Fu Gheddafi a darne una dimostrazione nel 2004, quando ottenne la revoca delle sanzioni da parte dell'Unione Europea: la paura dell'immigrazione e dell'arrivo di masse di rifugiati poteva essere sfruttata come un'arma temibile, era sufficiente poter alimentare, manipolare e sfruttare il fenomeno migratorio. Questo libro è la prima ricerca sistematica secondo un metodo consolidato di comparative history che studia la teoria e la pratica di questo irrituale strumento di persuasione: sono passati in rassegna più di cinquanta casi dal 1953 al recente passato, con particolari approfondimenti dedicati a vicende paradigmatiche, da Cuba al Kossovo, da Haiti alla Corea. Tesi dell'autrice è che i grandi numeri di rifugiati rappresentino una minaccia utilizzata da realtà politiche per perseguire propri obiettivi, a volte contro le democrazie liberali (particolarmente esposte nei confronti delle dinamiche migratorie), altre nei confronti di differenti regimi. Due sono le formule principali tramite cui la pressione diventa allarme: mandare in crisi gli Stati bersaglio sommergendoli con flussi umani così numerosi da renderne impossibile l'accoglienza, oppure ricattarli per ottenere dei vantaggi politici, economici o militari. L'analisi esplicata in queste pagine assume particolare rilevanza alla luce degli ultimi anni, che hanno visto esodi di proporzioni impensabili. Quali sono le dinamiche di un attacco basato sull'emigrazione? Come difendere allo stesso tempo le persone fatte fuggire dalle proprie terre e le nazioni che vedono in questi spostamenti una minaccia per sicurezza, identità e risorse? Ancora una volta, la conoscenza oltre le ideologie, per comprendere una guerra asimmetrica che sta scrivendo la storia del terzo millennio.
Questo saggio di politologia esamina il fenomeno della "Migrazione coercitiva progettata", ovvero l'uso di flussi migratori come ricatto usato da parte di attori militarmente deboli verso soggetti più forti, soprattutto le democrazie liberali. In particolare il libro esamina nel dettaglio le 3 crisi migratorie dei balseros che ha provocato Fidel Castro verso gli stati uniti nel 1965, 1980 e 1994; le minacce di Slobodan Milosevic verso la NATO quando minacciava di attaccarlo, il tentativo dell'ex presidente di Haiti Aristide di provocare un flusso di boat people sulle coste degli USA per avviare un'operazione militare che lo riportasse al potere ed infine e infine il tentativo da parte di varie ONG e associazioni umanitarie di provocare un esodo di migranti nordcoreani per far cadere il regime. Seppur sia un fenomeno osservato solo di recente, ci sono stati innumerevoli casi di questo tipo dal 1951 (convenzione dei rifugiati) e 1967 (protocollo sullo status dei rifugiati), infatti un aspetto interessante è che paradossalmente più i paesi dichiarano di impegnarsi a favore dell'emigrazione dalla guerra, dell'accoglienza del rifugiato e del rispetto dei diritti umani più il paese è ricattabile dalle minacce di coercizione migratoria perché il più delle volte si assume impegni che difficilmente riesce a mantenere ed ha un'opinione pubblica aperta con una fazione che farebbe pressione ad ammettere i migranti come rifugiati, Greenhill definisce questo parametro come "costo dell'ipocrisia".