Autore e libro che non conoscevo, scoperto grazie a una segnalazione casuale su internet, trovato su una bancarella - e non mi aspettavo un tomo di queste dimensioni - e immediatamente apprezzato moltissimo.
E’ una storia autobiografica. Il protagonista-autore-io narrante racconta la propria vita sotto il peculiare punto di vista dell’attività lavorativa, cosa che, come si sa, nel nordest informa pressappoco la quasi totalità dell’orizzonte esistenziale. Quando lui aveva più o meno quattordici anni, e voleva una bicicletta, il padre, invece di comprargliela, lo portò in una fabbrica di stampaggio: lavora l’estate e guadagna i soldi così poi la bicicletta te la compri da solo, disse.... Doveva essere un’azione pedagogica compiuta con le migliori intenzioni, ma valse piuttosto come la prima dose di eroina che lo spacciatore ti regala sapendo che poi dopo non ne potrai più fare a meno. Così lui si trovò catapultato nel mondo del lavoro. Continuò faticosamente con gli studi, prese il diploma da geometra (sempre lavorando a latere), e poi, obbedendo non si sa più se alla propria volontà o a quella dell’ambiente che lo circondava, cominciò ad inanellare lavori dei più disparati, geometra, designer, operaio, gelataio, impiegato quadro in fabbriche di arredo, lattoniere, muratore… e anche spacciatore e ladruncolo. Perché tutto è lavoro nella misura in cui comporta rischi, fatica e produce reddito; che sia legale o illegale non fa differenza (soprattutto poi quando molto del lavoro che dovrebbe essere legale finisce per essere illegale: nero come se piovesse, evasione fiscale, norme ecologiche e di sicurezza bellamente ignorate…) E’ curioso, e significativo, evidentemente, dove ti porti e a cosa ti costringa un certo tipo di ambiente; dato che l’autore-protagonista non è mai convinto di nulla di quello che fa, ma lo fa sempre al massimo, al punto che, in un certo momento, se volesse diventare manager avrebbe tutte le strade aperte (anche i cacciatori di teste hanno messo gli occhi su di lui) e poi sistematicamente butta tutto all’aria per fare non si sa bene cosa (o meglio lui lo sa: lo scrittore. Cose che peraltro gli è anche riuscita, evidentemente). Un atteggiamento possibile in un contesto in cui di lavoro ce n’è sempre, in cui basta aprire il giornale e il giorno dopo sei già assunto (spesso in nero) purché non fai troppe questioni sui diritti e ti adatti a lavorare nei modi e negli orari decisi dal padrone e non dal contratto collettivo di lavoro.
Lo scenario che ne esce è veramente terrificante. Fin dalle prime pagine mi è stato ben chiaro il paragone con “Gomorra” di Saviano: gli scenari di illegalità, sfruttamento, omertà, connivenza delle istituzioni, lavoro abusato, clan familiari e la sostanziale percezione che uscirne per chi ci è nato sia impossibile mi sono sembrati uguali. Va bene che circola meno piombo, ma tutto il resto è pressoché identico. Trevisan è uno scrittore, non un giornalista, per cui non mette nomi (anche se penso che molti si saranno riconosciuti e magari vorrebbero anche fargliela pagare, ma dubito lui abbia una scorta), non avanza critiche sociali ma si limita a porre sé stesso come soggetto-oggetto di tutta la vicenda. Dei vari personaggi che incontra, se li vuole demolire ci riesce benissimo; ma al contrario non ha problemi a manifestare la simpatie e l’umanità di molti tra essi, compresi colleghi e “padroni”. Vale però sempre il patto che puoi andartene, o puoi essere mandato via, in qualsiasi momento; fa parte delle regole del gioco.
(Però a volte i padroni sono delle vere e proprie bestie, al limite della schizofrenia. Uno di loro, quando lui faceva l’operaio, gli disse di raffreddare l’utensile in un certo modo, immergendolo in un secchio pieno d’acqua. Lui lo fece, e il tipo si infuriò moltissimo per questo, come se l’ordine non l’avesse dato lui. Un altro divenne una belva, va a capire perché, per il fatto che lui aveva redatto la lettera di dimissioni sulla carta intestata della ditta. L’autore peraltro mostra un certo compiacimento quando un operaio montanaro e alcolizzato massacra di botte il suo titolare per un motivo inconsistente; la cosa gli richiama alla memoria, debitamente corretto, il famoso presunto proverbio cinese: quando vai in azienda picchia il padrone. Tu non sai perché, ma lui si).
E poi ci sono le dinamiche personali e familiari… Ho personalmente esempi diretti di come in certe famiglie venete (trasferitesi altrove, dato che non vivo lì) certe ottiche utilitaristiche prevalgano sulle dinamiche personali e affettive, in maniera spesso anche molto, molto pesante. Qui il protagonista, dopo un matrimonio andato male (curiose le sue scelte sentimentali, di cui in questo libro si parla abbastanza poco dato che il focus è un altro: una direttrice del personale, una ricchissima imprenditrice dell’oreficeria…) si trova praticamente sfrattato dalla sua stessa casa da parte di madre e sorella, nonostante il testamento del padre abbia disposto diversamente. E dato che a nessuno piace un figlio che fa causa alla madre e che quindi l’esito di un contenzioso legale sarebbe incerto, è costretto ad andarsene.
