησή του- σ' ένα Παλέρμο βρόμικο, βίαιο και φωτεινό, υπό την προστασία του γιγάντιου θείου Ουμπερτίνο και του αινιγματικού παππού Ροζάριο, μας αφηγείται πενήντα χρόνια ιστορίας, από το 1942 ως το 1992, συνοδευόμενος από ένα πλήθος αξιομνημόνευτων ηρώων: τον σύντροφό του στο παιχνίδι Τζερρούζο, τον δάσκαλο του μποξ Φράνκο, τη διακριτική και ευγενική μητέρα του, τον υπολοχαγό Ντ' Άρπα, τη σοφή γιαγιά Προβιντέντσα, τον κουμπάρο Ραντάτσο, τη Νίνα με το «στόμα στο χρώμα του μούρου» και πολλούς άλλους.
Οι ιστορίες τους, κωμικές μαζί και τραγικές, γλιστρούν η μια μέσα στις πτυχές της άλλης, συνθέτοντας το πορτρέτο μιας οικογένειας, μιας πόλης, ενός κόσμου σε αέναη μάχη, γεμάτου γοητεία και θηριωδία.
«Το σώμα έχει τη δική του ευφυΐα. Είναι χαρτί πάνω στο οποίο γράφεις». «Ναιιιι, καλά». «Τα πάντα γραφή είναι». «Τα πάντα;» «Ναι». «Ακόμα και τα ζυμαρικά με σαρδέλες;» «Ναι». «Και οι γοφοί των γυναικών;» «Ναι». «Και οι βόμβες στην πόλη;» «Ναι». «Και τι γράφουν αυτές οι λέξεις από μπουνιές και προσποιήσεις;» «Την ιστορία της οικογένειάς μου».
Davide Enia was born in 1974 in Palermo, Italy. He has written, directed, and performed in plays for the stage and for radio. Enia has been honored with the Ubu Prize, the Tondelli Award, and the ETI Award, Italy's three most prestigious theater prizes. He lives and cooks in Rome.
Domandò una sicarietta con lo sguardo, l’ottenne, ringraziò calando la testa, l’addumò, se la svampò.
Sintesi mirabile recuperata da qualche parte sul www: un’epopea famigliare di tre generazioni di pugili in una Palermo cattiva, che alle cicatrici della seconda guerra mondiale somma quelle delle stragi di mafia. Impastato di dialetto e costruito su un’impalcatura complessa che fonde tre piani temporali.
Come se fosse un eterno presente, Davide Enia entra ed esce senza preavviso, con ‘taglio’ brusco dalle varie epoche, dai diversi piani temporali, e, se fino al punto si racconta il ritorno a casa dopo l’emigrazione in Germania, con l’accapo si narra invece la partenza, l’inizio di quel viaggio ‘periglioso’. E, quindi, si va come niente, dall’ultima guerra mondiale, con la campagna d’Africa – dove gli alleati si rivelano carcerieri altrettanto crudeli dei nazisti (per esempio, chi non regge il passo della marcia – proibitiva per condizioni e lunghezza – viene ucciso sul posto; nel campo di prigionia la punizione dell’isolamento consiste nel restare chiusi per tre giorni in un cubo di metallo che non permette posizione eretta, esposto a un sole di 50°, e ovviamente nessuno sopravvive), agli anni della ricostruzione – che si ha l’impressione a Palermo siano durati oltre il durabile - fino alle bombe degli anni Novanta.
L’io-narrante si chiama Davide, per tutti Davidù, detto il Poeta, una voce che riporta il parlato palermitano: i dialoghi sono immersi nel dialetto locale, con rallentamento di lettura ma discreto incremento del piacere, perché non solo è bello il suono, sono di frequente arguti e divertenti – magari con una certa qual tendenza alla frase lapidaria, quella che non consente replica – viene sempre voglia di sentirli pronunciati, magari recitati, di soppesare con le mani il volume di queste parole che sembrano straniere e invece ascoltate alla giusta velocità sono lingua nota (ma non quella maccheronica dei film sulla mafia, non quel siciliano inventato in sala di doppiaggio). Per fortuna la scelta non viene spinta fino in fondo, Enia non ci propina un romanzo in lingua, e io ringrazio (penso alla fatica di seguire il film di Luchino Visconti La terra trema, dove però il dialogo era ridotto all’osso). Solo che trovo che alcune scelte linguistiche ‘alte’ (penso a quelle adottate per la nonna maestra elementare, sapiente di latino, e anche certi racconti a mo’ di apologo/fiaba) finiscano con lo stridere, e che ci sia il rischio di limitarsi a innestare un po’ d’esotismo su una struttura linguistica tradizionale, da italiano nazionale.
