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Agencia general del suicidio
Onopengesneden pagina\'s / Uncut pages / Pages non rogné / Unaufgeschnitten / / French literature / Frans / French / Français / Französisch / Genaaid / Broché / 13 x 19 cm / 44 .pp /
- GenresPoetry
112 pages, Paperback
First published January 1, 1959
About the author
Jacques Rigaut
15 books32 followersJacques Rigaut was a French surrealist poet. Born in Paris, he was part of the Dadaist movement. His works frequently talked about suicide and he came to regard its successful completion as his occupation. In 1929 at the age of 30, as he had announced, Rigaut shot himself, using a ruler to be sure the bullet would pass through his heart.
He is buried in the Cimetière de Montmartre.
His suicide inspired the book Le Feu Follet by Pierre Drieu la Rochelle. The movie The Fire Within (1963) directed by Louis Malle is based on this book.
He is buried in the Cimetière de Montmartre.
His suicide inspired the book Le Feu Follet by Pierre Drieu la Rochelle. The movie The Fire Within (1963) directed by Louis Malle is based on this book.
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Displaying 1 - 18 of 18 reviews
August 15, 2017
Jacques Rigaut was a French surrealist poet, part of the dadaist movement.
He was really close to Tristan Tzara and Cocteau. Actually he entered into the world of drugs because of them.
The first time he tried to suicide, he was trying to detox, he put an old gun inside his mouth and pulled the trigger. Nothing happened... he only pulled the trigger once, he left the gun on its table and smiled, it didn´t matter he didn´t die, what really mattered was that for a moment he had the power to decide over life and death.
For moments great, for others slow but unique. I think you must read some dadaist books as background before you read this.
Rigaut had an original style, a different point of view of life and death.
CDMSSC.
He was really close to Tristan Tzara and Cocteau. Actually he entered into the world of drugs because of them.
The first time he tried to suicide, he was trying to detox, he put an old gun inside his mouth and pulled the trigger. Nothing happened... he only pulled the trigger once, he left the gun on its table and smiled, it didn´t matter he didn´t die, what really mattered was that for a moment he had the power to decide over life and death.
For moments great, for others slow but unique. I think you must read some dadaist books as background before you read this.
Rigaut had an original style, a different point of view of life and death.
CDMSSC.
September 11, 2017
Excelente edición de un libro de por sí genial. En este caso es inevitable mencionar dos cosas que hacen de esta particular edición una verdadera joya para el disfrute lector: las ilustraciones increíbles que ingeniosamente exhiben los diversos métodos de suicidio que se nombran en el libro y un epílogo escrito nada más y nada menos que por André Breton, algo que no he visto en ninguna otra edición de este libro. En definitiva una maravilla totalmente recomendable.
January 28, 2025
“Un caso dada”, ovvero Jacques Rigaut, l’artista che per coerenza nega l’arte
Per uno strano caso, le mie letture mi hanno fatto di recente incontrare due figure di intellettuali del primo novecento che, pur non avendo lasciato di fatto tracce significative di sé attraverso la loro opera letteraria, si ergono a personaggi emblematici delle temperie culturali nelle quali sono vissuti. Pochi mesi fa il barone Jacques d'Adelswärd-Fersen, la cui vita è narrata nel bel romanzo L’esule di Capri, scritto da Roger Peyrefitte, ed ora Jacques Rigaut, di cui l’esile volume oggetto di queste note, edito una ventina d’anni fa dalla scomparsa casa editrice Le nubi presenta, in meno di novanta pagine, gran parte della produzione letteraria, o per meglio dire dei testi, spesso frammentari, giunti sino a noi tra quelli da lui scritti.
La parabola umana ed intellettuale dei due Jacques, che mai si incontrarono, è un inestricabile e affascinante miscuglio di elementi concordanti e discordanti, che vale la pena analizzare, perché permette di comprendere quanto ricchi e diversificati, colmi di utopia e tragedia, siano stati dal punto di vista culturale – oltre che sociale - i primi decenni del ‘900.
I due nascono a diciotto anni di distanza: nel 1880 Fersen, alla fine del 1898 Rigaut, ed appartengono ad ambienti sociali molto diversi. Il primo è infatti rampollo di una famiglia di grandi industriali discendente da antichi ceppi aristocratici svedesi e francesi, mentre il secondo proviene da un ambiente impiegatizio piccolo-borghese. Se Fersen disporrà durante tutta la vita di risorse finanziarie pressoché illimitate, Rigaut dovrà spesso fare i conti con una drammatica mancanza di denaro. Entrambi però incarneranno la figura del dandy, del personaggio cinico e nichilista che veleggia, conscio della propria superiorità intellettuale, al di sopra di ogni convenzione e morale costituita: se però il dandismo di Fersen era parte integrante della sua classica decadenza, per Rigaut sarà una maschera, sotto la quale celare un insostenibile disagio esistenziale. Entrambi daranno grande importanza al sesso, anche se in modi e con motivazioni diversi: l’omosessualità di Fersen era la diretta conseguenza del suo culto per la bellezza classica, mentre per Rigaut passare da una donna all’altra era un tentativo di vincere la noia esistenziale che lo attanagliava. Entrambi faranno largo uso di droghe e termineranno le loro vite con un suicidio. Le modalità con cui organizzeranno tale atto estremo sono fortemente simboliche e coerenti rispetto alla coscienza della completa inutilità di continuare a vivere. Fersen beve nella sua villa di Capri, davanti agli amici più cari, una coppa di champagne cui ha aggiunto una dose letale di cocaina; Rigaut muore solo, sparandosi un colpo di pistola al cuore, utilizzando un righello per essere sicuro di non sbagliare il colpo, dopo essersi vestito di tutto punto e disteso sul letto nella casa di cura in cui è ricoverato. Curiosamente, i due gesti avvengono praticamente a sei anni esatti di distanza l’uno dall’altro: Fersen si uccide infatti il 7 novembre 1923, Rigaut il 6 novembre 1929.
