3,75⭐️
Ho chiuso Vangelo nero con una sensazione ambivalente, ma estremamente stimolante. È un romanzo che non somiglia ai noir o ai gialli occidentali più canonici, anche se a tratti può ricordare Simenon, più per l’atmosfera morale che per la struttura narrativa.
La prima parte è potentissima. Tesa, disturbante, costruita su una progressiva sensazione di inevitabilità. Qui Seichō Matsumoto mostra tutta la sua capacità di mettere in scena personaggi schiacciati da pressioni sociali, morali e istituzionali, e in particolare la figura di Tolbecque emerge come tragica, fragile, divisa tra fede, identità e paura del fallimento. Nulla è mai davvero leggero o semplicemente “malvagio”, tutto nasce da una rete di ricatti, silenzi e compromessi.
La seconda parte, invece, cambia passo. L’indagine si frammenta, il racconto diventa più ripetitivo e talvolta dispersivo, con continui ritorni su elementi già noti e cambi di punto di vista che rallentano il ritmo. Si ha quasi l’impressione di assistere a una lunga istruttoria giudiziaria, più che a un’indagine narrativa in senso stretto. È una scelta coerente con il progetto dell’autore, che mescola cronaca, inchiesta giornalistica e finzione, ma non sempre funziona sul piano della tensione.
Il finale è amaro, e volutamente tale. Non c’è una giustizia piena, ma una verità che emerge solo parzialmente, soffocata da interessi diplomatici, istituzionali e religiosi. Ed è proprio qui che il romanzo colpisce di più: nella rappresentazione di un sistema che si auto-protegge, anche a costo di sacrificare individui e verità.
Un libro imperfetto, sì, ma profondamente interessante. Più che per come racconta una storia, per ciò che racconta del potere, delle istituzioni e delle loro zone d’ombra.