Davide Enia – che da tempo volevo incontrare, qui al suo debutto narrativo – è principalmente attore e drammaturgo e regista, non romanziere. Abituato allo spazio racchiuso del palcoscenico, che in queste pagine diventa il confine di un ring, quello della boxe di periferia, palestre umide e fetuse dove crescono ‘eroi’ quotidiani, quadrati cinti da corde intrise di sangue e sudore dove si costruiscono destini, che più spesso si distruggono, sotto l’urto dei cazzotti dati e ricevuti. Il primo incontro è destinato a essere perduto, ok, ci sta: ma dopo si vorrebbero vittorie, trionfi, titoli e premi. E invece la vita, sotto la metafora di guantoni e ring, riserva soprattutto sconfitta. Per la cronaca, il protagonista letterario ha lo stesso nome dell’autore, Davide, e identici sono i nomi dei rispettivi padri e nonni e zii, e tutti, sia nel libro che nella vita di Enia, hanno fatto boxe, e il nonno di Enia ha fatto la campagna d’Africa e fu prigioniero degli inglesi, e Umbertino, lo zio di Enia, possedeva una palestra di boxe proprio come Umbertino, lo zio di Davidù il Poeta…
Questo parallelismo biografico mi spinge a chiedermi se anche nella vita di Enia, il padre e il nonno assomiglino così tanto al figlio, parchi di parole, occhi azzurri e sguardo rubacuori, duri-e-puri nel senso di stoici e integri, proprio come i corrispondenti personaggi del romanzo. Una stretta somiglianza fra i tre personaggi che accompagnata a una scelta spesso enfatica tende ad appiattire il racconto in una “monotonia psicologica da superomismo”. Al punto da far brillare un personaggio come l’amico rifiutato Gerruso, soggetto balzano, marginale, inadeguato, ma forse per questo, a contrasto coi tre, umanissimo.
Per concludere la parte destruens, che giustifica il mio gradimento medio espresso dalle tre stellette, devo sottolineare quanto il montaggio alternato spesso adottato da Enia derivi dal cinema, e risulti posticcio, esagerato, tutto sommato sfiancante in quanto insistito e troppo serrato.
La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe., dice Joyce Carol Oates nel suo magnifico Sulla boxe.
Che belli i romanzi come questo, che raccontano storie di vita vera. Ho iniziato a leggerlo pensando: "Di solito, nella cinematografia, le storie che girano attorno al pugilato funzionano bene: vediamo se funzionano altrettanto bene nella letteratura." Sembra proprio di sì.
Storia gustosa, verace, succosa sin dalle prime pagine, zeppa di termini in dialetto siculo (che ho compreso solo per metà), la qual cosa non va ad inficiare ma anzi va ad arricchire il piacere di lettura. Il pugilato come storia di formazione, scuola di vita e di resistenza ma anche come elemento intrinseco del DNA.
Il libro ha una struttura originale e ben riuscita. Zampettando in avanti e all'indietro lungo la linea temporale, con brevi e rapidi flashback e flash-forward, proprio come i saltelli in punta di piedi di un boxeur, con un'ironia aggraziata, e un'aria altrettanto composta quando deve parlare di pietà e compassione, il racconto va così costruendosi poco a poco con il discorso diretto del protagonista e con il discorso indiretto in cui egli riferisce dei suoi dialoghi con lo zio, il nonno e la nonna. E infatti il romanzo non si compone solo della storia del giovane pugile protagonista, ma si costruisce su oltre cinquant'anni di storia di una famiglia palermitana, a partire dalla seconda guerra mondiale fino al giorno d'oggi e gli episodi si rincorrono, si incrociano e si sovrappongono come dei déja-vu, o come delle premonizioni, qualche volta come delle maledizioni o qualche volta come ineluttabili elementi di genetica. L'abilità con cui l'autore fa combaciare i punti culminanti dei diversi piani temporali del racconto è davvero brillante e rende la lettura molto avvincente.
Anche se la boxe è uno dei temi principali, non c'è nessuna spacconeria, nessuna esagerazione nella storia: forse solo all'inizio, quando ancora si deve prendere confidenza con i personaggi, il narratore indulge un po' nel voler creare scene memorabili e al rallentatore, quasi in stile film western, ma il tutto finisce per essere poi stemperato con il prosieguo della storia. Altra nota: un po' poco realistico che in cinquanta e passa anni di storia palermitana non ci sia, non dico un contatto vero e proprio con la mafia (e specialmente poi nell'ambiente della boxe), ma almeno l'angoscia da parte della gente comune. Per come è raccontata qui, la paura vera sembra esplodere solo dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. Dicevo, poco realistica una mafia così lontana e in secondo piano, ma gliela concedo come licenza poetica, perché se uno deve ambientare una storia in Sicilia non può mica essere sempre e soltanto La Piovra. Finale stra-goduto, perla nascosta promossa con ottimi voti, propendo per quattro stelle e mezza.
L'aspetto più interessante di Così in terra è che il romanzo racconta tre generazioni di pugili -zio, padre e figlio- in parallelo. L'esito è ansiogeno per vari motivi. Da un lato, il continuo alternarsi di flashback/flashforward è intrinsecamente ansiogeno, specie quando si fa frenetico, a tratti convulso; dall'altro, i fallimenti delle generazioni precedenti si sommano pesando sulle spalle di Davidù, il protagonista. Aggiungo il fatto che il romanzo è ambientato in una Palermo feroce e i personaggi non sono miti pastorelli: sono spesso violenti, inadeguati e parlano una lingua violenta, ben resa dall'autore. Uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni.
Non ho apprezzato la tecnica di mandare avanti la narrazione e poi richiamarla per spiegare nel dettaglio che cosa fosse accaduto. È stato come passeggiare con un bambino e dover aspettare ogni volta che tornasse sui propri passi dopo che si era avvantaggiato troppo correndo e saltando qua e là. Enia più che il flash back, usa lo slowly back.
Non ho apprezzato l’alternanza delle storie personali di nipote, zio, padre e nonno, una dentro l’altra, una in mezzo all’altra, una sopra all’altra. Si stanno raccontando gli anni ’80 e nel paragrafo successivo siamo nei ’50, in quello dopo ancora nei ’70 a zonzo per la Sicilia, l’Africa, la Germania e il secolo breve.