La loro fine è conseguenza in qualche modo inevitabile, oltre che di travagli esistenziali, della fine dei mondi intellettuali di cui erano espressione, lontanissimi tra di loro anche se temporalmente contigui. Quello di Fersen era il mondo della Belle Époque, cui la prima guerra mondiale aveva inferto il colpo mortale; quello di Rigaut, all’inverso, era il mondo delle avanguardie artistiche che proprio dalla tragedia della guerra avevano tratto le ragioni di un impetuoso sviluppo, ma che ormai, con la fine delle grandi speranze di cambiamento sociale dell’immediato dopoguerra, stavano esaurendo la loro spinta propulsiva avviandosi verso una sostanziale istituzionalizzazione o alla forzata scomparsa.
Rigaut aveva fatto parte, sia pure in modo eccentrico, del gruppo dadaista parigino, che per il tramite di figure come André Breton e Louis Aragon darà poi vita al surrealismo. Essendo impossibile comprendere la figura intellettuale di Rigaut senza parlare del dadaismo, ritengo opportuno dedicare una parte di queste note alla sua storia e ai suoi fondamenti artistici, scusandomi con chi ne sa più di me al riguardo.
Dada è stato sicuramente uno dei movimenti artistici più radicali del primo novecento.
Nacque nel 1916 a Zurigo, nel celebre Cabaret Voltaire, su iniziativa di un gruppo di giovani artisti rifugiatisi nella neutrale Svizzera per sfuggire alla guerra. Erano di varia nazionalità: francesi, tedeschi, rumeni, ed il loro leader, Tristan Tzara, si incaricò di scrivere nel 1918 il manifesto del movimento: da tale documento si possono trarre gli assunti di base di Dada, che evidenziano a mio avviso l’attualità del suo spirito rivoluzionario.
Dopo aver affermato, irridendo chi si affannava a cercare un significato al nome del movimento, che ”DADA non significa nulla”, il manifesto enuncia ciò che non è e non deve essere l’opera d’arte.
”L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza, perché la bellezza è morta; né gaia né triste, né chiara né oscura, non deve divertire né maltrattare le singole personalità servendogli i pasticcini delle sante aureole o i sudori di una corsa arcuata attraverso le atmosfere. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto, oggettivamente, all’unanimità. La critica quindi è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno ha la sua, senza alcun carattere di universalità”. Poco più avanti Tzara polemizza con le avanguardie dell’epoca, in particolare con il cubismo e con il futurismo, di cui pure aveva assorbito alcuni tratti, nonché con la mercificazione dell’arte: ”Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste, laboratori di idee formali. Forse che l’arte si fa per i soldi o per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete e il ritmo segue la linea della pancia vista di profilo. Tutti i gruppi di artisti sono finiti in questa banca, pur cavalcando differenti comete. Una porta aperta alla possibilità di crogiolarsi con cuscini caldi e con il buon cibo”.
Molto interessante è in particolare la polemica con il futurismo, cui i dadaisti rimproveravano di perseguire comunque nuove forme di arte, piuttosto che propugnarne la distruzione, nonché di essere in qualche modo, visto il loro culto della tecnologia e del progresso, i continuatori del positivismo ottocentesco. La polemica riguardò anche la posizione nei confronti della guerra, essendo i dadaisti fermamente contrari al bellicismo futurista, non vedendo nel conflitto alcuna finalità purificatrice ma solo un massacro perpetrato dalle classi dirigenti borghesi per interessi di tipo economico. Non è un caso che, mentre molti dei futuristi italiani si schierarono con il fascismo, gran parte dei dadaisti fece una opposta scelta di campo, aderendo ai partiti comunisti dei paesi in cui vivevano.
Il manifesto prosegue affermando l’inutilità dell’opera d’arte, non perché non debba essere creata, ma in quanto essa vive per sé stessa, per il suo autore e per la percezione che ne trae ogni singolo spettatore. ”Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori di animali travestiti da uomini, illustrazione della squallida favola dell’umanità. Un quadro è l’arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, né definito nell’opera, appartiene, nelle sue innumerevoli variazioni, allo spettatore. Per il suo creatore, è senza causa né teoria”; e poco più avanti: ”C'è una letteratura che non arriva alle masse voraci. Opera di creatori, nasce da una reale necessità dell'autore, e solo per lui. Coscienza di un egoismo supremo, in cui ogni altra legge inaridisce. Ogni pagina deve esplodere, o per la sua serietà profonda e pesante, per il vortice, per la vertigine, per il nuovo, per l'eterno, per lo scherzo travolgente, per l'entusiasmo dei principi o per il modo di essere stampata”.
