Ho già avuto modo di parlare della curiosa metamorfosi che Enrico Brizzi ha avuto come scrittore. Dalla scrittura liceale-adolescenziale di Jack Frusciante, un caso letterario quando i casi letterari non venivano fuori ogni due per tre, alla violenza smodata di Bastogne, a una serie di romanzi faticosi e abbastanza trascurabili, ai volumi brillanti e divertenti sulla “vita quotidiana ai tempi di…” e infine alla passione per le lunghe camminate a piedi.
In effetti, questo libro dedicato al pellegrinaggio a Compostela chiarisce alcune questioni sulla persona-personaggio Brizzi. Sembra di capire che l’uomo sia diventato scrittore abbastanza per caso, per quanto non fosse privo di talento (nello stesso tempo un personaggio per certi versi un po’ inattuale, soprattutto nel modo di scrivere); al punto che, di fronte alla sofferenza che lo pervadeva nel dover farsi venire delle idee per adempiere agli obblighi contrattuali con le case editrici, ha deciso di cambiare totalmente ambito e panorama. Già “nessuno lo saprà”, cronaca del viaggio a piedi dall’Argentario al Conero, faceva affiorare alcune intimità che ben difficilmente avrebbero potuto trovare spazio in una scrittura che non fosse rigorosamente autobiografica: prima fra tutte, una certa qual difficoltà relazionale con la moglie. Questo libro (nel frattempo, beninteso, ne ho saltati altri, sempre diari del camminare) denuncia che con la moglie è andata male, ormai ha due figlie e una nuova compagna da cui ne ha avuta una terza. Invece quella che viene fuori è la dimensione della fede, che in certi libri precedenti era presente ma abbastanza sottotraccia (in particolare nell’esperienza scoutistica) e che qui si manifesta appieno, tanto in riflessioni legate anche al proprio vissuto, quanto nella scelta – come già capitato – di fare del proprio viaggio un pellegrinaggio, seguendo la rotta ormai diventata abbastanza modaiola che porta a Santiago di Compostela.
In effetti la dimensione dell’avventura, pur presente, diventa abbastanza minoritaria; più prioritaria quella dell’introspezione, del farsi domande di stampo religioso, del discuterne con i compagni di viaggio, quelli originali – che peraltro lo abbandoneranno per strada per tornarsene a casina – e quelli casuali incontrati lungo il percorso. Inoltre il libro è zeppo di informazioni storiche e culturali, per quello che ne so decisamente attendibili e aderenti alla realtà.
Tutto molto bello e molto interessante. Qualche elemento merita peraltro di essere messo in rilievo.
- Sembra che Brizzi abbia qualche difficoltà nel relazionarsi alle donne. Da un lato, il grande desiderio di seduzione e di passione; dall’altro l’imperativo di ancorarsi a relazioni stabili e di sancire il primato e il dovere nei confronti della compagna e delle figlie. Anche se lui ritiene di aver trovato una quadra, questo conflitto, va da sé abbastanza figlio della morale cattolica, traspare in controluce. Come l’abitudine, ahimè non solo sua, di complicare cose che del loro sarebbero semplicissime.
- Una soluzione che indica a questo fine è la metaforica pillolina che cancella la memoria. Ovvero: va bene, vivi quello che ti va di vivere ma che questo non metta in discussione nulla dello status quo e dei tuoi equilibri. Benissimo, perfetto. Ma dell’equilibrio e dei desideri e delle aspettative della persona con cui si è condivisa la relazione occasionale, destinata alla cancellazione per rispetto di altre priorità, ne vogliamo parlare?
- La religione come bagaglio di esperienze umane ed emotive, di dubbi filosofici e di risposte esistenziali va benissimo. Come va bene l’apertura a qualsiasi altra ricerca di mistico e di trascendenza (e a quanto pare lungo il “camino” c’è n’è tanta, sembra che i cattolici duri e puri siano ben pochi rispetto a ogni altro genere di personaggio, ognuno con le sue motivazioni). Tuttavia quando dice “superstizione, ignoranza e paura sono tre disgraziate sorelle che viaggiano sempre a braccetto, invocando rivelazioni nel momento stesso in cui chiudono gli occhi di fronte a un terzetto più virtuoso, formato da scienza, cultura e religione” mi pare abbastanza arbitrario: per quale motivo la religione dovrebbe essere considerata superiore a qualsiasi altro modello di credenza o di superstizione, accostandola addirittura alla scienza e alla cultura? Chissà cosa ne penserebbero Odifreddi o Hitchens…
Quello che comunque risulta dal libro, al di là della sincerità e capacità di aprirsi dell’autore, è il fatto che evidentemente il “Camino” è qualcosa di speciale. Probabilmente lo sarebbe qualsiasi evento in cui qualche migliaio di persone vanno tutte insieme alla ricerca di qualcosa, che sia un passatempo sportivo e modaiolo o la risposta a determinati dubbi esistenziali. In effetti, se sono tanti anche quelli che ci tornano pur dopo fatiche inenarrabili e danni fisici non da poco, un motivo ci sarà. Da parte mia, ho già ordinato un altro libro di Brizzi, meno recente, in cui racconta il viaggio – a piedi e in barca – a una città a me molto cara, Gerusalemme. Ma, nel frattempo, magari mi rileggerò lo spassoso “Come sedurre la cattolica sul cammino di Santiago di Compostela”, un altro modo di vedere il pellegrinaggio (e in effetti, anche a leggere Brizzi, questo tipo di gratificazioni e ricompense – le avventure di una o due notti o magari partire da soli e tornare in due – sono tutt’altro che rare, anche perché la componente maschile e quella femminile sono piuttosto paritarie. Meglio che le danze latinoamericane, insomma).