"Tutto il pane del mondo" è un libro che racconta la convivenza atroce e distruttiva con la bulimia e con l'anoressia. Un libro di denucia e cronaca che attraverso le parole di Fabiola De Clercq, protagonista in prima persona della storia trattata, si insinua nella mente di chi è rinchiuso in una prigione dalla quale sembra impossibile uscire.
Personalmente, ho trovato questo libro fin troppo ripetitivo, continuando ad esprimere ad oltranza lo stesso concetto. Tutto ciò non mi ha dato modo di comprendere fino in fondo in che modo, a livello psicologico, i traumi della donna l'abbiano portata alla malattia. Non racconta le fasi della vita in ordine cronologico e ciò rende la comprensione degli eventi troppo caotica.
Inoltre, non spiega minimamente come sia stato possibile guarire, farle cambiare punto di vista seppur con varie ricadute. Racconta in modo molto superficiale le sedute dall'analista, facendo quasi pensare che questa professionista non abbia fatto o detto nulla, se non stare lì ad ascoltare.
Sembra che sia avvenuto "per magia", come se non si sapesse bene come. Cosa pressoché impossibile.
In 146 pagine si ripete sempre la stessa cosa, non approfondisce niente se non il loop continuo del suo mangiare-vomitare.
Credo che la storia sia molto più ricca di avvenimenti rilevanti che non sono stati raccontati, non so se per scelta personale o per altri motivi, ma in ogni caso questo libro non rende giustizia alla vera fatica che questa donna ha dovuto fare per guarire e rinascere.
Il poscritto è la parte più interessante di tutta la storia, probabilmente per il modo in cui è stata trattata.
In copertina è presente la dicitura "Poscritto di Marzia De Clercq" (figlia di Fabiola), ma esso non è scritto da Marzia, bensì da sua madre, che in parte racconta anche di lei.
Oltre ad alcuni errori grammaticali, questo è sicuramente l'errore più evidente e confusionario del libro.
Questa recensione discute naturalmente solo del modo in cui è stato scritto il libro e non del contenuto, e il tutto è fatto secondo un parere del tutto personale che non giudica gli avvenimenti, ma esprime semplicemente un parere sul come essi sono stati trattati.