È da ieri sera, quando l'ho finito, che penso a cosa dire e non trovo niente di condensabile in una manciata di parole. Avrei voluto citare qualcosa, forse, ma ogni verso sembra troppo specifico e privato per astrarlo dal contesto e gettarlo qui, nella casella recensioni di un sito qualunque, in mezzo a parole di un'altra lingua, un'altra società, un'altra cultura. Ma limitarmi soltanto a un punteggio, con il solito segno di spunta in una gara di lettura con me stessa, questa volta non basta. Quindi un paio di parole serviranno, anche solo per me. Per fissarlo.
Mi sono imbattuta in Cameron Awkward-Rich su Facebook, uno dei primi giorni in cui guardavo la pagina di Button Poetry - credo di aver visto per primo il video del suo "Break-Up Letters", che ho amato (amo lui in generale, proprio, temo^^), ma il vero colpo di fulmine è arrivato con "A Prude's Manifesto". Che non so quante altre volte ho guardato, da allora. Ogni volta che avevo bisogno di un abbraccio, credo, o di sentirmi meno sola, o di ridere un poco.
Questo per dire. "Transit" non contiene nessuna di quelle poesie, ed è forse ancora più intimo: si intravedono storie buie, in cui entri in punta di piedi o che forse faresti meglio proprio a non avvicinare, e c'è la sensazione costante di essere di troppo, quasi. Che quelle parole, assolutamente, non siano pensate per te. Ma il bello della poesia, il suo miracolo, è che non va scritta e indirizzata a qualcuno. È che se è fatta bene ti arriva dentro lo stesso, e ti ritrovi a piangere mentre leggi, con la voce che trema, anche se poi devi ricominciare da capo per capire cos'è, esattamente, che il tuo istinto ha compreso prima del cervello. Senza neanche bisogno di tradurlo in quella lingua intermedia che è quella del *significato*.
E niente. Ieri sera, dopo averlo chiuso, pensavo che nonostante sia un genere che ormai avvicino di rado, e mai sistematicamente, mai con intenzione di studio (o forse proprio per questo) la poesia continua a essere come un chiodo incandescente. E io continuo ad aggrapparmici come quando avevo diciassette anni e amavo tutt'altra lingua, tutt'altro genere - come quando immaginavo tutto un altro futuro possibile. E quello che provo in ognuno di questi incontri imprevisti continua a essere una delle cose che ancora amo di me.
E mi rendo conto che non è una recensione, questa, che parla più di me che di qualunque altra cosa. Ma va bene lo stesso, forse.
Di certo comprerò anche "Sympathetic Little Monster", e forse dopo quello riuscirò a dire qualcosa di compiuto. Per ora volevo solo fissare questo. Ricordare che ieri, leggendo, ho pianto. Per la bellezza, che poi è quello di cui tutti abbiamo bisogno.