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182 pages, Paperback
First published April 20, 2001
L'italiano dall'aria spaesata si guardava intorno senza capire cosa stesse succedendo. Gli uomini a cavallo erano piombati nel centro della cittadina, terrorizzando la scarsa guarnigione di federales, messa in fuga in pochi minuti. Erano uomini truci, con folti baffi neri e i sombreros che ne aumentavano le dimensioni, facendoli sembrare creature strane, emerse da qualche saga popolare. E più o meno era così. Ma quell'italiano, piccolo, col vestito impolverato, che conosceva sì e no cinque parole di spagnolo, questo non poteva saperlo.
Aveva attraversato la frontiera il giorno prima, con una valigia e un buona fortuna, pronunciato a denti stretti dal compagno che l'aveva guidato fino al Rio Bravo. Non aveva trovato un'idea migliore per sfuggire alla precettazione militare. Gli Stati Uniti, il paese che l'aveva accolto regalandogli lavori merdosi e discriminazione, pretendevano che andasse a farsi ammazzare in Europa, in una guerra tra potenze imperialiste che vedeva massacrarsi tra loro milioni di poveracci come lui.
Era il 13 novembre del 1917, quando Nicola Sacco, nato in un paesino della Puglia ventisei anni prima, vide sfrecciare davanti ai suoi occhi quello che rimaneva delle truppe scelte della Divisiòn del Norte, i famosi e famigerati Dorados di Pancho Villa.
Sacco poteva soltanto immaginare che quella scorribanda sarebbe stata uno degli ultimi fuochi della Revoluciòn tradita e che il cavallo nero petrolio che era sfrecciato a meno di un metro da lui, sulla strada polverosa, facendogli cadere il giornale dalla tasca della giacca, era montato dal Generàl Francisco Villa in persona.
Lui era un anarchico renitente alla leva, che di mestiere fabbricava scarpe e agitava gli animi degli sfruttati. Per questo aveva con sé una copia del giornale The Masses, anche se non era stampa anarchica. Perché l'articolo più bello, quello che aveva letto e riletto durante il viaggio, era una corrispondenza da Pietroburgo, dove i bolscevichi avevano spodestato il governo e instaurato il Consiglio dei Soviet. Era un buon articolo, appassionato e ben scritto. Firmato da John Reed, l'incredibile americano che quattro anni prima aveva conosciuto di persona Pancho Villa.
Quello stesso giorno, dall'altra parte dell'oceano, in una località imprecisata del Veneto, un carabiniere addetto a sparare sui militari italiani che si ritiravano sotto l'offensiva austriaca, veniva ucciso da un soldato dei reparti scelti dell'esercito, gli Arditi. Quel soldato si chiamava Argo Secondari, nato a Roma nel 1895, migrato in Sudamerica e tornato poi in Italia per arruolarsi. Schifato dalla carneficina a cui aveva dovuto assistere e dall'ottusità criminale degli alti comandi italiani, aveva organizzato una sorta di autodifesa nell'inevitabile ritirata dopo la sconfitta di Caporetto. Dopo aver tolto il moschetto al carabiniere, appese al collo del cadavere un cartello. C'era scritto: "aeroplano abbattuto dagli Arditi".
- Perché i Carabinieri vengono chiamati "aeroplani"? - chiese il cronista nordamericano, sorpreso e contento di aver trovato un connazionale in mezzo al marasma della ritirata.
- Perché portano quel cappello ridicolo, che sembra un aeroplano. - rispose quello in divisa.
- Ma com'è possibile che i reparti scelti dell'esercito italiano sparino sulla loro stessa polizia militare?
- Si chiama legittima difesa, amico. Una palla di piombo non ha nazionalità. Che te la spari un austriaco o un italiano, il risultato è lo stesso.
Il giornalista scollò la testa e chiese: - E come mai lei è venuto ad arruolarsi in questo esercito assurdo e sgangherato, mister...?
- Hemingway, Ernest Hemingway. E' una lunga storia. Se mi offre un paio di grappe, può essere che la lingua mi si sciolga.
Vent'anni dopo, in un bar di Barcellona, si recitava la stessa scena, ma a ruoli invertiti. Questa volta era il cronista Hemingway che chiedeva a un giovane miliziano come mai i comunisti e gli anarchici si sparassero tra loro, invece di tirare ai franchisti.
Il ragazzo si chiamava Eulalio Ferrer e forse, data la giovanissima età, non era la persona più adatta per rispondere a quella domanda. Anche perché lui agli anarchici non aveva mai sparato ed era lì per difendere la repubblica.
Forse una risposta avrebbe potuto ottenerla dall'anonimo internazionalista seduto due tavoli più in là. Avrebbe potuto essere italiano, diciamo di Faenza, sì, comunista, arruolato nelle Brigate Internazionali ad appena ventidue anni.
Come avrebbe potuto chiamarsi? Non lo so. Forse avrebbe avuto uno di quegli assurdi nomi che davano allora in Romagna: Marx, Libero, Ideale, Robespierre...
