James, in transito.
Il libro che cercavo, quello di cui avevo bisogno, proprio quello che più di una volta, da quando mi è stato regalato, ho preso in mano, sfogliato, e poi rimesso al suo posto.
Ora so perché, aspettava il suo momento d'oro, i due giorni in cui l'ho letto.
Delizioso (c'è chi odia questo termine, ma io non ne trovo uno più appropriato), ma anche tenero, crudele, ironico, liberatorio, spiazzante.
Ho voluto bene da subito a James, questo diciottene che definire disadattato o disturbato, con lo spregio che mettiamo di solito quando utilizziamo questi termini, è inappropriato e inadeguato; perché James, come dice lui stesso è disadattato nel senso che non si adatta, che non si adegua, che vuole essere altro, casomai anche niente, ma non quello che non sente di essere: studente prossimo ad andare all'Università, ragazzo socievole, figlio ciarliero.
James, quindi non è né l'una né l'altra cosa, è solo un ragazzo introverso, a modo suo speciale per la sua sensibilità e per il suo acume, un'anima bella di non facile comprensione per chi gli vive a fianco, e anche le sue riflessioni sul suo essere disturbato - Pensavo al significato di questa parola, a che cosa volesse dire varamente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film o dalla foresta vergine che brucia o dalle calotte polari che si ritirano. O dalla guerra in Iraq. Era uno di quei momenti in cui ti sembra di non aver mai sentito una certa parola e non riesci a credere che abbia proprio quel significato, e cominci a riflettere su come ci si è arrivati. È come il rintocco di una campana, cristallino e puro, disturbato, disturbato, disturbato, sentivo il suono vero della parola, così ho detto, come se non me ne fossi appena accorto: «Sono disturbato» - non sono solo il segno di quanto il giudizio degli altri influisca, troppo spesso in maniera negativa, molto di più della percezione che ciascuno ha di sé?
Qualcuno avrà pensato che questo è un romanzo furbetto, che James ha pensieri troppo adulti, che la sua è un'intelligenza troppo arguta per un diciottenne, che la sua ironia è costruita a tavolino davanti a una tastiera, mentre io sono dell'idea che al di là della credibilità del personaggio riesca a esprimere molto bene la forma di disagio che molte persone, giovanissimi inclusi, vivono quotidianamente, e che i suoi pensieri siano troppo acuti solo nella misura in cui si pensi che un adolescente non possa avere un'autonomia di pensiero e la forza di ribellarsi, anche solo con piccoli gesti dimostrativi, a quanto gli viene imposto dalla società in cui vive o anche semplicemente alla sua famiglia.
E così i piccoli battibecchi con la madre e la sorella, i confronti dialetticamente alla pari con il padre, gli scambi affettuosi con la nonna Nanette (l'unica persona con la quale ha un rapporto sincero e capace di strappargli confidenze), persino l'incontro al buio con John, il giovane afroamericano gay che gestisce la Galleria d'Arte della madre dove lavorano entrambi e gli appuntamenti scontro con la psichiatra che lo prende in cura, sono tutti piccoli segnali di quanti tasselli servano per formare il carattere di individuo o per decostruire quello che gli altri pretendono da noi, e di quanta superficialità si usi, usiamo, troppo spesso, per definire (e giudicare) le persone che ci circondano, soprattutto quelle che non riusciamo a decifrare.
Delusa dal primo Cameron che avevo letto, «Quella sera dorata», un romanzo che ha l'avvio di un capolavoro per trasformarsi strada facendo in un raffinatissimo Harmony, mi riconcilio con questo autore nella speranza che anche nelle opere successive abbia saputo conservare la freschezza e l'ardore profuse in questo libro.
Grazie Peter/James, questa volta mi hai fatto sorridere, riflettere, ricordare la lontana diciottenne che è in me, e anche commuovere.
Ora lascio parlare James, diciottenne in transito in questa età, spesso ingrata, in attesa di trasformarsi - Avrei voluto che la Grand Central fosse una stazione di passaggio come Penn Station, così il treno avrebbe continuato il viaggio e io con lui, magari senza scendere da nessuna parte, senza arrivare mai. Avrei passato il resto della mia vita in transito, protetto dal treno, mentre questo mondo impossibile e disgraziato sfrecciava fuori dal finestrino. - in qualcosa di bello.
«La luce della sera filtrava morbida attraverso gli alberi e ricadeva dentro in raggi dorati. Sentivo il rumore ritmico dell'irrigatore sul prato della casa accanto, e un'ape intrappolata che sbatteva ronzando contro il vetro e la zanzariera, insistente, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo, come se prima o poi potesse trovare un buco e volare via. Ho pensato a quanto pazienti e fiduciose siano tante forme di vita inferiore, come se credessero in qualcosa al di là della comprensione umana.
Sono rimasto così per quasi un'ora. Forse mi sono addormentato anch'io, ma non mi pare. Però la testa se n'è andata, mi sono scordato chi ero, dov'ero e che cos'ero. Ho mollato tutto, la rete che avevo dentro si è rovesciata e tutti i pesci disperati sono scappati via.»