Il periodare scoppiettante del manifesto termina con due capitoli dedicati alla spontaneità dadaista e al disgusto dadaista, e vale la pena leggerlo integralmente. Purtroppo in rete ne ho reperito in italiano solo pochi estratti, tra l’altro tradotti piuttosto approssimativamente.
Torniamo a Jacques Rigault, che il poeta surrealista Robert Desnos definirà un caso Dada. In effetti, il nichilismo artistico di Rigaut, conseguenza di un profondo nichilismo esistenziale, sembra rispecchiare perfettamente ed estremizzare gli assunti Dada che abbiamo visto nel manifesto. Rigaut non scrive per un pubblico: in vita pubblicherà, tra il 1920 e il 1923, solo otto brevi testi, dei quali cinque sulla rivista Littérature, che si può definire l’organo ufficiale del dadaismo francese. Eppure scrive moltissimo, in genere su fogli di seconda mano, spesso distruggendo subito ciò che ha scritto, sminuzzandolo in piccoli coriandoli. Quando Dada nel 1923 muore, Rigaut esce definitivamente da quella scena artistica di cui non ha veramente mai fatto parte, dedicandosi alla sua maschera di dandy squattrinato: va a New York con Gladys Barber, una statunitense incontrata a Parigi, e i due si sposano; il matrimonio però dura poco, anche perché Rigault sprofonda sempre più nel tunnel della droga e dell’alcool. È in questo periodo che una sera, in casa di amici, sfonda con la testa uno specchio, procurandosi fortunatamente solo ferite lievi.
Tornato nel 1927 a Parigi diviene sempre più dipendente dall’eroina, sino al suicidio quando non è ancora trentunenne. Una dettagliata nota biografica sull’autore si può trovare in prefazione a questo volume, purtroppo oggi scomparso dai radar anche nel mercato dell’usato online. Chi fosse interessato alla sua opera può comunque trovare in libreria un libro dallo stesso titolo, con una selezione di scritti parzialmente diversa, uscito lo scorso anno presso Bordo Libero.
Il primo testo riportato nel mio volumetto è quello che gli dà il nome. Si tratta di due sole pagine, redatte seguendo lo stile di un annuncio pubblicitario, secondo cui l’Agenzia è in grado di procurare ai clienti ”una morte assicurata e immediata, cosa che non mancherà di sedurre coloro i quali sono stati distolti dal suicidio per paura di «mancarsi»”. Seguono tra l’altro le tariffe per ogni tipo di suicidio e il nominativo di Jacques Rigaut come amministratore principale.
Testo denso di sarcasmo, testimonia, come altri nel volume, come il suicidio non sia stato per Rigaut un folle gesto dettato dalla disperazione di un momento, ma una sorta di compagno costante del suo mal di vivere, una porta d’uscita sempre aperta al di là della quale sbirciava spesso.
Possibili suicidi sono anche l’argomento di Sarò serio come il piacere, il primo scritto pubblicato da Rigaut, uscito su Littérature nel dicembre 1920. È un testo amarissimo, nel quale emerge tutto il disagio esistenziale dell’autore, che tra l’altro afferma: ”Non c’è ragione di vivere, ma non c’è neanche ragione di morire. L’unico modo che ci rimane per accettare il nostro disdegno della vita, è di accettarla”. Negli ultimi paragrafi egli descrive dettagliatamente un suo tentativo di suicidio: non so se sia stato effettivo, ma somiglia in modo impressionante a quello che gli riuscirà nove anni più tardi.
Nel successivo E.L. il tono narrativo diviene molto più leggero. È un vero e proprio racconto, il cui protagonista è un giovane squattrinato che sogna di trovare un giorno per caso una grossa somma. Quando il suo sogno si avvera, e si trova per le mani molto più denaro di quello che aveva sperato, iniziano i tormenti, perché E.L. prima di iniziare a spendere cerca di costruire una motivazione ufficiale, accettabile dagli altri, della sua improvvisa ricchezza. Il finale aperto, e il tono complessivo del racconto – che tra parentesi testimonia l’abilità di Rigaut di tratteggiare la psicologia del protagonista – fanno pensare che il racconto sia frutto della sua perenne ricerca del denaro necessario a sostenere la sua immagine di dandy.