Non ho apprezzato le numerose parti in dialetto che appesantiscono la narrazione che è essenzialmente cronachistica, pur con alcuni inserti psicologici ben riusciti. Lo slowly back, invece di essere appannaggio esclusivo del nipote che racconta di sé, è esteso anche alla storia dei suoi parenti. Gli Enia (Il cognome dei protagonisti non viene mai fatto, uso per comodità quello dello scrittore, si tratta però di una mia licenza) sono una dinastia di pugili di cui Davidù è l’ultimo rappresentante in ordine temporale. Nessuno dei parenti che lo hanno preceduto è riuscito ad aggiudicarsi il titolo nazionale, Davidù è chiamato a sfatare questa maledizione. Enia (lo scrittore, e questo sì, è il suo vero cognome) srotola la storia dal 1942 al 1992 e la infarcisce di amicizia, amore e mascolinità. Racconta senza censura di una cultura che considera l’omosessualità una malattia. “Arruso” è uno dei termini più ricorrenti del romanzo, è usato in modo dispregiativo al pari del maricón spagnolo. Gli uomini non debbono cedere a sentimentalismi di nessun genere, l’omo ha da esse omo.
Ho apprezzato la varietà dei registri linguistici sfoggiati, meno il loro amalgama. Ho apprezzato il rispetto per la nobile arte (è un libro che parla di pugili ma può leggerlo tranquillamente anche chi disdegna il pugilato) che in fin dei conti è un pretesto per parlare di sentimenti, legalità e mafia. E a proposito di mafia:
Mi mancava un solo incontro per il titolo nazionale, uno soltanto, quando a Palermo, dopo cinquant’anni, tornarono le bombe. La guerra era ripiombata in città. La notizia la apprendemmo in palestra dal Maestro Franco. «Misero una bomba in autostrada, un attentato mafioso ci fu, murìeru assai cristiani.» Umbertino fu perentorio: «Ora alla Mafia, solo perché si mise a fare màla minnìtta di tutto, ci pare che interrompo gli allenamenti». Però, qualcosa s’era rotto davvero. La guerra, prima, risiedeva nei racconti dei sopravvissuti, in quelle memorie tramandate la domenica pomeriggio dopo pranzo… …Fu il punto di non ritorno, assolutamente non paragonabile agli spari delle pistole. Non si poteva più fare finta di niente. La quotidianità fu stravolta, così come la città, che subì una militarizzazione massiccia. Prima conseguenza di quel clima di tensione fu l’amplificazione del quartìo. Cambiare strada per una intuizione improvvisa, diffidare delle facce estranee, provare ansia quando sotto casa si trovava parcheggiata un’automobile mai veduta prima.
Il mio giudizio in stelle è abbassato dallo scarso trasporto con il quale ho letto l’opera, causato forse da un’eccessiva distanza fra la realtà raccontata da Davide Enia (praticamente un coetaneo) e il mio vissuto personale.
mio padre voleva un figlio maschio e invece sono arrivata io. ma lui non si è perso d'animo: mi ha allevato nel culto della maggica, mi portava allo stadio, mi piazzava davanti al televisore a seguire tour de france, giri d'italia, processi alla tappa, ma soprattutto la boxe. e a me la boxe piaceva tantissimo, mi incantavo a guardare i pugili, i guantoni e i secondi e i visi tumefatti e i giochi di gambe e i paradenti. da quando la boxe è a colori e non c'è più mio padre a spiegarmela non riesco più a guardarla. ma qui sono riuscita a leggerla e a rivederla in bianco e nero, e a ritrovarci le mie storie oltre a quelle di Davidù e non è cosa da poco.
- Insegnami a rialzare - Questo libro mi è piaciuto molto, l'ho riaperto e quasi lo rileggo da capo. Ha una bella storia ed è scritto in modo incalzante ed efficace, con largo uso di parole siciliane a sottolineare l'immediatezza delle scene. E' un romanzo al maschile, le donne ci sono ma un po' defilate. E' una storia di formazione, come si usa dire. Si formano quattro uomini, nonno, zio e nipote e in più l'amico Gerruso: le storie sono raccontate in parallelo e si svelano pian piano. La storia si svolge a Palermo, in ambiente popolare ma non ignorante; il nonno impara a leggere dalla fidanzata maestra che catechizza tutte le generazioni fino al nipote, il quale è, forse, l'unico pugile minorenne ad andare bene a scuola – liceo scientifico (è detto “Poeta”). Mi sono piaciute queste figure di uomini, ben disegnate: il nonno di poche parole e dalla vita molto avventurosa, suo malgrado; lo zio Umbertino atletico, determinato e grande amico e amante delle donne, il nipote un bambino come tanti, anche un po' antipatico, che i familiari tirano su con cura, per non fargli pesare la mancanza del padre. E' un libro che parla di boxe, ma anche di molte altre cose, altrimenti non lo avrei mai letto. La boxe rappresenta una passione nella quale Davide, il protagonista, insegue un po' gli altri uomini di famiglia ed è valvola di sfogo ai dispiaceri della sua vita di ragazzo, esprime la sua voglia di vincere. Devo dire che il titolo fa un po' strano, evidentemente è un esorcismo dei protagonisti che vorrebbero rimanere sempre in piedi. Fa tenerezza Gerruso, il ragazzo goffo che cerca compagnia di Davide fin quando, senza accorgersene, iniziano un rapporto di amicizia adulto, di quelli di mutuo soccorso. E' un libro molto convincente, non descrittivo, ma sullo sfondo Palermo la vedo bene, città affascinante.