A parte ogni altra considerazione, il libro è scritto benissimo. La scrittura si articola in periodi lunghissimi, quasi flussi di coscienza, ma sempre perfettamente lineari e facili da seguire. Riesce a renderti comprensibili, e per certi versi affascinanti, questioni tecniche da “addetti ai lavori” tipo l’angolazione dei profili degli arredi. o i materiali e le leghe di costruzione. I salti avanti e indietro lungo la freccia del tempo sono chiari e sempre grandemente coerenti. A piè di pagina ci sono poi molte note, secondo lo stile di Wallace (forse lui deve molto a Wallace, ma non posso dirlo dato che lo conosco poco; certo è molto ispirato dalla letteratura angloamericana; peccato - ma è un peccato perdonabile - che detesti Lolita…)
In effetti, andando avanti nella lettura il libro non è più solo un racconto del folle mondo produttivo del Nordest, spesso con qualche accento umoristico, ma comincia poco per volta a emergere la drammaticità che sottosta alla narrazione. Trevisan non nasconde di essere una persona molto problematica, la cui vita è segnata da cicliche crisi depressive, picchi di entusiasmo e abbandoni (spesso controproducenti), ed è anche questo che in qualche modo determina la sua continua ricerca e trasformazione lavorativa. Curiosamente, da un certo momento in poi cominciano a innestarsi nella sua vita anche significativi successi letterari (non si racconta peraltro molto su questo, dato che non è il focus del romanzo), che però non lo portano a uscire da questa spirale di lavori presi e mollati (peraltro, spesso, con rimpianto dei suoi datori di lavoro). Memorabile comunque il confronto con il regista e attore X (riconoscibilissimo come Toni Servillo, conferma venuta anche dopo un rapido controllo incrociato su Wikipedia), che ha portato in scena una sua pièce teatrale stravolgendola nel senso e nella forma, qui riportata come premessa all’esperienza lavorativa all’origine della pièce, la fabbrica di cuscinetti a sfere.
Insomma: Trevisan è un grande scrittore, sicuramente, assieme a Galiano e a Genovesi, il migliore italiano che abbia letto in questi ultimi anni. Voglio provare a leggere altro di suo.
Rilettura
Quasi per caso, mi sono trovato a rileggere questo libro.
La seconda lettura è stata ben diversa dalla prima; innanzi tutto pesa come un macigno la consapevolezza che Trevisan sia morto suicida, e quindi questo porta ad interpretare in maniera ben diversa molte delle cose in esso contenute. Inoltre, questa seconda edizione contiene anche un ultimo capitolo, quasi un epilogo, che ancora di più sembra concentrare l’attenzione sulla brutta fine dell’autore.
In effetti, ci sono molte cose della prima lettura a cui non avevo dato particolare peso: il carattere generalmente depressivo dell’autore-personaggio-protagonista; l’abuso di sostanze, praticamente tutte tranne l’eroina e l’alcool; l’assunzione, convinta e accettata, di psicofarmaci. Un mix piuttosto esplosivo che difficilmente può non avere conseguenze pesanti, e nel caso in questione è stata evidentemente una sorta di bomba ad orologeria, nonché probabilmente ha avuto una responsabilità non modesta sulle sue scelte esistenziali (a partire dal non riuscire a trovare una stabilità, prendere e lasciare lavori di qualsivoglia genere, sostenere ora che voleva lavori che gli lasciassero il tempo e la lucidità di scrivere, ora che quello dello scrivere è stato un alibi, ora che voleva lavori manuali, ora che era stato un errore lasciare lavori di concetto nei quali sembrava andare anche abbastanza bene per fare lavori manuali, e via così). L’altro aspetto, quello di non riuscire a venire a patti con la realtà, essere un personaggio difficilissimo da trattare anche e soprattutto per i suoi interlocutori “culturali”, come i registi Servillo e Garrone, o i redattori delle case editrici, lo avevo già compreso nella prima lettura.
L’ultimo capitolo di questa nuova edizione uscito, a quanto pare, postumo ma comunque per volontà dello stesso autore, racconto di una passeggiata notturna per il suo paese natale per sfuggire a una crisi di insonnia e alle angosce correlate, sembra riannodare i fili lasciati in sospeso nelle pagine precedenti. Si parla ancora di lavoro, del Nordest politico e passato direttamente dalla mentalità contadina a quella industriale senza niente in mezzo (cosa che è stata, evidentemente, la sua rovina), di sfruttamento del suolo, di relazioni personali e politiche che sottostanno a tutto (l’etica poco etica della raccomandazione per qualsiasi cosa - e meno male che dovrebbero essere prassi soprattutto meridionali e soprattutto legate al pubblico impiego…), del fatto che comunque essere diventati scrittori non significa aver raggiunto stabilità e tranquillità economica, e poi, molto, del pensiero suicida che ormai abita stabilmente nella sua testa, lo ha sempre fatto, come un’uscita di sicurezza per salvarsi da una vita e un mondo troppo assurdi.
Così finisce la storia. Certo è che sono molti, troppi i pezzi che mancano nel racconto dell’autore, soprattutto le “altre campane”, nonché qualche notizia in più sulla vita sentimentale (in qualche modo e in qualche punto mi è sembrato che nella sua vita non fossero nemmeno mancate esperienze omosessuali). Cercando informazioni, ho scoperto un suo articolo in cui raccontava di un ASO (accertamento sanitario obbligatorio, parente stretto del famigerato TSO) a cui è stato sottoposto a forza; ma non ne spiegava, volontariamente, i motivi. Forse Trevisan meriterebbe un biografo come è stato Claudio Giunta per Tommaso Labranca, altra figura che ha parecchie analogie con quella del nostro, che ne raccontasse la vita andando a cercare nelle parti oscure della narrazione.
Qualcuno potrebbe dire: magari sono anche cavoli suoi… Rispondo: non necessariamente. Se ti esponi, se ti racconti, se scegli di essere uno scrittore fondamentalmente autobiografico, allora diventano anche cavoli di chi ti legge. Sorry.