Lord Patchogue è forse il testo più articolato della raccolta; pubblicato nel 1930, è centrato sull’episodio statunitense del passaggio nello specchio, cui Rigaut attribuisce un significato esistenziale. Non è un vero e proprio racconto, ma un insieme di blocchi narrativi, sia in prima persona sia in terza, di cui è protagonista l’alter ego dell’autore, che prende il nome da una località di Long Island. La sua struttura e il suo linguaggio, fatto di flash che evocano immagini, ricordano molto il cinema d’avanguardia dell’epoca, ed effettivamente Rigaut apparve in Emak-Bakia, cinepoema surrealista di Man Ray del 1926. Strettamente connesso a Lord Patchogue, e simile quanto a struttura, è il successivo Riflessioni. Qui Rigaut parla sempre in prima persona, riflettendo in particolare sul suo rapporto con gli altri, siano essi la società borghese, i colleghi artisti, le donne in genere o Gladys Barber, l’ex moglie, par la quale ha parole sublimi e terribili.
Questi due testi, senza dubbio i più importanti, oltre che i più estesi, del volume, meriterebbero una cassetta degli attrezzi più fornita della mia, per farne oggetto di una analisi maggiormente approfondita.
Il tema del suicidio e della morte riemerge potentemente in La morte, breve racconta di pensieri e aforismi, tra i quali il più famoso di Rigaut, che riassume in poche parole la sua essenza artistica ed umana: Provateci, se potete, a fermare un uomo che viaggia con il suo suicidio all’occhiello”.
Ne La noia, di appena una pagina, protagonista è la condizione esistenziale di Rigaut: mi chiedo se Moravia abbia pensato a lui alcuni decenni dopo per delineare la figura di Dino, il protagonista del suo omonimo romanzo.
Aforismi e pensieri di taglio esistenziale sono raccolti anche nei successivi tre testi, giocati rispettivamente sulle opposizioni Principio/Fine, Domande/Dilemmi e Irrealtà/Esistenza, mentre il sarcasmo amaro nei confronti del potere attrattivo del denaro e della ricchezza fa capolino in Romanzo di un giovane povero, un altro dei pochi testi pubblicati vivente l’autore. La raccolta termina con la testimonianza di Rigaut al processo che i dadaisti allestirono nel 1921 contro Maurice Barrès, scrittore nazionalista e antisemita, accusato di attentato alla sicurezza dello spirito. L’escussione del teste Rigaut è molto Dada, e vira presto sul tema del suicidio, che ancora una volta Rigaut definisce un ripiego rispetto ad una vita che comunque è solo ruffianeria, parassitismo.
Jacques Rigaut è in apparenza un paradosso, in quanto la sua importanza intellettuale travalica di molto la scarna opera che ci ha lasciato. È un paradosso però solo apparente, perché egli esprime perfettamente e carica su di sé le inquietudini di un’epoca perfettamente conscia della mancanza di senso di continuare a fare arte mentre il mondo crolla. Anche se personalmente ritengo che il suo dandismo nichilista non fosse la risposta giusta a quella crisi epocale, mi inchino comunque alla sua coerenza intellettuale, già allora rara, oggi scomparsa.
Per uno strano caso, le mie letture mi hanno fatto di recente incontrare due figure di intellettuali del primo novecento che, pur non avendo lasciato di fatto tracce significative di sé attraverso la loro opera letteraria, si ergono a personaggi emblematici delle temperie culturali nelle quali sono vissuti. Pochi mesi fa il barone Jacques d'Adelswärd-Fersen, la cui vita è narrata nel bel romanzo L’esule di Capri, scritto da Roger Peyrefitte, ed ora Jacques Rigaut, di cui l’esile volume oggetto di queste note, edito una ventina d’anni fa dalla scomparsa casa editrice Le nubi presenta, in meno di novanta pagine, gran parte della produzione letteraria, o per meglio dire dei testi, spesso frammentari, giunti sino a noi tra quelli da lui scritti.
La parabola umana ed intellettuale dei due Jacques, che mai si incontrarono, è un inestricabile e affascinante miscuglio di elementi concordanti e discordanti, che vale la pena analizzare, perché permette di comprendere quanto ricchi e diversificati, colmi di utopia e tragedia, siano stati dal punto di vista culturale – oltre che sociale - i primi decenni del ‘900.
I due nascono a diciotto anni di distanza: nel 1880 Fersen, alla fine del 1898 Rigaut, ed appartengono ad ambienti sociali molto diversi. Il primo è infatti rampollo di una famiglia di grandi industriali discendente da antichi ceppi aristocratici svedesi e francesi, mentre il secondo proviene da un ambiente impiegatizio piccolo-borghese. Se Fersen disporrà durante tutta la vita di risorse finanziarie pressoché illimitate, Rigaut dovrà spesso fare i conti con una drammatica mancanza di denaro. Entrambi però incarneranno la figura del dandy, del personaggio cinico e nichilista che veleggia, conscio della propria superiorità intellettuale, al di sopra di ogni convenzione e morale costituita: se però il dandismo di Fersen era parte integrante della sua classica decadenza, per Rigaut sarà una maschera, sotto la quale celare un insostenibile disagio esistenziale. Entrambi daranno grande importanza al sesso, anche se in modi e con motivazioni diversi: l’omosessualità di Fersen era la diretta conseguenza del suo culto per la bellezza classica, mentre per Rigaut passare da una donna all’altra era un tentativo di vincere la noia esistenziale che lo attanagliava. Entrambi faranno largo uso di droghe e termineranno le loro vite con un suicidio. Le modalità con cui organizzeranno tale atto estremo sono fortemente simboliche e coerenti rispetto alla coscienza della completa inutilità di continuare a vivere. Fersen beve nella sua villa di Capri, davanti agli amici più cari, una coppa di champagne cui ha aggiunto una dose letale di cocaina; Rigaut muore solo, sparandosi un colpo di pistola al cuore, utilizzando un righello per essere sicuro di non sbagliare il colpo, dopo essersi vestito di tutto punto e disteso sul letto nella casa di cura in cui è ricoverato. Curiosamente, i due gesti avvengono praticamente a sei anni esatti di distanza l’uno dall’altro: Fersen si uccide infatti il 7 novembre 1923, Rigaut il 6 novembre 1929.
