A Palermo c'è una piazzetta abitata dalla magia, dove ogni notte sette fate, una chiù bedda di n'autra, rapiscono i passanti per condurli verso luoghi lontani e poi riportarli a casa, storditi dalla meraviglia, alle prime luci dell'alba. È in questo cortile che vive Mario Mancuso, nel cuore dell'Albergheria, tra le abbanniate dei mercanti di Ballarò e i rintocchi del campanile di Santa Chiara. Orfano, ha conosciuto solo l'affetto di zia Ninetta, che però lo abbandona al primo giro di vento, inseguendo i propri sogni. L'incontro con Melina è la sua occasione per ritrovare in una nuova famiglia il calore che il destino gli ha negato. Per lei, bella e infelice, quel ragazzo rappresenta la libertà da due genitori che l'hanno educata più alle privazioni che all'amore. Lo sposo però deve partire per Roma, dov'è stato assegnato come carabiniere semplice, così le nozze sono celebrate in fretta e furia, e con la stessa voracità vengono consumate. Forse soltanto un figlio può colmare la distanza tra marito e moglie, sempre in bilico tra tenerezza e passione; ed è così che nasce Maruzza. A legarli sarà una sottile nostalgia, la stessa che gli abitanti della piazzetta, di Paesi e colori diversi, curano ogni sera con i piatti cucinati dalla donna che tutti chiamano Mamma Africa e che sembra avere lo stesso dono delle sette fate. Con un romanzo corale e pieno di vita, Giuseppina Torregrossa racconta la necessità innata di essere accolti in un quello di una madre, un marito, un amico, o una città che sappia tenere aperte le porte anche nella notte.
Per Mario Mancuso, la piazzetta nel cuore dell'Albergheria di Palermo rappresenta un paradiso, ribattezzato con il nuovo nome di Cortile Nostalgia. Orfano dall'età di tre anni, Mario viene cresciuto dalla zia Ninetta, unica della famiglia sopravvissuta ai bombardamenti del '43. Appassionata e lunatica, la donna scompare improvvisamente nel nulla, lasciando il ragazzino con un senso di vuoto e di abbandono che lo accompagnerà per tutta la vita. Più tardi, l'incontro con Melina, stanca di una vita di rinunce (mai una festa o un vestito nuovo), costituisce per entrambi la speranza del riscatto. Nonostante, infatti, tutto in Mario racconti della sua povertà, dal fondo consumato dei pantaloni, alla camicia ingiallita dall'uso, Melina scorge in lui una persona affidabile e protettiva. I due ragazzi decidono piuttosto impulsivamente di sposarsi, anche se Mario avrebbe dovuto prima chiedere il permesso ai suoi superiori, in quanto sta per partire come allievo carabiniere per Roma...
Cortile Nostalgia è un libro d'atmosfera; più che la trama, infatti, a farla da padrone sono le ambientazioni, i colori e le sensazioni che l'autrice è capace di suscitare nel lettore. Dalla luce intensa, che penetra dagli ampi squarci delle mura bombardate di piazza Ballarò, alle pigne di ceramica, che abbelliscono i balconi di palazzo Federico, tutto parla di questa profumata e meravigliosa terra, costellata da problemi, ma ricca di storia e tradizione: una specie di grande madre da cui è difficile staccarsi. Anche i dialoghi contribuiscono egregiamente ad alimentare la magia: i proverbi, i modi di dire, alcuni vocaboli utilizzati, ogni cosa ci parla di usi e costumi del luogo. Purtroppo non sono riuscita a comprendere sempre a pieno il senso di alcune espressioni dialettali...
