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Crimini di guerra: Storia e memoria del caso italiano

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Crimini di guerra sono stati perpetrati in Italia fin dall'Unità con la repressione del brigantaggio e altri sono stati commessi da italiani già a partire dalle spedizioni coloniali in Africa Orientale e in Libia. Ma è soprattutto durante il ventennio fascista che l'Italia si rende responsabile della violazione dei più elementari diritti umani nelle guerre in Etiopia, Somalia, Spagna e – ancor più – nel corso della seconda guerra mondiale. In particolare, tra il 1940 e il 1943, insieme alla Germania, è protagonista di numerosi eccidi di civili in Jugoslavia, Grecia, Albania, ma anche in Russia e in Francia. Poi, tra il 1943 e il 1945, il nostro paese subisce stragi efferate a opera dei nazisti, sostenuti dai fascisti della Repubblica di Salò.
Per questo motivo, l'Italia viene a trovarsi nella particolare situazione di essere considerata responsabile e vittima di crimini di guerra al punto da impedirle, nei decenni successivi, di riconoscere tanto le responsabilità dei propri soldati in Africa Orientale e soprattutto nei Balcani, così come di perseguire i nazifascisti colpevoli delle stragi compiute sul suo territorio.
Questa vera e propria strategia politica di occultamento ha subito un parziale ripensamento solo dopo la fine della guerra fredda. Dal 2005 a oggi sono state emesse numerose sentenze che hanno contribuito a rinnovare il rapporto tra storia e memoria su una delle questioni più tragiche e controverse della storia nazionale.

