Dall'imprevedibile autore de "La teologia del cinghiale", un nuovo mistero ambientato nel mitico paesino sardo di Telévras. Uno strano incidente d'auto, un suicidio impensabile, un ragioniere trafficone sono solo alcuni degli elementi che ci riportano a Telévras, uno dei territori più poveri del pianeta. 1 turisti lì non arrivano. Occorre inventarsi qualcosa, per fare in modo che cessino lo spopolamento e il decremento demografico. È una Telévras contemporanea, ma gli abitanti, i loro comportamenti e le loro aspirazioni non sembrano adeguarsi ai tempi. Una galleria di nuovi personaggi, da Donamìnu Stracciu, poeta "apolide e apocrifo", alla catechista di professione Titina Inganìa, fino a Michelangelo Ambéssi, l'uomo per cui tutto ciò che supera il metro e sessanta è da guardare con sospetto: sono loro alcuni dei protagonisti di questa vicenda che sembra passare quasi inosservata anche nelle cronache locali. Ma, in una fredda mattina d'inverno, arriva nel paesino l'ispettore Marzio Boccinu, al momento in congedo dalle forze dell'ordine, il quale si troverà invischiato in un intreccio in cui la realtà supererà, come sempre, ogni fantasia...
Genuino Némus è il nome d'arte di Matteo Locci. Nato in Sardegna in un piccolo paese dell’Ogliastra 58 anni fa. La teologia del cinghiale è il suo primo romanzo.
Lontanissimo dalla visionaria genialità de La Teologia del Cinghiale. La prima parte procede spedita (il racconto di Gesuino Nemus è ovviamente il punto più alto), si ride e ci si appassiona alla storia; poi si procede sempre più lentamente, anche involutamente, per poi ripartire nel finale. Il plot è buono, le tre stelle sono "piene"
Non è stato una rivelazione, per me, come invece lo sono stati i primi due che ho letto dell'autore, ma è sempre bello ritrovare la cultura del mio paese nella parola scritta. Anche quando si tratta di romanzi "gialli".