Comunque, a guerra finita e rivoluzione persa, sarebbe potuto tornare in Italia, avrebbe subito per dieci anni le angherie dei fascisti, per poi ritrovarsi ad appoggiare i "ribelli" dopo l'8 settembre del '43. A soli 29 anni. E magari, avrebbe potuto essere testimone oculare delle rocambolesche gesta di Silvio Corbari, la Primula Rossa della Romagna. Quel geniale partigiano che ridicolizzava i nazi-fascisti con le burle più belle di tutta la guerra di resistenza. E proprio seguendo il suo esempio avrebbe potuto decidere di non stare più a guardare, ma di unirsi ai GAP di pianura ed entrare in clandestinità. Avrebbe così conosciuto Irma, una staffetta che aveva la sua stessa età, innamorandosene perdutamente. Al punto che a guerra finita, quando l'amnistia mandò liberi quasi tutti i fascisti, avrebbe potuto decidere di farla pagare ai suoi aguzzini, che per giorni l'avevano torturata e seviziata, prima di buttarla davanti al portone di casa, con una raffica di mitra in corpo. E siccome un paio di quei figli di puttana sarebbe sicuramente riuscito a raggiungerli, avrebbe poi dovuto espatriare in fretta, per non finire in galera.
Così si sarebbe ritrovato a lavorare in una fabbrica cecoslovacca.
E alcuni anni più tardi, nel 1961, avrebbe potuto recarsi a Cuba con una delegazione internazionalista ad aiutare la giovane Revoluciòn di Fidel Castro.
E lì, oltre a visitare la casa di Hemingway e il monumento a Camilo Cienfuegos, scomparso meno di due anni prima in un incidente aereo, avrebbe incontrato Tania la guerrigliera.
Tania, al secolo Tamara Bunke, classe 1937, tedesca, di famiglia comunista, cresciuta tra l'Argentina e la Germania Est, proprio nel '61 raggiungeva l'isola caraibica per dare il suo contributo alla rivoluzione cubana. Lì diventò amica di Ernesto Che Guevara, mettendosi in luce per la sua intelligenza, le doti di tiratrice e la conoscenza delle lingue. Al punto che il Che la volle come agente infiltrata in Bolivia, per preparare il terreno all'ultima spedizione guerrigliera della sua vita. La stessa in cui anche Tania trovò la morte.
Era l'ottobre del 1967. Il mondo stava cambiando. Agli "idoli" guerriglieri si stavano aggiungendo quelli della cultura pop, in grado di cavalcare la più incredibile rivoluzione dei costumi del XX secolo.
Due mesi dopo la morte di Tania e di Che Guevara, a New Haven, Connecticut, Stati Uniti, un capellone ventiquattrenne veniva trascinato giù dal palco di un concerto dai poliziotti locali, ammanettato e arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale. Schedato n° 23.750. Il suo nome era James Douglas Morrison, per gli amici Jim. Era figlio di un ufficiale della marina americana che lo aveva rinnegato, aveva una passione per l'alcool, la poesia, il rock e il peyote.
Doveva la conoscenza della pianta sacra a un viaggio nel deserto messicano, fatto alcuni anni prima, e a un vecchio indio che in gioventù aveva combattuto col grande Pancho Villa e versato un po' del proprio sangue per la Revoluciòn.
Poco tempo dopo, Jim tornò in Messico da rock star, per cantare davanti a un pubblico di ragazzini impazziti. E una sera, ubriaco marcio, mentre usciva da una bettola del centro di Città del Messico, si imbatté in un vecchio emigrato che ebbe il buon cuore di riportarlo in albergo. Jim non seppe mai chi fosse quel tale. E Eulalio Ferrer, che un giorno di trent'anni prima era scappato dall'Europa e da una sconfitta per approdare in quel rifugium peccatorum centroamericano, non poté certo riconoscere il cantante che faceva impazzire suo figlio, mentre lo aiutava a salire le scale.
Ma sono dovuti passare ancora trent'anni, perché Eulalio, ormai ottantenne, potesse sentire di nuovo nell'aria l'odore vago della primavera catalana.
Il pomeriggio del 12 marzo 2001, Eulalio ha seguito il consiglio di uno strambo guerrigliero mascherato, giunto il giorno prima in città, accolto da un milione di persone. Quel tale, che si fa chiamare "Sub", consigliava di andare in piazza, nello zocalo, ad ascoltare della buona musica.
E il vecchio l'ha preso in parola, per curiosità e voglia di vedere. E' arrivato giusto in tempo per ascoltare gli ultimi pezzi di una band piuttosto nota, La Maldida Vecindad. La musica però era troppo alta e c'era un mare di ragazzini, nel quale era decisamente difficile muoversi. Così il vecchio Eulalio si è seduto al tavolino di un bar, al margine della piazza e ha osservato quella distesa di gente.
C'erano bandiere rosse e nere, effigi di Zapata, di Villa, del Che, perfino di Bob Marley e di Jim Morrison. Ma soprattutto in quei giorni, c'era il senso della storia che si compiva.
Eulalio ha sorriso, sorseggiando la sua bibita. E ha pensato che in fondo quel guerrigliero mascherato aveva ragione: la lotta è come un cerchio, può cominciare in qualsiasi punto e non si ferma mai.
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap41.ht…
E queste storie sono lì a ricordarcelo.