9 maggio 1943. 222 bombardieri angloamericani scaricano su Palermo 1.114 ordigni da 227 chili: volano troppo in alto per la contraerea e la città viene bombardata a tappeto. 23 maggio / 19 luglio 1992. Le bombe devastano di nuovo Palermo: due enormi crateri e i corpi devastati ricordano a tutti che la guerra non è mai finita.
Tra questi due eventi si snoda la storia di tre generazioni, uomini e donne che si trovano, ciascuno a loro modo, a combattere una guerra giornaliera: prigionieri durante la guerra d’Africa, sfollati e bombardati durante quel fatidico 1943, sbigottiti ma saldi nei propri valori e nella volontà di onorare gli impegni nonostante tutto sembri crollare sotto i colpi delle armi da fuoco e le bombe. L’amore, la famiglia, l’amicizia e il pugilato sono gli ancoraggi che impediscono di andare a fondo, di non mollare tutto anche quando tutto sembra perduto. Quindi un libro sulla mafia? No, un libro su Palermo e sui palermitani. La mafia c’è ma, come per la maggior parte di chi vive in quella città, è un elemento di sfondo, sempre presente che indirettamente influenza la vita di tutti ma non entra necessariamente a far parte della vita che ciascuno vive. Non è facile scrivere della mafia senza metterla in primo piano e senza, allo stesso tempo, ridurla a semplice elemento di folklore: secondo me può farlo solo chi conosce la città e con lucidità può enumerarne pregi e difetti perché sono la trama e l’ordito su cui si costruiscono le storie personali e familiari. Il vero protagonista però non è nessuno dei personaggi che animano il libro: il Muto, il Paladino, il Poeta, la Buttana imperiale da soli non sarebbero riusciti a ricreare la città; la lingua, il dialetto è la qualità migliore del romanzo: non un dialetto posticcio, inventato ad uso e consumo dei lettori, ma l’italiano così come viene parlato da quei palermitani che hanno imparato questa lingua a scuola perché la loro lingua madre è il dialetto. La lettura si è automaticamente trasformata in suoni, inflessioni, intonazioni che mi hanno condotto in un qualsiasi luogo di Palermo dove sarebbe effettivamente possibile incontrare Provvidenza, Umbertino, Rosario.
Davide Enia ,siciliano ,classe '74, ha scritto , diretto e interpretato testi per il teatro e la radio ,molto apprezzati Così in terra è il suo primo romanzo . È un romanzo molto coinvolgente ed appassionante ,in cui c'è una bella saga familiare ,tra la Sicilia, l'Africa e la Germania, e ci sono 50 anni di storia, dalle bombe della seconda guerra mondiale, i campi di prigionia in Africa , fino alle stragi di mafia . E poi c'è la boxe . C'è violenza ,dentro e soprattutto fuori dal ring - ,l'imperativo che torna spesso è"Cafùdda!"- ma pure inaspettata tenerezza e leggerezza ,si ride molto in certe pagine ,e ci si commuove ,anche. Nel modo di scrivere di Enia ,che mi ha colpito assai, mi pare che la sua esperienza teatrale si senta tutta : quel procedere della narrazione per immagini - che ti sembra di averle davanti - e il linguaggio usato, un italo -palermitano ( 'u dialetto che sa essere graffio e sussurro)di grande forza espressiva ,veloce ,sferzante , efficace nel condensare tanti significati in un'espressione. La scrittura è nitida ,sincopata, agile come i saltelli nel quadrato di un ring , sa essere precisa e potente come un gancio ben assestato, che aggira la tua guardia e mira ai tuoi punti sensibili, o sorprendente come un uppercut, che può metterti ko.
Davidù e il nonno "Che cucini?" " Pasta ch'i tenerumi" "Come fai a sapere tutti i tempi di cottura?c'è una tabellina tipo i numeri?" "Basta imparare gli ingredienti" "E come si impara?" "Sbagliando."
Un romanzo che proprio non mi aspettavo . Ou, a mmìa mi piacque. Un fottìo :)
Η έκδοση του βιβλίου στα ελληνικά πήγαινε συνεχώς από αναβολή σε αναβολή (ήταν να κυκλοφορήσει αρχικά μέσα στους πρώτους μήνες του 2016), μέχρι που τελικά πριν λίγες μέρες έσκασε μύτη στα βιβλιοπωλεία. Εγώ από την αρχή το είχα σταμπάρει το βιβλίο, χάρη κυρίως στην περίληψη της Αμερικάνικης έκδοσης, που μιλάει για μια σκοτεινή και καθηλωτική ιστορία ενηλικίωσης που εξερευνά την βία, την φιλία, την οικογένεια και του τι σημαίνει να είσαι άντρας. Βάλτε και λίγο από δεκαετία του '80, μποξ και τα επικίνδυνα σοκάκια του Παλέρμο, και έδεσε το γλυκό.