La loro fine è conseguenza in qualche modo inevitabile, oltre che di travagli esistenziali, della fine dei mondi intellettuali di cui erano espressione, lontanissimi tra di loro anche se temporalmente contigui. Quello di Fersen era il mondo della Belle Époque, cui la prima guerra mondiale aveva inferto il colpo mortale; quello di Rigaut, all’inverso, era il mondo delle avanguardie artistiche che proprio dalla tragedia della guerra avevano tratto le ragioni di un impetuoso sviluppo, ma che ormai, con la fine delle grandi speranze di cambiamento sociale dell’immediato dopoguerra, stavano esaurendo la loro spinta propulsiva avviandosi verso una sostanziale istituzionalizzazione o alla forzata scomparsa.
Rigaut aveva fatto parte, sia pure in modo eccentrico, del gruppo dadaista parigino, che per il tramite di figure come André Breton e Louis Aragon darà poi vita al surrealismo. Essendo impossibile comprendere la figura intellettuale di Rigaut senza parlare del dadaismo, ritengo opportuno dedicare una parte di queste note alla sua storia e ai suoi fondamenti artistici, scusandomi con chi ne sa più di me al riguardo.
Dada è stato sicuramente uno dei movimenti artistici più radicali del primo novecento.
Nacque nel 1916 a Zurigo, nel celebre Cabaret Voltaire, su iniziativa di un gruppo di giovani artisti rifugiatisi nella neutrale Svizzera per sfuggire alla guerra. Erano di varia nazionalità: francesi, tedeschi, rumeni, ed il loro leader, Tristan Tzara, si incaricò di scrivere nel 1918 il manifesto del movimento: da tale documento si possono trarre gli assunti di base di Dada, che evidenziano a mio avviso l’attualità del suo spirito rivoluzionario.
Dopo aver affermato, irridendo chi si affannava a cercare un significato al nome del movimento, che ”DADA non significa nulla”, il manifesto enuncia ciò che non è e non deve essere l’opera d’arte.
”L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza, perché la bellezza è morta; né gaia né triste, né chiara né oscura, non deve divertire né maltrattare le singole personalità servendogli i pasticcini delle sante aureole o i sudori di una corsa arcuata attraverso le atmosfere. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto, oggettivamente, all’unanimità. La critica quindi è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno ha la sua, senza alcun carattere di universalità”. Poco più avanti Tzara polemizza con le avanguardie dell’epoca, in particolare con il cubismo e con il futurismo, di cui pure aveva assorbito alcuni tratti, nonché con la mercificazione dell’arte: ”Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste, laboratori di idee formali. Forse che l’arte si fa per i soldi o per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete e il ritmo segue la linea della pancia vista di profilo. Tutti i gruppi di artisti sono finiti in questa banca, pur cavalcando differenti comete. Una porta aperta alla possibilità di crogiolarsi con cuscini caldi e con il buon cibo”.
Molto interessante è in particolare la polemica con il futurismo, cui i dadaisti rimproveravano di perseguire comunque nuove forme di arte, piuttosto che propugnarne la distruzione, nonché di essere in qualche modo, visto il loro culto della tecnologia e del progresso, i continuatori del positivismo ottocentesco. La polemica riguardò anche la posizione nei confronti della guerra, essendo i dadaisti fermamente contrari al bellicismo futurista, non vedendo nel conflitto alcuna finalità purificatrice ma solo un massacro perpetrato dalle classi dirigenti borghesi per interessi di tipo economico. Non è un caso che, mentre molti dei futuristi italiani si schierarono con il fascismo, gran parte dei dadaisti fece una opposta scelta di campo, aderendo ai partiti comunisti dei paesi in cui vivevano.
Il manifesto prosegue affermando l’inutilità dell’opera d’arte, non perché non debba essere creata, ma in quanto essa vive per sé stessa, per il suo autore e per la percezione che ne trae ogni singolo spettatore. ”Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori di animali travestiti da uomini, illustrazione della squallida favola dell’umanità. Un quadro è l’arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, né definito nell’opera, appartiene, nelle sue innumerevoli variazioni, allo spettatore. Per il suo creatore, è senza causa né teoria”; e poco più avanti: ”C'è una letteratura che non arriva alle masse voraci. Opera di creatori, nasce da una reale necessità dell'autore, e solo per lui. Coscienza di un egoismo supremo, in cui ogni altra legge inaridisce. Ogni pagina deve esplodere, o per la sua serietà profonda e pesante, per il vortice, per la vertigine, per il nuovo, per l'eterno, per lo scherzo travolgente, per l'entusiasmo dei principi o per il modo di essere stampata”.
