Ho letto con coinvolgimento questo romanzo. La bravura di Helga Flatland è quella di saper narrare con un realismo psicologico minuzioso, un’attenzione al dialogo, la capacità di trovare il dramma nel quotidiano. Siamo lontani dalla grande narrazione epica, dal romanzo-mondo che abbraccia popoli e secoli: ciò che le interessa è il microcosmo familiare, osservato con precisione quasi clinica. Un’autopsia domestica, ma senza anestesia: Flatland vuole che tu senta il rumore dei piatti sul tavolo, la sedia che stride, la mano che si ritira all’ultimo momento.
La scena madre del libro – il settantesimo compleanno del capofamiglia che diventa teatro dell’annuncio: “Abbiamo deciso di separarci” – è un piccolo capolavoro di tensione. Non parliamo di una giovane coppia che si separa a venticinque anni, con il divano IKEA ancora in garanzia: qui a implodere è un matrimonio lungo quarant’anni, con tutto l’immaginario della vecchiaia condivisa – coperta di pile sulle gambe, giardinaggio, partite di burraco– che va in frantumi. Flatland prende questa cena, con la tovaglia inamidata e il servizio di ceramica tirato fuori dalle vetrinette, e la trasforma in un teatro di guerra emotiva.
Ma non c’è niente di urlato: il dramma nasce dai silenzi, dai piatti appoggiati troppo forte, dalle risate spezzate. Un terremoto domestico servito freddo.
Il meccanismo narrativo dell’alternanza dei tre figli è decisivo: ciascuno offre uno sguardo diverso, un modo personale di misurarsi con la memoria e con il pozzo profondo dei non detti e che permette di osservare la famiglia da più angolazioni.
Da Liv, la primogenita, emerge un tema centrale: l’indipendenza emotiva. La separazione dei genitori è percepita come un crollo della sua rete di sicurezza. È interessante pensare che siamo in Norvegia, terra che nell’immaginario mediterraneo rappresenta autonomia precoce e indipendenza. Eppure Flatland ci mostra che la dipendenza emotiva non conosce latitudini: può stringere ugualmente a Oslo o a Palermo.
La separazione dei genitori diventa il pretesto per esplorare i microcosmi emotivi, le relazioni interpersonali, la pressione invisibile esercitata dai legami familiari.
Flatland mantiene costantemente una temperatura media-bassa che impedisce l’esplosione melodrammatica. È la cifra di una narrativa che si basa più sulla tensione sotterranea che sulla deflagrazione. Qui non conta tanto l’emozione detta, quanto quella che trapela dal suo soffocamento. La sua scrittura lavora come un sistema di contenimento: più che il grido, interessa la vibrazione che rimane sospesa nell’aria dopo che il grido è stato inghiottito.
Si affacciano alla mente i grandi clan della narrativa: i Glass di Salinger, i Malavoglia di Verga, i Buendía di García Márquez, o le famiglie monumentali della narrativa americana contemporanea, da Franzen a Yates. Ogni volta lo stesso spettacolo: la famiglia come organismo vivo, bestia a più teste che ti cresce dentro, ti scava, ti tiene in ostaggio. Guardare in quel pozzo di segrete emozioni è doloroso e complicato; forse per questo ci affacciamo come lettori con la copertina di un libro a fare da scudo.
In definitiva, Una famiglia moderna non è un romanzo che ti folgora, ma ti accompagna dentro la vita di persone comuni, le loro piccole e grandi tragedie, le responsabilità dei figli e i limiti dei genitori.
Quello che Flatland non dice ma aleggia su ogni pagina è che una separazione non è solo un matrimonio che finisce ma una intera mitologia privata che implode.