Λοιπόν, πρόκειται για ένα εξαιρετικά ενδιαφέρον, καλογραμμένο και ιδιαίτερο βιβλίο, το οποίο μπορώ να πω ότι με καθήλωσε από τις πρώτες κιόλας σελίδες, και αν δεν είχα δουλειές και εξόδους, σίγουρα θα το είχα τελειώσει μέσα σε μια μέρα, αντί για τρεις. Στο επίκεντρο της όλης πλοκής είναι ο Νταβιντού, που γνωρίζει για πρώτη φορά το ρινγκ σε ηλικία εννιά ετών και προορίζεται να γίνει ένας μεγάλος μποξέρ, στα χνάρια του πατέρα που δεν γνώρισε ποτέ. Όμως η όλη αφήγηση της ιστορίας μας πηγαίνει συνεχώς μπρος πίσω στον χρόνο, δίνοντάς μας έτσι την ευκαιρία να γνωρίσουμε διάφορα μέλη της οικογένειας του Νταβιντού, αλλά και ανθρώπων που έχουν σχέση με την οικογένειά του και τον ίδιο. Δηλαδή δεν υπάρχει μια συγκεκριμένη πλοκή, με αρχή, μέση και τέλος, αλλά γεγονότα σε ακανόνιστη χρονολογική σειρά, τα οποία αναδεικνύουν την πόλη του Παλέρμο και κατ'επέκταση την ίδια την Ιταλία των περασμένων ετών. Το βιβλίο είναι γεμάτο εικόνες -άλλοτε σκληρές και βίαιες, άλλοτε πιο ποιητικές-, ήχους και συναισθήματα. Η γραφή πολύ ωραία, σε σημεία σκληρή και δυναμική, σε άλλα πιο λυρική, με λιτές περιγραφές και ανθρώπινους διαλόγους.
Σίγουρα ο τρόπος που μας παρουσιάζει ο συγγραφέας τα πρόσωπα και τις καταστάσεις, με τα μπρος-πίσω στον χρόνο και τα πήγαινε-έλα, μπορεί και να αφήσει αρκετούς αναγνώστες μπερδεμένους ή και αδιάφορους. Προσωπικά αυτός ο τρόπος αφήγησης ήταν που με ενθουσίασε. Και, φυσικά, η ίδια η γραφή. Ουσιαστικά για λεπτομέρειες δεν βάζω πέντε αστεράκια στο βιβλίο. Χαίρομαι πολύ που το διάβασα!
Il pugilato è uno sport appassito che oggi resta nell’immaginario collettivo quasi soltanto attraverso le figure di personaggi, reali o meno, avvolte dal mito come Rocky Balboa e Mike Tyson o, per chi è più in là con gli anni, Cassius Clay alias Mohammed Alì e “Toro Scatenato” Jake La Motta. Ma esisteva, un tempo fiorente e immagino che ancor oggi sopravviva da qualche parte, un pugilato delle periferie, i cui santuari erano rappresentati da pseudo-palestre spesso un po’ raffazzonate che, soprattutto nel meridione d’Italia, hanno salvato molti adolescenti dalla criminalità o dall’emigrazione forzata.
E’ qui che Davide Enia ambienta questo appassionato squarcio di vita palermitana, dal dopoguerra fin quasi al termine del secolo scorso attraverso la saga di una famiglia di maschi robusti e dotati nel fisico quanto fragili e insicuri nella vita che scorreva un po’ attutita al di fuori del mondo chiuso della boxe.
Una particolarità del romanzo è l’uso del dialetto siciliano, molto espressivo ma non so giudicare quanto verace e autentico, che riesce a rendere il carattere scabro dei personaggi, proletari o piccolo borghesi, senza risultare inaccessibile al lettore del Nord. Certe frasi, aggettivi, esclamazioni non possono essere rese altrimenti e dipingono la coreografia tanto quanto Santa Rosalia o la spiaggia di Mondello.
La struttura di ”Così in terra” si avvale di audaci funambolismi stilistici che in altri romanzi rischiano di infastidire per la sensazione di artificioso e posticcio che imprimono ma qui, grazie al talento e alla sincerità espressiva dell’autore, trovano una collocazione appropriata senza mai risultare un espediente fine a sé stesso. Mi riferisco alla costruzione degli eventi dove in molti casi la conseguenza di un’azione ne precede lo svolgimento oppure il rimescolamento dei piani temporali, spesso connesso a esperienze di boxe avvenute a decenni di distanza con un diverso protagonista, lo zio e il nipote, il padre e il figlio.
L’alternarsi del soggetto con uno scarto talora impercettibile della narrazione tesse un filo sottile ma resistente ed efficace fra i destini e i caratteri delle generazioni di una stessa famiglia. Quanto alle conseguenze degli atti, delle parole, delle decisioni dei personaggi, l’accorgimento dell’anteporle mette in particolare risalto il significato e il peso che momenti in apparenza insignificanti possono indurre su un’intera esistenza.
Davide Enia trova anche il modo di infilare fra le pagine un’appassionata storia d’amore, una buona dose di ironia e un lungo intercalare di eventi bellici nella prigionia in terra d’Africa del nonno Rosario, conferendo al romanzo una compattezza che definisce un’opera matura e sincera, sofisticata e semplice, forse un po’ troppo benevola nell’evitare espliciti rapporti con scommesse clandestine o incontri truccati, eventi che hanno contribuito nella realtà alla decadenza della boxe fino ai giorni nostri (oltre all’annoso dibattito sulla violenza ritualizzata che sarebbe troppo lungo da affrontare)
On Earth As It Is In Heaven is the first novel by Rome-based Sicilian author, Davide Enia. Living in Palermo, nine-year-old Davide has grown up with stories of the boxing career of his illustrious father, The Paladin, before his unfortunate death in a motorcycle accident. He may never have known his father, but his loving Grandmother Provvidenza, his irrepressible Great Uncle Umbertino and his gastronomic Grandfather Rosario make sure their beloved Davidù understands his family’s history: a history that includes the elusive goal of being the country’s champion boxer. Against the background of violence and danger that is the Sicilian capital, young Davide trains for that goal.