I personaggi sono ben delineati, a partire da Mario, sempre in bilico tra tenerezza e passione, perennemente oppresso dalla sindrome dell'abbandono: si sente solo e sofferente di un continuo bisogno d'affetto che diventa un morso doloroso alla bocca dello stomaco. Poi c'è Melina, schiacciata dal desiderio di scappare dalla famiglia che la fa sentire oppressa, per poi riversarsi in un rapporto coniugale immaturo, che la imprigiona nuovamente in un guscio di rimpianti e di occasioni perdute, fino a sfociare nell'imbarazzo di un'improvvisa quanto indesiderata gravidanza. Infine Maruzza, la cui esistenza è scandita dalla fredda indifferenza e dalla malinconia della madre. Un universo di caleidoscopici personaggi, resi ampiamente vivi dall'abilità narrativa della Torregrossa.
Mi è piaciuto in particolare, il personaggio di Mamma Africa, simbolo di integrazione e punto di riferimento del quartiere. Una figura positiva e saggia, una mediatrice infaticabile.
Un romanzo ricco di colori, sfumature e suggestioni, dal ritmo lento. La storia è interessante, ma a mio avviso in certi momenti perde di mordente.
Ogni qualvolta leggo un libro dell’autrice Giuseppina Torregrossa, resto rapita dalla sua scrittura, i pensieri, le parole e le emozioni prendono vita nella mia mente. Trasportandomi in un luogo magico dove riesco a catturare gli odori e i colori della sua meravigliosa Sicilia. Le parole escono dalla sua penna “come petrolio dal pozzo”, cariche di aggettivi e concetti passionali, in cui le tradizioni si mescolano a riti antichi e subiscono l’influenza di nuove culture. Infatti, ciò che ci infiamma dei suoi racconti è la passione, quella che si coglie nella descrizione delle “fimmine”, dei sentimenti e della sua amata Sicilia. Descritta talmente bene da riuscire a respirare un'armonia di profumi: come l'aria salmastra e la terra bruciata dal sole. Il ritratto che ci regala della donna è indimenticabile. Esaltando la sua femminilità e sensibilità, anche quando per necessità è costretta a fare la “buttana”, giocando col suo corpo che trabocca di vita e sensualità. Cortile Nostalgia, si configura in un periodo storico particolare (anni sessanta-settanta), gli anni del dopoguerra, e col mandamento la zona dell'Albergheria, di Palermo, si dipinge di molteplici colori aromi, perché arrivano molti africani e banglesi.
“La tolleranza era ma virtù cardine alla solidarietà e alla riservatezza”.
Percorrendo i tanti vicoli di questa zona, animati da urla e dai rintocchi della campane di Santa Caterina, ci colpisce la mescolanza di culture che abitano le viuzze di Palermo, che incontrano gli affetti della famiglia Mancuso. A queste stradine sono legate leggende di miti che si tramanda di generazione in generazione. Una di queste è quella delle sette creature magiche che zia Ninetta racconta a suo nipote Mario per consolarlo: “[…] sette donni di fora, tutti una cchiù bedda di n'àutra…” Mario rimasto orfano all’età di tre anni, non ricorda nulla dei suoi genitori, e questa mancanza d’affetto è scalfita nel suo inconscio tanto che di notte la sua sofferenza si trasforma in pianto. Ma zia Ninetta, l'unica ad essere sopravvissuta al bombardamento del ’43, riesce a tranquillizzarlo con la sua dolcezza e le sue storie. Ninetta è una donna vanitosa e sempre alla ricerca del grande amore, è proprio questa sua inquietudine la spinge ad abbandonare suo nipote. Lasciando solo “una spazzola piena di capelli che sembrava il nido di una rondine e un mozzicone di rossetto”. Questa separazione consente a Mario, di crescere e di conoscere la vera amicizia, aggirandosi senza costrizioni tra i vicoli del quartiere e dove inventa nuove parolacce e scopre statue e simboli misteriosi. Ma l’infanzia tra quelle strade dura poco trovandosi subito dinnanzi a un bivio: “ o mafiosi o sbirri”. Mario decide di arruolarsi nell'arma e di trasferirsi a Roma. Questi sono anni particolari, a Roma incrocia la grande storia: conosce Aldo Moro e vive il periodo del ’68. Lontano da sua moglie Melina e da sua figlia il suo animo è gravato da tanta angoscia, il quartiere di Albergheria era molto lontano, e quindi il suo “paradiso perduto” diventa “cortile nostalgia “. Distante dai suoi affetti e da quel luogo carico d'amore, ma anche di dolore e ferite, sprofonda in una cupa nostalgia. Queste mancanze gravano sul suo cuore come una zavorra, divorandolo inesorabilmente. Ma l’incontro con Aldo Moro lo cambia. Infatti, si sente “più protetto ma un po' cretino”. I discorsi articolati dell’onorevole lo stimolano alla comprensione, tanto da intraprendere gli studi serali per una conoscenza più approfondita. Palermo è come una madre per la scrittrice, ha le braccia sempre protese per accogliere, aiutare e interessarsi sinceramente a tutti. Infatti, in queste pagine si comprende proprio questo.