Il periodare scoppiettante del manifesto termina con due capitoli dedicati alla spontaneità dadaista e al disgusto dadaista, e vale la pena leggerlo integralmente. Purtroppo in rete ne ho reperito in italiano solo pochi estratti, tra l’altro tradotti piuttosto approssimativamente.
Torniamo a Jacques Rigault, che il poeta surrealista Robert Desnos definirà un caso Dada. In effetti, il nichilismo artistico di Rigaut, conseguenza di un profondo nichilismo esistenziale, sembra rispecchiare perfettamente ed estremizzare gli assunti Dada che abbiamo visto nel manifesto. Rigaut non scrive per un pubblico: in vita pubblicherà, tra il 1920 e il 1923, solo otto brevi testi, dei quali cinque sulla rivista Littérature, che si può definire l’organo ufficiale del dadaismo francese. Eppure scrive moltissimo, in genere su fogli di seconda mano, spesso distruggendo subito ciò che ha scritto, sminuzzandolo in piccoli coriandoli. Quando Dada nel 1923 muore, Rigaut esce definitivamente da quella scena artistica di cui non ha veramente mai fatto parte, dedicandosi alla sua maschera di dandy squattrinato: va a New York con Gladys Barber, una statunitense incontrata a Parigi, e i due si sposano; il matrimonio però dura poco, anche perché Rigault sprofonda sempre più nel tunnel della droga e dell’alcool. È in questo periodo che una sera, in casa di amici, sfonda con la testa uno specchio, procurandosi fortunatamente solo ferite lievi.
Tornato nel 1927 a Parigi diviene sempre più dipendente dall’eroina, sino al suicidio quando non è ancora trentunenne. Una dettagliata nota biografica sull’autore si può trovare in prefazione a questo volume, purtroppo oggi scomparso dai radar anche nel mercato dell’usato online. Chi fosse interessato alla sua opera può comunque trovare in libreria un libro dallo stesso titolo, con una selezione di scritti parzialmente diversa, uscito lo scorso anno presso Bordo Libero.
Il primo testo riportato nel mio volumetto è quello che gli dà il nome. Si tratta di due sole pagine, redatte seguendo lo stile di un annuncio pubblicitario, secondo cui l’Agenzia è in grado di procurare ai clienti ”una morte assicurata e immediata, cosa che non mancherà di sedurre coloro i quali sono stati distolti dal suicidio per paura di «mancarsi»”. Seguono tra l’altro le tariffe per ogni tipo di suicidio e il nominativo di Jacques Rigaut come amministratore principale.
Testo denso di sarcasmo, testimonia, come altri nel volume, come il suicidio non sia stato per Rigaut un folle gesto dettato dalla disperazione di un momento, ma una sorta di compagno costante del suo mal di vivere, una porta d’uscita sempre aperta al di là della quale sbirciava spesso.
Possibili suicidi sono anche l’argomento di Sarò serio come il piacere, il primo scritto pubblicato da Rigaut, uscito su Littérature nel dicembre 1920. È un testo amarissimo, nel quale emerge tutto il disagio esistenziale dell’autore, che tra l’altro afferma: ”Non c’è ragione di vivere, ma non c’è neanche ragione di morire. L’unico modo che ci rimane per accettare il nostro disdegno della vita, è di accettarla”. Negli ultimi paragrafi egli descrive dettagliatamente un suo tentativo di suicidio: non so se sia stato effettivo, ma somiglia in modo impressionante a quello che gli riuscirà nove anni più tardi.
Nel successivo E.L. il tono narrativo diviene molto più leggero. È un vero e proprio racconto, il cui protagonista è un giovane squattrinato che sogna di trovare un giorno per caso una grossa somma. Quando il suo sogno si avvera, e si trova per le mani molto più denaro di quello che aveva sperato, iniziano i tormenti, perché E.L. prima di iniziare a spendere cerca di costruire una motivazione ufficiale, accettabile dagli altri, della sua improvvisa ricchezza. Il finale aperto, e il tono complessivo del racconto – che tra parentesi testimonia l’abilità di Rigaut di tratteggiare la psicologia del protagonista – fanno pensare che il racconto sia frutto della sua perenne ricerca del denaro necessario a sostenere la sua immagine di dandy.