Enia slowly and skilfully entwines the narrations of several characters to craft a marvellous story that reaches a dramatic and moving climax. Enia’s characters have a depth that encourages emotional investment by the reader for ample reward. Enia is proficient at creating both setting and atmosphere, be it a North African prisoner-of-war camp, a boxing arena or a Sicilian street: “In the street behind the piazza: shouts, ambulances and police sirens. The soundtrack of Palermo.”
This coming-of-age tale is a delightful surprise. The boxer on the cover belies the real content and this novel does not require a love or appreciation of boxing to be enjoyed. In fact, this is a story less about boxing than about people: family and friendship, loyalty and love. There may be brutality and heartbreak, but there is also courage and humour in generous quantities. It is a testament to Antony Shugaar’s talent as a translator that Enia’s prose is so flawlessly rendered. A brilliant debut novel.
This book wasn't as good as it could've been, I think:)) because the entire book is written exactly how our last English assignment was supposed to be written and I don't like thinking about English:) also it was a bit confusing because it kept switching through generations and then the same people in different like time difference bc it's their grandpa and things and then stories were overlapping.
Apart from that the story was pretty good, Rosario's story was good, and I liked all the boxing bits (obvslmao) but some of the bits with Davide and Nina was confusing because Davide was being stupid also why does he have to be so mean to Gerruso all the time.
La protagonista assoluta di questo romanzo è la boxe. Non stiamo parlando della boxe della violenza, delle scommesse e degli incontri truccati, che pure sono presenti nel romanzo, ma di quella nobile disciplina che tempra il corpo e lo spirito, che abitua al sacrificio, alla disciplina, alla sofferenza, alla dignità, ad essere sempre vigili e concentrati ed a pensare non solo con la mente ma anche con il corpo. La boxe che imbriglia e da sfogo all’esigenza di distruzione che è in ognuno di noi.
Anche se la boxe è lontanissima dal mio modo di essere questo romanzo mi è piaciuto moltissimo. E’ la storia di tre generazioni di una famiglia di pugili palermitani dagli anni della seconda guerra mondiale e dei campi di prigionia in Africa alla stagione delle bombe di mafia, passando per gli anni dell’emigrazione in Germania. E’ la boxe che ha consentito agli uomini di questa famiglia di di sopravvivere, fortificare il loro carattere e difendere la loro dignità. L’elemento ricorrente della storia è che ognuno di loro, giunto al culmine della carriera, ha perso l’incontro decisivo. Sarà l’ultimo rampollo, Davidù, protagonista della storia e voce narrante, a sfatare questo mito e riuscire là dove i suoi parenti avevano fallito. Riuscirà a farlo difendendo strenuamente la sua dignità, prendendosi cura dell’amico sfigato Gerruso e riuscendo anche a conquistare l’amore di Nina.
Enia ha una scrittura semplice ma molto coinvolgente. Il racconto procede in parallelo su diversi piani temporali e i passaggi da un piano all’altro sono continui e improvvisi. Nonostante questo la lettura scorre facilmente. Inoltre, i personaggi del romanzo sono tutti molto interessanti. Il mio preferito è Nonno Rosario, uomo di pochissime parole ma di grandi sentimenti.
In definitiva Davide Enia è stato davvero una gran bella scoperta.
Una bellissima sorpresa da un libro da cui mi aspettavo tutt'altro. I dialoghi in mezzo italiano, mezzo palermitano sono gustosi e vitali. Mi sono affezionata e appassionata a questo gruppo di personaggi tutti maschili. Dopo tanti romanzi recenti che si concentrano sul mondo femminile, è stato bello seguire una narrazione che passa quasi esclusivamente attraverso le vite di ragazzi e di uomini.
Davide Enia è uno scrittore bravissimo e questo libro è bellissimo. Ho conosciuto questo autore grazie ad Appunti per un naufragio, un libro molto diverso, ma anche in questo precedente Così in terra, in cui siamo invece nel campo della narrativa pura, si apprezza tutta la sua bravura. C'era già qui quello schema di alternare più racconti in un'unica storia, componendo alla fine il grande ritratto della famiglia del protagonista Davide (come l'autore), che ci parla in prima persona. Un grande affresco che attraversa Palermo dagli anni '50 ai primi anni '90, con la crescente ansia nata dagli attentati mafiosi che si intreccia ai sentimenti adolescenziali del protagonista: le amicizie, la famiglia, le ragazze (soprattutto una ragazza) e quindi l'amore, e infine la boxe, lo sport che fa da collante. Enia è fiero di essere siciliano e il suo perfetto italiano è accarezzato dalle parole palermitane, dai dialoghi in dialetto palermitano, perché non c'è motivo di nascondere le origini che sono alla base di ciò che siamo. I personaggi sono tutti bellissimi, umani e veri, da abbracciare, da vivere attraverso le pagine del libro, ognuno con le sue caratteristiche precise: il nonno Rosario il muto, lo zio Umbertino grosso e forte e carismatico, l'amico Gerruso con le sue debolezze e la sua semplicità, e ancora il Maestro Franco, Nina, Eliana Dumas, Nicola Randazzo, il tenente D'Arpa, la nonna Provvidenza, il Paladino sullo sfondo, tutti hanno qualcosa da raccontarci, dobbiamo solo abbandonarci a loro.
