Gentile Professor Pennac,
l’ho seguita con enorme piacere ne La prosivendola, La fata carabina e Il paradiso degli orchi.
In virtù del godimento che ne avevo tratto, mi sono anche sciroppata La passione secondo Thérèse, Signor Malaussène, Signori bambini e Ultime notizie dalla famiglia, che, a parte forse il primo, giocavano palesemente a tirare per le lunghe una storia ormai conclusa e che mostrava “le corde”, come si suol dire.
Ho ritrovato la sua buona verve in Come un romanzo.
Ho apprezzato il tentativo di Ecco la storia.
Mi sono un po’ annoiata leggendo Diario di scuola.
Ho considerato con indulgenza Grazie, la cui riuscita dipende soprattutto da chi lo recita, dato che è un testo teatrale abbastanza inconsistente in sé, ma pieno di potenzialità per un attore “con le palle”.
Ma ora lei mi propina questa La lunga notte del dottor Galvan senza aver almeno la decenza di includerlo in una raccolta di altri testi brevi o racconti che dir si voglia. La considero una scorrettezza, da parte sua. Non credo che lei abbia bisogno di soldi per sopravvivere, il che avrebbe anche potuto giustificare l’operazione commerciale. Penso che lei, ormai, sia nella posizione di poter scegliere se offrire ai suoi lettori qualcosa di buono oppure tacere. Questo mini-racconto ha una buona idea di fondo, ossia quel “Non mi sento tanto bene” che pronuncia l’innominato paziente, ma per il resto è artificioso e vacuo, pianificato “a tavolino”. E’ finto. E’ solo un esercizio di scrittura.
Noi lettori siamo una razza di “creduloni”, è vero. Ma non è che ci beviamo proprio tutto, professor Pennac.
Cordiali saluti,
Luisa