Nelle premesse il libro sembra intenzionato ad affrontare un discorso soprattutto metafisico e filosofico: il nulla, il vuoto, il non essere. Lo fa prendendolo alla larga, partendo dalla scienza dei numeri e in particolare dal concetto di zero, a cui peraltro viene attribuito un significato correlato al nulla (personalmente la vedo molto più terra-terra: lo zero mi pare un puro e semplice artificio matematico utile a semplificare i calcoli e a non trovarsi con cifre chilometriche tipo quelle degli antichi romani) e dal “terrore” che gli antichi filosofi e teologi avevano per il concetto di vuoto. Il tutto in realtà è solo una premessa per arrivare al cuore del discorso, ovvero a una lunga trattazione sulla fisica delle particelle e sull’astrofisica, ovvero l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, e su quanto anche qui il nulla e il vuoto siano una parte pregnante del discorso.
A questo punto si ha a che fare con l’ennesimo tentativo di spiegare ai non addetti ai lavori concetti di una complessità e di un’astrusità senza pari per noialtri confinati in questo angolino di universo (universo curvo? Infiniti universi paralleli? Il tempo è una variabile non univoca? Il big bang è avvenuto contemporaneamente in un solo punto e anche in tutto l’universo? Tutto quello che esiste è dovuto, semplificando al massimo grado, a una casualissima asimmetria di materia e antimateria nei primi istanti del tempo - che non era tempo - eccetera? Veramente troppo…). Mi diceva una volta uno studente di fisica che in realtà queste cose non sono affatto complicate, richiedono soltanto di possedere una base di conoscenze matematiche che non si hanno se non si sono fatti studi specifici, e sarà anche vero, però i vari libri sull’argomento che ho letto, nonostante le migliori intenzioni, spesso confondono le idee piuttosto che chiarirle (il migliore, secondo me, rimane comunque “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli, l’unico che è riuscito a non farmi sentire un idiota totale una volta che l’ho chiuso).
L’ultima parte del libro recupera il concetto di nulla e di vuoto da un’altra fonte, quella delle filosofie orientali, il buddismo e il taoismo, mettendole a confronto con i temi dell’astrofisica e della fisica delle particelle. Non è un’idea particolarmente nuova, l’aveva già affrontata alcuni decenni fa un altro fisico, Fritjof Capra, austriaco di nascita e poi naturalizzato statunitense. Il libro ai tempi lo avevo anche letto e non mi era dispiaciuto, ma da un lato non l’avevo trovato particolamente capace ad andare al di là del livello analogico-metaforico tra le filosofie orientali e la fisica delle particelle; dall’altro, con qualche eccezione, era stato accolto abbastanza male dal fronte che oggi diremmo STEM, soprattutto quelli che vedevano di malo occhio chi voleva invadere il loro esclusivo campetto di gioco del Vero Sapere, volgarizzandolo e trivializzandolo. Peraltro Capra si era progressivamente allontanato dallo studio e dalla ricerca, finendo per abbracciare filosofie e argomenti new age che certo non avevano portato bene a un’eventuale confluenza dei due argomenti che andasse al di là di una serie di similitudini del tutto ipotetiche.
E’ evidente che nella sua ultima parte questo libro è tributario di quello di Capra, al quale peraltro dedica - e meno male - solo una nota a piè dell’ultima pagina. La tesi finale comunque è che non c’è convergenza tra i due approcci, ma semplicemente ciascuno di essi affronta il concetto di vuoto e di nulla con i suoi specifici strumenti proponendo forme diverse di conoscenza, non reciprocamente escludenti.
In sostanza un libro interessante ma non epocale, che esagera un po’ con giudizi estetico-emotivi (per dire, non so quante volte dice che il De Rerum Natura di Lucrezio è bello, splendido, fantastico, e toni esaltatori non troppo differenti vengono riservati a Galileo, Newton - che altre fonti dicono credesse nella magia - ed Einstein).