Leggere questo libro è stata una delle esperienze più belle che mi siano capitate. Partito in sordina, scelto solo sulla base di un consiglio ricevuto un po’ a caso, si è rivelato essere un capolavoro. La storia di un ragazzo, che a sua volta incarna la storia della sua famiglia palermitana, dalla seconda guerra mondiale alle stragi di mafia di fine Novecento. L’excursus storico e l’ambientazione, per quanto essenziali ai fini della narrazione, che si snoda soprattutto attraverso continui flashback, sono tuttavia secondari rispetto a ciò che rende davvero prezioso questo romanzo, e cioè la sua capacità di stritolare il corpo di chi sta leggendo, tra le sofferenze di Rosario (il nonno), le morti, i pugni dati e presi da Davidù (il protagonista e voce narrante), le sofferenze di Gerruso. Leggendolo si viene (per davvero!) catapultati nelle sue pagine, ci si distacca completamente dalla realtà, si soffre e si ride affianco ai personaggi. Una storia di una materialità fuori dal comune, tangibile anche a livello emotivo. La trama non è semplice, è necessario barcamenarsi con agilità tra i vari e repentini cambi di ambientazione e di epoca storica, ma il risultato è un racconto estremamente toccante, che turba e scuote con una forza che poche volte mi è capitato di sentire.
In un bell'italiano zuppo di mare di Sicilia Davide Enia ci racconta attraverso tre generazioni una storia di crescita e rivalsa che risuona di qualche decennio di storia italiana, dal dopoguerra agli anni di piombo, agli attentati di mafia. Premetto che sono un lettore facile perché amo le storie di puglilato e qua ne abbiamo più di una, ognuna col suo degno protagonista. E belli sono sopratutto i personaggi che le popolano, Umbertino, Il Negro, Il Paladino, il Poeta, ognuno col suo soprannome, ognuno col suo dolore. La cosa che meno mi ha convinto è la struttura ad incastro di Enia che faticosamente ricostruisce le storie mescolando i piani temporali, creando parallelismi e consonanze, srotolando la Storia per esaminarla sincronicamente sul tavolo da lavoro. Intellettualmente posso anche apprezzare l'idea, da lettore meno: l'operazione è a mio gusto condotta con mano non ancora ferma abbastanza e mi ha dato l'idea di voler mettere troppe spezie nel minestrone. Sicuramente però un romanzo che consiglio di una autore del quale leggerò altro. Voto: 7,5
Un'inaspettata gemma dimenticata nella mia libreria. Mi è letteralmente caduto in braccio mentre cercavo un altro titolo da prestare ad una mia amica ed ho iniziato a leggerlo per puro caso. Enia ha uno stile fluido, senza fronzoli, pulito come la miglior boxe. Con diretti inaspettati riesce a colpirti in pieno viso spiazzandoti grazie alla capacità empatica. Apprezzo particolarmente la sua abilità di far affezionare a scenari e personaggi della storia senza dilungarsi in profonde descrizioni, ma anzi usando uno stile telegrafico, con poche parole ma giuste. Infatti, il libro scorre con piacevole facilità. Unica pecca: ogni tanto l'alternarsi continuo delle generazioni, specialmente durante gli intrecci centrali del libro, disorienta il lettore e fa perdere il filo. Ma anche questa pecca viene risolta sul finale, dove i nodi vengono sciolti.
After 80 pages I just couldn't stomach this book anymore. I've read and appreciated some disturbing books, but what disgusted me here was that the narrative itself didn't seem to care about the violence, misogyny, etc.
Un livre à recommander. Un jeune garçon, la boxe, la Sicile, une famille formidable et une histoire d'amour. Un livre sur l’égoïsme de la passion qui isole mais sort de son carcan. Formidable!
In questo libro si alternano le storie dei pugili e degli uomini di una famiglia palermitana. Il nonno Rosario ha combattuto in Africa durante la seconda guerra mondiale ed è stato fatto prigioniero. Ho apprezzato il racconto di questo personaggio che mette in luce le barbarie (spesso omesse nel racconto storico italiano) delle atrocità della presenza coloniale in Africa. Lo zio Umberto, il padre del protagonista, il suo allenatore sono pugili che hanno combattuto per conquistare il titolo nazionale. La storia di Davide e di suo padre e di suo zio si alternano e si sovrappongono lungo tutta la narrazione, disegnando al contempo la storia di Palermo dalle bombe della guerra mondiale a quelle della mafia (quest'ultima è una presenza costante ma non centrale del racconto). Il filone narrativo di tutte le storie è la boxe. Sono storie di attacchi e difese, di colpi dati e ricevuti, sul ring come nella vita; sono storie di cadute e di risalite, storie di coraggio e di caparbietà, con cui si decide di affrontare il ring/la vita, di rimettersi in piedi quando sarebbe più facile rimanere giù. Trovo stupendo leggere di boxe; ciò che invece non ho apprezzato molto è lo stile narrativo troppo spezzettato, in cui le varie storie si intrecciano con una tale frequenza da mandare in confusione il lettore. A un certo punto si alternano paragrafi o persino singole frasi; si torna indietro con continui flashback, non solo nell'alternanza tra personaggi, ma anche nel racconto dello stesso personaggio, tornando indietro magari di un'ora e con continue ripetizioni. Devo dire che è stato sfiancate, mi sono sentita proprio alle corde nelle ultime pagine del libro.