180 pages, ebook

Published September 7, 2016

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Profile Image for Paolo Ventura.
375 reviews2 followers
June 28, 2023
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In questo quadro l’esperienza dell’Italia assume una sua specificità che ha finito con il ridurre anche la produzione storiografica sui crimini di guerra, soprattutto su quelli commessi dagli italiani, mentre è stata sicuramente molto limitata la volontà politica di renderli noti e perseguirli, e tutto ciò ha finito con il determinare anche un rapporto squilibrato tra storia e memoria nella nostra comunità nazionale
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Queste scelte di politica interna e internazionale, segnate dall’assenza di giustizia e dalla rimozione dei crimini, hanno finito con l’incidere decisamente sui caratteri della ricerca storica e della identità nazionale. Più in generale, in oltre un secolo, sulla tematica dei crimini di guerra sono prevalse, salvo rare eccezioni, la «cultura e la pratica dell’occultamento».
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La difficoltà a raccontare la guerra con le tante guerre al suo interno ha indebolito il senso di appartenenza nazionale, il quale ha alimentato negli anni tra gli italiani una contrapposizione ideologica e storico-politica molto profonda
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«dare inizio ad una guerra di aggressione non è solo un crimine internazionale ma è il crimine internazionale supremo, diverso dagli altri crimini di guerra per il fatto di concentrare in se stesso tutti i mali della guerra».
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Altra questione legata alla possibile punibilità dei crimini di guerra riguarda la cosiddetta amnistia Togliatti, approvata il 22 giugno 1946, che prevedeva l’amnistia e l’indulto per i reati comuni, politici e militari e che portò all’archiviazione di molti processi anche per reati già configurati come crimini di guerra dal processo di Norimberga. Sulla base di questo provvedimento legislativo, le più significative sentenze della Corte di Cassazione in applicazione dell’amnistia riportano argomentazioni spesso molto discutibili per consentire l’impunità e perfino la riabilitazione giuridica della classe dirigente del ventennio e della Repubblica sociale.
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I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse per aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità. L’attenzione si concentrò su alcune vicende allorché, tra il 1860 e il 1861, qualche migliaio di militari borbonici – ma i dati sono controversi – vennero deportati al Nord, vicino a Torino, nella fortezza di Fenestrelle e a San Maurizio Canavese, mentre al Sud, a Pontelandolfo e Casalduni, furono fucilati centinaia di civili.
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Anche se gran parte della storiografia sul primo conflitto mondiale non se ne è occupata, durante la guerra e dopo avvengono eccidi di civili, stupri, deportazioni di profughi, lavoro coatto e internamento, maltrattamento dei soldati prigionieri di guerra, fucilazioni sommarie dei militari. Negli altri Paesi in conflitto si verificarono episodi analoghi e i più drammatici furono quelli che videro protagonisti i tedeschi in Belgio e in Francia, gli asburgici in Serbia e i cosacchi in Russia.
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Sul piano politico-istituzionale si puntò a realizzare un nuovo sistema democratico rappresentativo attraverso l’elezione di un’Assemblea costituente, con l’obiettivo di scrivere una Carta costituzionale simbolo della nuova unità della nazione. Contestualmente, con un referendum istituzionale, il 2 giugno 1946 si scelse la forma di Stato repubblicano. Ma pur di fronte a questi radicali cambiamenti una parte fondamentale della classe dirigente, se si eccettua quella politica, rimase per lo più la stessa che aveva operato nel passato regime.
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nel luglio 1949, con un apposito decreto del Sant’Uffizio, la Chiesa cattolica scomunicò gli aderenti al Pci e tutti coloro che professavano la «dottrina del comunismo, materialistica e anticristiana».
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In questo contesto di forte contrapposizione era quindi difficile che fosse messo in discussione il nuovo ordine politico e militare internazionale per individuare e punire i responsabili dei crimini di guerra, soprattutto in due nazioni così importanti per i nuovi equilibri come l’Italia e la Germania.
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Le relazioni ipotizzavano che in Slovenia, per una italianizzazione forzata, siano stati più di 50.000 i cittadini che persero la vita o subirono persecuzioni in appena due anni.
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Venne quindi attuata una epurazione limitata, che consentì una certa continuità d’azione tra la classe dirigente del fascismo e quella della Repubblica democratica, su cui ha finito con l’incidere all’inizio la presenza anglo-americana e poi la crescente tensione a seguito dell’avvio della Guerra fredda.
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Molte vie di fuga passavano per l’Italia e l’Austria grazie ai lasciapassare della Croce Rossa, e fu la stessa Santa Sede di Pio XII, attraverso alcuni suoi componenti come monsignor Hugh O’Flaherty, ad organizzare l’espatrio clandestino dei criminali nazisti.
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Altre organizzazioni per la fuga dei nazisti operavano in Europa dove era attivo il gruppo «Gaeta», che dalla Germania sosteneva i detenuti nazisti in Italia come Kappler e Reder, prigionieri proprio nella fortezza di Gaeta. La loro attività era sostenuta dai servizi segreti italiani ricostituitisi dopo la guerra con molti aderenti alla Repubblica sociale italiana, a garanzia di una politica anticomunista negli anni della Guerra fredda.
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La collaborazione italo-tedesca negli anni 1949-1951 spiega la sostanziale paralisi dell’azione punitiva contro i criminali di guerra nazisti. Questa intesa tra il governo tedesco e quello italiano era d’altronde sostenuta dai britannici e dagli americani, contrari alla prosecuzione di una politica punitiva e favorevoli invece alla riabilitazione, anche giudiziaria, degli ex nemici nel nuovo contesto geopolitico internazionale. Una sentenza emblematica del clima politico che si vive alla fine degli anni Quaranta è quella che riguardò il maresciallo Rodolfo Graziani, definito un criminale di guerra dall’Onu per l’uso di gas tossici e il massacro di migliaia di abissini. Il governo italiano negò l’estradizione richiesta dall’Etiopia, mentre venne processato in Italia solo per i reati commessi durante l’appartenenza alla Repubblica sociale italiana. Condannato a diciannove anni con una sentenza del 2 maggio 1950, grazie a una serie di condoni scontò solo quattro mesi di prigione.
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Un anno dopo l’amnistia Togliatti, nel luglio 1947, restavano in carcere circa 2.000 fascisti e nel 1952 soltanto 266. Una nuova amnistia concessa il 19 novembre 1953 estese i benefici della legge anche a quei fascisti che si erano dati alla latitanza e liberò praticamente tutti i detenuti. Questa inversione di tendenza nella politica di punizione contro i fascisti ebbe un’accelerazione dopo la sconfitta elettorale delle sinistre dell’aprile 1948. Fra il 1948 e il 1950 una serie di processi contro alcuni dei maggiori responsabili delle violenze perpetrate durante la guerra civile dagli uomini della Repubblica sociale terminarono con sentenze benevole. Nel febbraio 1949 il comandante della Decima Mas, Junio Valerio Borghese, imputato di responsabilità dirette in 43 omicidi, fu condannato a dodici anni di reclusione ma ottenne immediatamente la libertà grazie a un condono di cui beneficiò anche il comandante supremo delle forze militari di Mussolini, il maresciallo Rodolfo Graziani.
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La mancata cattura dei responsabili dei crimini di guerra fu in molti casi legata al loro reclutamento nei servizi segreti dei Paesi del blocco occidentale, e in particolare dell’Italia, della Germania e degli Usa. D’altronde, alcuni criminali nazisti e fascisti svolsero una funzione di collegamento tra i servizi segreti occidentali e i gruppi terroristici di destra, fino a intervenire nelle vicende più controverse della storia italiana del dopoguerra che iniziarono con la strage di Portella della Ginestra nel 1947, proseguendo con i tentativi di colpo di Stato nel 1964 e nel 1970 e con lo stesso sequestro e assassinio di Moro.
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Personaggi particolarmente rappresentativi del regime nazista entrarono a far parte dell’intelligence americana come il colonnello Eugen Dollmann – addetto in Italia ai rapporti con la Rsi, imputato e poi prosciolto per la strage alle Fosse Ardeatine – e, tra i più noti, gli altri due colonnelli Otto Skorzeny e Reinhard Gehlen. Ma anche alcuni stretti collaboratori di Adolf Eichmann, che erano stati tra i principali responsabili dei campi di sterminio, finirono per mettere la loro esperienza al servizio degli Stati Uniti.
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Più in generale, nel corso dei diversi attentati terroristici degli anni Settanta emersero forti legami tra le organizzazioni neofasciste e i membri dei servizi segreti italiani e occidentali già accusati di crimini di guerra. Sullo stesso caso Moro, al di là del ruolo avuto o meno dai servizi segreti internazionali, resta verosimile l’incidenza dell’intelligence italiana sull’azione di depistaggio della polizia e della magistratura nel poter giungere alla liberazione del presidente della Dc. D’altronde Moro era noto in Italia e all’estero per voler coinvolgere il Pci nel processo di superamento del sistema politico italiano, bloccato da decenni perché senza alternanza nel governo del Paese.
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Si scoprì a questo punto che nell’armadio c’erano 695 fascicoli che contenevano informazioni, atti istruttori, elementi utili alla identificazione dei responsabili delle stragi più efferate, ma per anni erano stati tenuti nascosti impedendo ogni processo.
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183 reviews3 followers
September 5, 2025
Interessante anche se molto sintetico
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