“ Palermo, che tutti accoglie e tutti assiste; la mamma che tiene aperte le porte anche nella notte, perché non si sa mai se qualcuno arriva; che tiene il fuoco acceso e una pentola a bollire, perché non si sa mai se qualcuno ha fame; che ha sempre lenzuola pulite, perché non si sa mai se qualcuno ha sonno; la mamma che capi la casa quantu voli u patruni. Palermo la grande madre”.
Nonostante questa città fosse stata devastata dalla guerra, il quartiere Albergheria fu pronto a soccorrere i nuovi “invasori”, riempiendo i vicoli di chiacchiere, risa e preghiere differenti tra loro ma cariche di fede. D’altronde era l’unico mezzo per sentirsi più vicini alla propria terra e famiglia. Dai cortili saliva anche il “borbottio dei pentoloni di ghisa, pieni di avanzi e frattaglie”, inondando così il quartiere di una mescolanza di odori e culture. In queste pagine rimbomba la triste infanzia dei due personaggi principali, Mario e Melina. Mario, orfano di guerra, si sposa con Melina per colmare un vuoto. Melina, nata in una famiglia dove le restrizioni la rendono infelice, cresce senza avere nessuna forma di affetto. E sposandosi così presto, senza conoscere né il suo corpo e né l'amore, non riesce a soddisfare i suoi bisogni. Una difficoltà che grava sul matrimonio, tanto che entrambi, talmente frustrati, si fanno la guerra, rendendo infelice anche Maruzza.
“ Amore nato al primo sguardo era una follia, ma chi ha sete si tuffa nella prima fontana che trova”.
Infine, l'autrice rievoca in questa storia le grandi conquiste da parte della donna; un lungo percorso che usce da una condizione di inferiorità prima famigliare e poi sociale. E sottolinea la stupenda complicità tra donne, ognuna diversa dall'altra per situazione sociale e colore della pelle, ma unite dal sostegno reciproco e dalla complicità. Perché, effettivamente, il segreto della felicità è prendersi cura del prossimo.
Delusa, questa volta, rispetto ai libri precedenti. I colori e i profumi di Palermo si intravedono, ma sono offuscati dai personaggi, anche loro non ben definiti, e tutti troppo negativi.
