«Perché forte come la morte è l'amore»
Credo che ognuno di noi rappresenti un certo tipo di lettore, ed io, forse a volte non senza una nota di compiacimento, continuo a raccontare a me stessa e agli altri di come nell'ultimo anno sia diventata una lettrice bulimica.
Leggo moltissimo, sempre di più, sempre più voracemente, e se questo da una parte mi piace perché fa crescere continuamente in me il desiderio di scoprire nuovi autori, di misurarmi con letture che non avrei mai pensato di avvicinare, se mi stimola ad un confronto continuo con letterature sconosciute e lettori di tutti i tipi, dall'altra mi fa perdere la capacità di immergermi totalmente in una storia e mi costringe a sovrapporre mondi completamente diversi tra loro e a correre freneticamente per il desiderio di voler sapere "come va a finire" per potermi tuffare al più presto in una nuova avventura.
Naturalmente «Il Minotauro» è stato la vittima perfetta, si prestava perfettamente ad assecondare questa mia inclinazione: c'è una storia d'amore misteriosa e ossessiva, un protagonista enigmatico di cui non si conosce neanche il nome, una ragazza così bella, Thea, da poter calamitare con uno sguardo l'amore di chiunque la incontri: l'amore di G.R. un giovane coetaneo, quello dello Sconosciuto, che le scrive lettere d'amore, e quello di Nikos, un professore universitario che conoscerà molti anni dopo l'inizio della storia.
Ed io, mi sono tuffata, e ho nuotato tra le pagine come una forsennata, mi sono lasciata ubriacare dalle parole, stordire dai profumi, accecare dai colori per arrivare di schianto alla fine, commossa e frastornata.
Frastornata.
Perché quella che all'apparenza sembra solo una storia d'amore, dopo aver ruotato intorno all'impossibile storia tra Thea e lo Sconosciuto e averla percepita in ogni suo respiro, vissuta da quattro punti di vista differenti, palpitato alle parole dello Sconosciuto che la inseguivano e la raggiungevano ovunque andasse, in realtà rivela anche la storia di un amore grande, quello di Tammuz per la sua terra.
Mentre leggevo Il Minotauro cresceva in me la sensazione che questa scrittura, apparentemente piana e didascalica, celasse dei simboli, dei rimandi continui a qualcosa che non riuscivo a cogliere in pieno, qualcosa di molto più grande del mito del Minotauro, del labirinto d'amore e ossessione in cui lo Sconosciuto, l'agente segreto, trascina anche Thea.
Leggevo di una terra di valli e fiumi, di aranceti profumati, del desiderio di una "rinascita del Mediterraneo" comune a due uomini distanti tra loro, un levantino, il professore di origine greca, e un ebreo di origine russa, l'agente segreto, e sentivo sempre più, ad ogni parola, un'eco di qualcosa che avevo già udito, di parole che avevo già annusato; sentivo, man mano che andavo avanti nella lettura mi è stato chiaro, l'ebbrezza e l'appagamento, la forza e la sensualità, del Cantico dei Cantici, uno dei canti d'amore più belli che siano mai stati scritti.
È israeliano Tammuz, mi dicevo, non può essere solo questo il livello di lettura di questo romanzo, sono sicura che c'è molto di più, non può essere solo amore, sia pur trascinante, sia pure travolgente, sono sicura che ci sia molto di più tra queste righe.
E allora mi sono tuffata ancora una volta tra quelle parole, per cercarne altre, per trovare quello che, secondo me, era il vero significato di questa storia, per capire se quel profumo inebriante che mi era sembrato di sentire l'avevo sentito veramente o se era solo una suggestione.
E mentre cercavo quelle parole - c'è un brano, a circa un terzo del libro, in cui affiorano in Nikos tutte le sue radici mediorientali, che dice «Che aspetto hai ora, com'è la tua voce, qual è il colore dei tuoi occhi, mentre seduta alla finestra in questo momento, in qualche parte del mondo, colma di disprezzo per la debolezza dei nuovi popoli, aspetti me, sorella sposa mia? I tuoi occhi non sono azzurri, sono occhi di cerbiatta, ma il tuo corpo è bianco. I tuoi capelli non sono come lino cardato ma bronzo di Damasco. Non uscire dalla tua casa, ché sto arrivando, sto venendo.», che sembra quasi rispondere ad un brano del Cantico che dice «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amato del mio cuore. L'ho cercato ma non l'ho trovato.» - mentre percorrevo quel sentiero in cerca di parole per trovarne altre, mi sono accorta di aver iniziato a percorrere un'altra strada, un altro sentiero ancora; all'improvviso mi sono trovata a pensare ad una giovane donna dai capelli color bronzo, Thea, che non è più solo una donna, ma una terra promessa e contesa, una terra che richiama a sé uomini delle razze più diverse, ma che non riesce nonostante l'amore lacerante che la nutre a trovare pace: una terra che è vita e morte insieme, Israele e Palestina allo stesso tempo. E poi ho iniziato a pensare all'amore breve e fugace di G.R., inglese come inglese è stato il Protettorato che ha governato la Palestina nella prima metà del secolo scorso, all'amore travolgente dello Sconosciuto, ebreo, un amore del quale «Non posso darti altra spiegazione se non quella che sto per dirti: da quando ho memoria di me, io ti ho cercata», quello dei tanti coloni ebrei arrivati da ogni parte del mondo, dispersi dalla diaspora e riuniti dal desiderio di ricongiungimento alla propria terra d'origine, ed infine all'amore di Nikos, alla miscellanea delle sue origini, greche, libanesi, egiziane, palestinesi, al suo stupore nei confronti di una terra che non trova pace, e al primo incontro dei due uomini, l'ebreo e il levantino, a Gerusalemme, l'uno di fronte all'altro, l'uno opposto all'altro. E mentre leggevo, rileggevo la storia di Tammuz come una bellissima metafora della sua terra, come una grande allegoria in cui ciascuno dei protagonisti è molto di più di quello che sembra, perché incarna un sogno, rappresenta un desiderio, racconta il miraggio di una terra che può essere arida, matrigna, spietata, ma anche materna, rigogliosa, fertile; racconta di un esilio, come quello di Ingeborg, che sembra non aver mai fine; racconta di una caparbietà, come quella di Lea, che spinge a conquistare l'inconquistabile; ma soprattutto racconta di una pace interiore lontana da raggiungere finché non ci sarà armonia, finché non ci sarà la capacità da parte di tutti di entrare insieme nel terzo cerchio della musica; racconta infine di un amore che se non è condiviso può solo portare alla morte.
Quando cominciò a leggere la prima lettera e arrivò alla frase: «Ebbene, io amo il paese che servo, i suoi monti, le sue valli, la sua polvere, la sua disperazione», chiuse gli occhi e pensò che «monti» e «polvere» si adattavano bene alla Palestina, che adesso si chiamava Israele; lo stesso paese dove era stato convocato per un incontro oltre dodici anni prima, nel quale lo aveva interrogato una specie di agente segreto, il tipo di uomo che avrebbe potuto essere l'autore di quelle lettere.
Questo libro è un bellissimo dono.