Lord Patchogue è forse il testo più articolato della raccolta; pubblicato nel 1930, è centrato sull’episodio statunitense del passaggio nello specchio, cui Rigaut attribuisce un significato esistenziale. Non è un vero e proprio racconto, ma un insieme di blocchi narrativi, sia in prima persona sia in terza, di cui è protagonista l’alter ego dell’autore, che prende il nome da una località di Long Island. La sua struttura e il suo linguaggio, fatto di flash che evocano immagini, ricordano molto il cinema d’avanguardia dell’epoca, ed effettivamente Rigaut apparve in Emak-Bakia, cinepoema surrealista di Man Ray del 1926. Strettamente connesso a Lord Patchogue, e simile quanto a struttura, è il successivo Riflessioni. Qui Rigaut parla sempre in prima persona, riflettendo in particolare sul suo rapporto con gli altri, siano essi la società borghese, i colleghi artisti, le donne in genere o Gladys Barber, l’ex moglie, par la quale ha parole sublimi e terribili.
Questi due testi, senza dubbio i più importanti, oltre che i più estesi, del volume, meriterebbero una cassetta degli attrezzi più fornita della mia, per farne oggetto di una analisi maggiormente approfondita.
Il tema del suicidio e della morte riemerge potentemente in La morte, breve racconta di pensieri e aforismi, tra i quali il più famoso di Rigaut, che riassume in poche parole la sua essenza artistica ed umana: Provateci, se potete, a fermare un uomo che viaggia con il suo suicidio all’occhiello”.
Ne La noia, di appena una pagina, protagonista è la condizione esistenziale di Rigaut: mi chiedo se Moravia abbia pensato a lui alcuni decenni dopo per delineare la figura di Dino, il protagonista del suo omonimo romanzo.
Aforismi e pensieri di taglio esistenziale sono raccolti anche nei successivi tre testi, giocati rispettivamente sulle opposizioni Principio/Fine, Domande/Dilemmi e Irrealtà/Esistenza, mentre il sarcasmo amaro nei confronti del potere attrattivo del denaro e della ricchezza fa capolino in Romanzo di un giovane povero, un altro dei pochi testi pubblicati vivente l’autore. La raccolta termina con la testimonianza di Rigaut al processo che i dadaisti allestirono nel 1921 contro Maurice Barrès, scrittore nazionalista e antisemita, accusato di attentato alla sicurezza dello spirito. L’escussione del teste Rigaut è molto Dada, e vira presto sul tema del suicidio, che ancora una volta Rigaut definisce un ripiego rispetto ad una vita che comunque è solo ruffianeria, parassitismo.
Jacques Rigaut è in apparenza un paradosso, in quanto la sua importanza intellettuale travalica di molto la scarna opera che ci ha lasciato. È un paradosso però solo apparente, perché egli esprime perfettamente e carica su di sé le inquietudini di un’epoca perfettamente conscia della mancanza di senso di continuare a fare arte mentre il mondo crolla. Anche se personalmente ritengo che il suo dandismo nichilista non fosse la risposta giusta a quella crisi epocale, mi inchino comunque alla sua coerenza intellettuale, già allora rara, oggi scomparsa.
April 9, 2025
4.5
Curiosidades enigmáticas, tal vez solo de ciertas formas es que uno realmente puede poseer su propia vida.
Curiosidades enigmáticas, tal vez solo de ciertas formas es que uno realmente puede poseer su propia vida.
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September 28, 2024tää on siis taas vähän näitä kirjoja minkä kohalla on pakko ajatella että onko meillä edes oikeus lukee näitä
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January 10, 2024y los vivos sucederán a los muertos, y los muertos sucederán a los vivos.
March 3, 2022
Una curiosidad literaria de esas que resultan encantadoras. No soy muy afín a estas vanguardias literarias de las primeras décadas del XX, pero, francamente, con esas ilustraciones tan, pero tan preciosas, me decidí a leerlo por fin, ya que estaba guardando polvo en mi biblioteca. Ahora bien, yo soy del club Rigaut (?) en tanto que soy fiel seguidor de la idea de que si la vida es de uno, uno es libre para disponer de la misma, y gracias a eso el libro me dio una sensación de... que no estoy solo con respecto a mis ideas y pues eso.
Es una lectura chévere, no es difícil, es como graciosita en el buen sentido, y los anexos de los editores y de André Bretón, un gran añadido.
Es una lectura chévere, no es difícil, es como graciosita en el buen sentido, y los anexos de los editores y de André Bretón, un gran añadido.
April 11, 2015
One of the most beautiful books I've read in a long time. Sensitivity plus playfulness, like a laughter that knows too much to just express happiness. The best way of sadness.
February 8, 2026
“Kirjoitan oksentaakseni.”
Dada ei pyydä lupaa. Se lyö, sylkee ja nauraa porvarismille päin naamaa.
Tiukka pseudoakateeminen tulkintani: alkuvimmaista neroutta, joka kavahtaa kaikkea sovinnaista ja vakiinnuttaa samalla kollaasin metodiksi. Saa lainata.
Toinen tulokulma: 1900-luvun alun Pariisi.
Champs-Élysées, virvokkeet, päihdyttävä taide-elämä, syfilis ja delirium tremens.
Bakkanaalit ennen krapulaa nimeltä suuri sota.
Ilman Sami Sjöbergin jälkisanoja tämä olisi jäänyt arvoitukseksi.
Ilman Janne Salon suomennosta ranska ei taipuisi.
Jacques Rigaut kirjoitti lohduttomuudesta ohjelman.