Nuova saga familiare che attraversa buona parte del secolo scorso, scritta magistralmente da Giuseppina Torregrossa. Come la maggior parte dei suoi romanzi, anche questa storia si sviluppa tra la sua (e la mia) amata Palermo e una Roma dei primi anni ’60. Mario Mancuso, nasce e cresce nel variopinto quartiere dell’Albergheria, a piazzetta Sette Fate, sotto l’amorevole sguardo della zia Ninetta, unica parente rimastagli in vita dopo il bombardamento del’43, che ha lasciato Mario orfano e la città deturpata. Appena tredicenne Mario subisce un nuovo abbandono: Ninetta, stufa del ruolo di madre che non ha scelto, scappa con un uomo lasciandolo solo. Deve fare nuovamente i conti con la tristezza, Mario, questa volta alleggerita dall’amicizia con “arancio piluso” e “taccitedda”, due piccoli delinquenti in erba con i quali si lancia in scorribande per il quartiere, che , nel frattempo, va popolandosi di facce nuove, venute da altri mondi che portano una ventata di colori e odori speziati che sanno di terre lontane, quasi immaginarie. E’ in questi anni (intorno al 1960), che Palermo si colora dei primi nuclei familiari provenienti dall’Africa confermando il suo carattere multiculturale e variopinto… nel quartiere si stabilisce anche Mamma Africa, donnone dalla pelle di ebano e dalle vesti sgargianti, che dispenserà piatti caldi e consigli materni a chiunque transiterà davanti alla sua abitazione, regalando affetto anche a Mario, ingordo di quel calore familiare a lui sconosciuto. Il giovane, cercherà di colmare questo gap sposando Melina, giovanissima ma determinata a crearsi un futuro lontano dalla soffocante casa paterna. Non ha fatto i conti con il carattere testardo e volitivo della moglie, Mario, che in compenso gli regala subito una delle gioie più grandi: la possibilità di essere padre di Maruzza. Come in una sorta di legge del contrappasso, anche stavolta, l’uomo viene messo alla prova: è costretto infatti a lasciare quasi subito moglie e figlia per arruolarsi nell’arma dei Carabinieri e viene assegnato di stanza a Roma da cui farà ritorno solo molti anni dopo, per trovare una città cambiata così come la sua famiglia.
Il filo conduttore, accennato già nel titolo, è la nostalgia, sentimento che pervade tutta la vita del protagonista. La nostalgia per i genitori persi senza quasi averli conosciuti, lo accompagna durante l’infanzia; quella per la sua amata città e i suoi pochi amici, lo pervade quando, giovanotto, si arruola nell’arma dei carabinieri dove percorre una discreta carriera, tanto da essere affiancato addirittura all’onorevole Aldo Moro, che in quegli anni si batte per rendere il nostro paese migliore. L’incontro con Moro rappresenta per Mario il vero e proprio ingresso nell’età adulta: questo politico, mite e taciturno, lo prende sotto la sua ala protettiva, indicandogli la strada per scrollarsi di dosso l’ignoranza degli studi mancati e infondendogli la saggezza di chi guarda il mondo con occhi disincantati. Solo la nostalgia non riesce a scacciare, questa sensazione di malessere che rende Mario un giovane uomo dall’aria malaticcia, che lo costringe a lunghe sedute di riposo e cure ricostituenti. Ancora la nostalgia torna ad accompagnare le giornate di Mario, che durante la lunga permanenza a Roma, lontano dalla moglie Melina e dalla sua figlioletta Maruzza, rimpiange il tempo perduto e i passaggi di vita mancati. Il romanzo si sviluppa e scorre fino agli anni ’80 circa, raccontando i cambiamenti negli usi e costumi, oltre che il nuovo assetto di una città, Palermo, in continuo divenire, capace di restare al passo con i tempi sebbene sia fortemente ancorata alle sue forti tradizioni. Bello ma forse non il migliore dei romanzi dell’autrice letti fino ad ora. Come sempre la scrittura immaginifica, riesce a far rivivere perfettamente luoghi di una Palermo che conosco bene, dove mi sono ritrovata a transitare tante volte… la precisa collocazione storica degli eventi , frutto sicuramente di un’accurata ricerca da parte della Torregrossa e la descrizione di personaggi per lo più di fantasia ma così vicini al reale, rendono il racconto scorrevole e molto piacevole. Unico neo: il finale un po’ inconcludente! Mi è sembrato mancasse un colpo di scena, una conclusione degna dei romanzi precedenti a cui siamo abituati. Tutto sommato, il voto non può che essere positivo, adoro questa autrice e consiglio questo romanzo a chi, come me è appassionato di storie che attraversano gli anni, che vedono crescere i personaggi, passando per epoche e avvenimenti e anche a chi, come me, è perdutamente innamorato della propria città!
