Universalmente letti, i romanzi di J.R.R. Tolkien (Lo Hobbit e Il signore degli anelli) e quelli del suo amico C.S. Lewis (Le cronache di Narnia), anche grazie a riduzioni cinematografiche di grande successo, sono considerati pietre miliari del fantasy contemporaneo. Ma a cosa devono la loro fama sconfinata? Il cattolico Tolkien e l’anglicano Lewis, docenti a Oxford, hanno dato vita a un progetto letterario anti-moderno centrato sul ruolo degli scrittori come "sub-creatori", ovvero collaboratori dell’opera di Dio nell’invenzione di mondi paralleli. Un progetto qui indagato con acume, risalendo alle fonti di ispirazione che per entrambi sono i cicli dell’epica medievale, con i loro eroi sterminatori di mostri, e illustrando i fondamenti mitologici, spesso apertamente reazionari, del fantasy, un genere letterario e spettacolare che conosce oggi una voga planetaria.
Il libro è dotto e pensato, ancorché un po' dispersivo. Ma è il titolo a esser sbagliato: avrebbe dovuto titolarsi "Cosa non mi va di Tolkien", visto che è a Tolkien che Dal Lago dedica l'80% del testo, con qualche piccola incursione in Lewis e sodali. E, all'inizio, qualche passo nell'opera di G.R.R. Martin. Fine. Duecento pagine dedicate a demolire Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Ora, credo ci siano pochi dubbî che Tolkien fosse un cristiano tradizionalista, fortemente conservatore, se non reazionario e patentemente antimoderno, e che tutti ciò si riverberi nell'impostazione radicalmente dualista (manicheista) della sua opera. Idem dicasi per Lewis. Ed è ciò che a lungo mi ha reso difficile approcciarmi in maniera serena alle loro creazioni. Tuttavia, questa è una critica meramente contenutistica. In quanto tale limitata. Auspicare l’avvento di un fantasy antitolkieniano non risolverebbe il problema di un giudizio sulla letteratura basato solamente sui suoi contenuti, cioè edificante o anti-edificante che sia. Se Tolkien e Lewis avevano un’idea di letteratura come ammaestramento per le masse, non mi sembra poi tanto differente quella di Dal Lago, seppure proveniente dal campo opposto (campo a cui, devo dirlo, mi sento pure più vicino). Sorprende poi che l’autore non conosca o, meglio, non riconosca l’esistenza di un fantasy o una letteratura fantastica che già problematizza la tensione “bene”-“male”: penso a Ursula K. Le Guin (che pure cita!) o al recentissimo China Miéville. Sorprendente poi una grave scivolata, dove definisce “fumettistiche” le semplificazioni psicologiche dei personaggi, come se il fumetto (che è un medium e non un genere! Ma bisogna ancora ripeterlo?) non potesse essere capace di complessità. Riassumendo, un libro che affronta con piglio guerriero e intenzione pugnace l’opera di Tolkien ma che rischia, tra le righe, di replicare quella macchina che si proporrebbe di smontare... E un libro che sicuramente non tiene conto della produzione fantastica nel suo complesso cosa che, almeno a giudicare dal titolo, avrebbe dovuto fare.
L'unico pregio che posso riconoscere a questo saggio è che, rispetto ad altri attacchi al genere fantasy, è che l'autore si è almeno impegnato a leggere i testi di cui intende parlare. Il saggio infatti, anche se si presenta come un tentativo di "comprendere" i meccanismi del fantasy moderno, non è altro che un attacco contro i "padri fondatori" del genere: Tolkien è il bersaglio principale, ovviamente, mentre solo pochi paragrafi sono dedicati a Lewis e agli altri Inklings. La lettura fatta è però banalizzante, superficiale e faziosa, ma soprattutto vecchia: le accuse che Dal Lago muove a Tolkien sono le stesse che gli furono mosse all'uscita del suo capolavoro: mentalità manichea, assenza di personaggi moralmente equivoci, eroi senza macchia e senza paura che riescono in tutto, scarsa importanza dei personaggi femminili, niente sesso, nessuna profondità filosofica o morale. Una lettura che chiunque abbia letto Tolkien con un minimo di attenzione potrebbe facilmente smentire. Ma per l'autore sarebbe probabilmente roba da "afficionados" da "lettore facilone" o da "apologeta". Per fortuna c'è di meglio.
Devo dire che non ho ben compreso quale sia il punto del libro. Tolkien e gli Inklings erano dei reazionari? Si, lo sappiamo. E allora? Molti scrittori celebratissimi sono stati rigidi conservatori. Si voleva forse dire che il fantasy ha un nucleo reazionario? Certo, e allora? Boh... In ogni caso è stata una buona lettura, un po' dispersiva forse perché si ha la sensazione di saltare continuamente di palo in frasca ma il libro contiene riflessioni acute e ha avuto il pregio di far incazzare di brutto gli assatanati del fantasy, come potete vedere anche dal numero esagerato di recensioni negative. Dal Lago mi ha fatto venire voglia di rileggere sia Lo Hobbit che Il Signore degli Anelli.