Paradoksi vietiin loppuun asti:
äärimmäisestä teosta tehdään ohjelma, lyhyen elämän mittainen konsepti elämän perimmäisessä merkityksettömyydessä.
Jos miettii sodan jälkimainingeissa: mikä olisi provokatiivisinta?
Täyden palvelun toimisto, jossa idea viedään viimeiseen loogiseen pisteeseen.
“Vaikkei se minua juuri koske, arvostan tätä vierailua.”
Rigaut, minä tunnistan sinut. Ja valitettavasti myös tämän ajan.
Aivan saatanan kovaa kamaa.
Ostakaa, varastakaa ja lukekaa!
☆☆☆☆♤♡◇♧☆☆☆☆☆
Dada ei pyydä lupaa. Se lyö, sylkee ja nauraa porvarismille päin naamaa.
Tiukka pseudoakateeminen tulkintani: alkuvimmaista neroutta, joka kavahtaa kaikkea sovinnaista ja vakiinnuttaa samalla kollaasin metodiksi. Saa lainata.
Toinen tulokulma: 1900-luvun alun Pariisi.
Champs-Élysées, virvokkeet, päihdyttävä taide-elämä, syfilis ja delirium tremens.
Bakkanaalit ennen krapulaa nimeltä suuri sota.
Ilman Sami Sjöbergin jälkisanoja tämä olisi jäänyt arvoitukseksi.
Ilman Janne Salon suomennosta ranska ei taipuisi.
Jacques Rigaut kirjoitti lohduttomuudesta ohjelman.
Paradoksi vietiin loppuun asti:
äärimmäisestä teosta tehdään ohjelma, lyhyen elämän mittainen konsepti elämän perimmäisessä merkityksettömyydessä.
Jos miettii sodan jälkimainingeissa: mikä olisi provokatiivisinta?
Täyden palvelun toimisto, jossa idea viedään viimeiseen loogiseen pisteeseen.
“Vaikkei se minua juuri koske, arvostan tätä vierailua.”
Rigaut, minä tunnistan sinut. Ja valitettavasti myös tämän ajan.
Aivan saatanan kovaa kamaa.
Ostakaa, varastakaa ja lukekaa!
☆☆☆☆♤♡◇♧☆☆☆☆☆
August 12, 2021
Agencia general del suicidio es una recopilación del pensamiento del poeta dadaísta Jacques Rigaut. Tiene ese tinte magnético, a ratos desinteresado, a ratos profundo que resulta un sello de la filosofía francesa de principios del Siglo XX. Rigaut narra con plena sensibilidad y crudeza sus roces con el suicidio, su visión de la vida, pero sobre todo de la muerte, dejando a su paso uno que otro aforismo valioso.
No lo disfruté tanto, tal vez porque mi expectativa era diferente, pero es sin duda uno de esos libros a los que uno puede volver de vez en cuando. Ojalá con un vaso de cognac en la mano.
No lo disfruté tanto, tal vez porque mi expectativa era diferente, pero es sin duda uno de esos libros a los que uno puede volver de vez en cuando. Ojalá con un vaso de cognac en la mano.
August 2, 2022
Tantas reseñas y críticas me hicieron creer que este libro era magnífico. Es una obra superflua; salvo por algunas ocurrencias que hacen reflexionar, pero que no dejan de ser destellos de un genio malogrado, realmente no vale la pena perder el tiempo leyendo este opúsculo.
¡Una lástima de texto!
¡Una lástima de texto!
March 19, 2023
"Il y a des gens qui font de l’argent,
d’autres de la neurasthénie,
d’autres des enfants.
Il y a ceux qui font de l’esprit.
Il y a ceux qui font l’amour,
ceux qui font pitié.
Depuis le temps que je cherche à faire quelque chose!
Il n’y a rien à faire: il n’y a rien à faire."
d’autres de la neurasthénie,
d’autres des enfants.
Il y a ceux qui font de l’esprit.
Il y a ceux qui font l’amour,
ceux qui font pitié.
Depuis le temps que je cherche à faire quelque chose!
Il n’y a rien à faire: il n’y a rien à faire."
June 29, 2025
"No hay motivos para vivir, pero tampoco hay motivos para morir, la única manera con que se nos permite demostrar nuestro desdén por la vida, es aceptarla, la vida no merece que nos tomemos el trabajo de abandonarla..."
July 30, 2026
Hace un año que leí este libro, pero recuerdo que me gustó mucho su pluma y el como retrataba todo de forma cruda y lúgubre, lo cual es una de las razones por la cual también se hace un poco repetitivo.
June 25, 2020
Compilación corta de las escrituras del autor francés dadaísta Jacques Rigaut
October 22, 2024
Les miroirs
March 17, 2026
Entretenido. Me falta contexto de Rigaud.
Una colección de recortes que suenan a que el autor es uno de esos hombres creídos insoportables que mientras mantengas lejos te caen bien.
Una colección de recortes que suenan a que el autor es uno de esos hombres creídos insoportables que mientras mantengas lejos te caen bien.
September 23, 2026
Mi libro de cabecera es un revólver.
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