Mi chiedo come sia possibile che io abbia conosciuto questo libro per caso. Un caso a cui poco credo: era semplicemente arrivato il momento giusto. Mi ha avvolta nella sua magia velata di una struggente nostalgia. Le sette fate, le donne di fora, che fanno da teatro a questo vorticoso coro di voci e personaggi mi hanno davvero rapita. "Sti donni si purtavanu quarchi omu o puramenti quarchi fimmina e ci facianu vidiri cosi mai visti: balli, sonura, cummiti e cosi granni". È un romanzo la cui pluralità di forme e voci fa rimanere a bocca aperta per l'inattesa e semplice bellezza. Perché si sa, le cose belle sono le più semplici. Della città nulla viene risparmiato, né le bellezze immortali e malinconiche, né le sue grandi braccia sempre aperte - come le sue porte- né le lancinanti ferite dei picciotti persi in male strade. E la storia? Si dipana attraverso gli occhi di diverse intere generazioni, quella di zia Ninetta, di Melina, di Mario, di don Gaetano e perfino di Maruzza: le lotte studentesche del '68, gli accordi di Moro, le lotte intestine di quartiere, l' arrivo dei migranti, i movimenti femministi e il funesto e bisesto '78... Attraverso tutti i personaggi, tutti eh, si trovano tutte le sfaccettature artistiche, storiche ed emotive che rendono omaggio alla vera protagonista: Palermo, la bella, paradisiaca, amorevole torre di Babele. "La Palermo che tiene aperte le porte anche di notte, perché non si sa mai se qualcuno arriva ; che tiene il fuoco acceso e una pentola a bollire, perché non si sa mai se qualcuno ha sonno; la mamma che capi quantu voli u patruni. Palermo: la grande madre".
Sarà, ma a me ha fatto pensare, per certi versi, a Caffè Amaro della Hornby.
Quando i libri arrivano a te per un motivo... Ho comprato questo libro nel 2018. Da quel momento ha cambiato spesso posizione nella mia libreria, finendo anche nel comodino insieme agli libri di imminente lettura, ma ritornando invece silenzioso di nuovo nel suo posto in libreria. Doveva aspettare di ricapitarmi tra le mani proprio il giorno dopo il mio rientro da una piccola vacanza a Palermo. Deve aver intuito quanto ci è piaciuta quella città e quanto siamo stati bene tra quei vicoli, i colori e i profumi, i mercati, il vociare delle persone, i palazzi... Si perché questo libro, scritto da un 'autrice palermitana, descrive una Palermo piena di amore e nostalgia, una città che vede la vita quotidiana dei personaggi attorno ad una piazzetta chiamata Cortile nostalgia, dove l 'avvicendarsi delle storie ti fa sembrare di essere seduti lì su un gradino a godere il tutto. Apprezzato davvero tanto, e leggero altri libri dell'autrice.
Mi sento di dire, visto la mia conoscenza dei romanzi dell'autrice, che questo è il meno riuscito dei suoi scritto per mia personale percezione. Parto subito con il dirvi cosa ne penso e cosa mi ha trasmesso. Ho trovato il romanzo ben scritto, come sempre, un romanzo che congiunge perfettamente l'italiano con il dialetto siciliano, attraverso modi di dire e anche atteggiamenti e modi di fare, i personaggi sono ben delineati, tutti con un carattere diverso e spigoloso, tutti i protagonisti, maschili e femminili cosi come secondari e primari, sono descritti con dovizia di particolari e al tempo stesso sono ben caratterizzati a seconda del proprio vissuto. In queste poche pagine ognuno di loro ha un piccolo spazio che si ritagliano e dove prende vita, la loro vita.