Davidù vive a Palermo e ha solo nove anni quando sale sul ring della palestra di suo zio Umbertino e affronta Carlo, che di anni ne ha ventisei e pesa cinquantasette chili. Esegue i movimenti in modo naturale, salta, schiva, colpisce e raddoppia. "Si vede che è proprio fìggh'i so padre". Eh si, perché suo padre, morto prima della sua nascita, era il Paladino, pugile elegante, saldo, un cavaliere in battaglia. Ed il nonno Rosario, e lo zio Umbertino, pugili pure loro: una famiglia che insegue il titolo di campione italiano.
La loro storia abbraccia cinquant'anni ed è compresa all'interno di una cornice fatta di bombe: le bombe degli anni 40 sganciate dal cielo, e quelle degli anni 90 che piazzate a terra, uccidono i magistrati. È una storia che si sposta continuamente nel tempo, avanti e indietro, e di nuovo avanti, fin quasi ad annullarlo, fino a che le parole dette e scritte possono valere per Rosario, come per Umbertino e Davidù.
È forse immobile il tempo? È forse immobile questa Palermo, violenta, cruda, sporca, che continua ad essere squarciata dal fuoco, dove si muore per strada? Attendere con sapienza il colpo, fronteggiare l'avversario e tenere sotto controllo la distanza, non cedere al caos e poi attaccare, cadere e rialzarsi: così è sul ring, così è in terra. Un allenamento continuo.
La cosa che mi è piaciuta di più è la lingua di Davidù e dei personaggi di questo libro, la lingua di Enia, sospesa tra italiano e palermitano: sarà perché certi dialetti ci appartengono al di là della nostra provenienza, sono linguaggi universali che toccano la memoria collettiva, che richiamano simboli ed immagini epiche. Non so, ma la pagina scorre senza intoppi, e ti trasporta al finale in un attimo, un po' a corto di fiato.
Un bel romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2012 da Baldini Castoldi e di nuovo nel 2023 da Sellerio.
Finalmente un autore uomo che scrive di uomini. Bambini, adulti, anziani. Ma ecco, e' di loro che prende il punto di vista, della loro inclinazione a menare le mani, dell'improvviso risveglio dei sensi che fa cadere molti di loro sotto l'incanto di una donna, del loro rapporto tra uomini - speciale, inarrivabile. Il romanzo e' costruito intorno alla boxe, dai primi pugni del protagonista, Davide/Davidu' tirati a nove anni fino alla sua vittoria nella finale nazionale 9 anni dopo. E attorno ai suoi incontri (non solo di boxe) si costruisce il racconto della vita della sua famiglia: dal nonno Rosario, che scopre il pugilato in guerra, al monumentale zio Umbertino che riesce a trovare un modo per unire le sue passioni (il pugilato e le "pulle" - le prostitute) al padre detto Il Paladino, quel pugile provetto che Davide non ha mai conosciuto. E attorno a loro ruotano l'amico Gerruso con il suo dito mozzo e i discorsi strampalati, e una serie di donne, personaggi minori ma fondamentali: la nonna Provvidenza, la mamma Zina, il suo primo amore Nina e tutto il mondo delle prostitute, un mondo ricco di sfumature e sentimenti quanto quello caro ad Amado. Scrive bene, Enia, e prende a piene mani dal siciliano. Non e' la lingua inventata di Camilleri, e' palermitano puro, a volte faticoso da comprendere ma musicale, simpatico. Le parti in dialetto spesso sottolineano effetti comici, ma non sempre. E quando si pensa che sia un libro divertente, ecco che Enia e' pronto a passare a toni piu' seri, a scene che fanno increspare la fronte. Forse mi e' pure partita una lacrima ad un tratto.
Davide is born into a family of boxers. “We might be poor, but we were talented”. His father died in a motorbike accident before he was born, so he is raised by his mother, his uncle Umberto and his grandparents, Rosario and Provvidenza. His grandmother teaches him about the beauty of language. His uncle teaches him about boxing.
The book intertwines the stories of Davide, Rosario and Umberto. Umberto once made it to the final round of the National Champs but was beaten. He then started a gym where he has trained boxers since, including Davide’s father. Rosario’s life was shaped by his experiences as a POW in Africa during WW2 where he was one of very few survivors. Davide’s life has been dominated by two passions, both instilled in him at the age of 9: his desire to win the National Boxing Championships and his love for his friend Gerruso’s cousin, Nina.
The three key storylines are all inter-woven. Sometimes you lose track of where you are but it all comes together in the end to form a cohesive picture.
Set over a period of about 50 years, this is an intense and at times poetic story about what it is to be a man in the highly volatile, passionate, violent city that is Palermo. Enia’s writing is reminiscent of what the Impressionists brought to Art – delivering a true sense of place. Palermo is rough, teeming with Mafia and prostitutes and the writing mirrors that, with descriptions of violence, sex, lots of swearing. You feel like you’ve been transported somewhere quite different, somewhere hot and sweaty where violence is never far away.
Davide Enia tells the tale of three generations of a family bonded by the "sweet science" of boxing. Much like his main character, Enia is a poet of sorts, weaving together three different timelines in a way that keeps you hanging on and wanting more of each story. The drama builds expertly as major moments reveal themselves in the past and present. Plays out like a well-paced, strongly executed cinematic experience.