Die Wiederentdeckung der Einsamkeit – auf einer gottverlassenen Leuchtturminsel im Mittelmeer. Auf einer winzigen Insel im Mittelmeer, deren Felsen steil abfallen und wo Schiffe nur bei ruhiger See anlegen können, ragt ein einsamer Leuchtturm empor. Wie ein Zyklop sucht er mit seinem Auge den nächtlichen Horizont ab, ein fixer und unentbehrlicher Orientierungspunkt für Generationen von Seefahrern. Drei lange Wochen bringt Rumiz, der ruhelose Wanderer, dort zu und sucht wie der Lichtstrahl nachts den Himmel und tags den Horizont ab. Er lernt, das Aufkommen eines Gewitters zu erkennen, dem Wind zuzuhören, mit den Möwen zu fliegen, mit dem Esel zu reden. Und er denkt über das Mittelmeer als Kulturraum von Triest bis in den Libanon nach, als Ort des Austauschs, des Handels, der Kriege bis heute, mit eigener Lingua franca. Diese bewegungslose Reise wird zum Abenteuer des Geistes.
Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano. Inviato speciale del "Piccolo di Trieste" e in seguito editorialista di "la Repubblica", segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanica e danubiana; durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia ed Erzegovina. Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, per documentare l'attacco statunitense all'Afghanistan.
5 stelle ma il mio apprezzamento “personale “ è da 10 ! Perché: mi piace come scrive Rumiz ed ho apprezzato tutti i suoi libri ; amo il mare ( anche la montagna comunque) ed in questo libro il Mare è il grande protagonista ; ma non solo : Rumiz parla di stelle, di cielo, di tramonti, di pesci e di pescatori, di venti , di tempeste e di naufragi, fa riferimenti mitologici , cita poesie, spazia e ritorna al mare : lo vedi e ne sentì il profumo. Anche se non sei esperto di venti o di fondali ( come me) la sua scrittura è talmente “ musicale “ che prosegui anche senza approfondire su Google cosa sono le isoipse o le isobate ( ma le nomina solo una volta ) Viaggia per il Mediterraneo , arriva al Polo , ritorna all’Adriatico e non dimentica mai Trieste .... che è la sua, ma anche la mia città ! Ed io sono fortunata perché il mare lo vedo dal balcone ogni giorno ed ogni giorno mi incanto ai suoi tramonti. Grazie Rumiz, me lo hai fatto amare ancora di più!
Non è un romanzo, non una storia, tante piccole storie, aneddoti descrizioni, rimandi letterari geografici naturalistici, appartiene al genere letteratura di viaggio, genere che a intervalli distanziati è bello frequentare, fa viaggiare senza aprire il portafoglio e senza l’onere, a me particolarmente inviso, di comporre il bagaglio. Il viaggio di Paolo Rumiz, è un viaggio, ma, immobile: per circa tre settimana soggiorna in un’isola dotata di un faro che ribattezza affettuosamente il Ciclope, l’autore mantiene un riserbo quasi pudico riguardo alla sua identificazione, riserbo che ho rispettato fino a fine lettura quando poi non ho resistito a scoprirne l’identità.
Qui manterrò il riserbo dell’autore per chi vorrà leggerlo, dicendo solo che quelle sponde furono lambite da navi greche, romane, slave turche veneziane e che l’autore è un triestino, docg…
L’Isola è uno sperone montuoso tuffato in mezzo all’acqua protetto da precipizi, unica una spiaggia sul lato sud, il mare intorno è pescoso pullula di aragoste., ombrine, dentici, triglie, pesce nobile da scoglio e flotte di alici migranti, isola verde, feconda, sorvolata da gabbiani e battuta quasi senza tregua da un vento di scirocco o maestrale pressoché costante
Il vento che arriva da oriente è carico di luce e riflessi... ravviva il mare di onde frequenti e ricche di schiuma... riempie di colore le nostre scogliere... porta i semi di mirto e di rosmarino... matura i fichi d’India e l’uva, insanguina di papaveri i campi di grano, cuoce la fronte e la nuca dei pescatori, feconda il mare di nuovi pesci... Il vento della nostra civiltà antichissima, su cui si aprirono le vele di Ulisse e Diomede, soffia sempre su di noi, anche se sono passati i millenni, se la Grecia è solo rovine
Una strada in salita porta al Ciclope, gigantesco monocolo che troneggia lassù, lanterna che illumina il mare, stella cometa a indicare la via e rassicurare il navigante, segno stradale nel mare senza careggiate, quel mare a cui Erodoto si riferì utilizzando tre termini diversi: pelagos mare profondo navigabile, thalassas superficie liquida che si perde all’orizzonte e pontos mare che è via di passaggio ponte tra una terra e l’altra, che collega, non separa ma unisce.
E un faro è simbolo di globalizzazione, tanti fari sono una rete capillare di luci amiche dei naviganti, con l’avvento del gps hanno perso buona parte della loro utilità, il gps li ha uccisi e il navigante sa già con largo anticipo sul lampo luminoso che lo abbaglierà di esser quasi al loro cospetto, il loro segreto svelato anticipatamente, non da meno la progressiva automazione ha ucciso le figure mitiche e ombrose dei guardiani dei fari .
Mentre, per paradosso, villeggiare in un faro è diventata una forma di vacanza ricercata con prenotazioni da riservare con anticipo di anni… fari, nuovi moderni eremi del terzo millennio…
Pare che nel mondo i fari siano di tre tipi: il “paradiso”, che sta confortevolmente piantato in terraferma; il “purgatorio”, aggrappato agli ultimi promontori rocciosi; e l’inferno”, perduto su qualche isolotto disabitato al largo.
Se pensa ad un faro l’immaginario collettivo corre alle fortezze costiere dei mari del Nord, i calendari insegnano eppure nella realtà, dice Paolo Rumtiz, i fari atlantici non sono che una pallida imitazione di quelli mediterranei, basti solo ricordare il capostipite dei fari: il Faro di Alessandria costruito sull’isola omonima davanti alla città, ad esso si deve il nome di questi ciclopi con lanterna.
Rumiz riesce a penetrare e a far penetrare chi legge nell’anima dell’isola e in quella del suo luminoso abitante, avvolge il lettore con una prosa alta, sontuosa, importante, ricca, anche rigorosa lessicalmente, poeticamente scientifica o scientificamente poetica. Per chi subisce il fascino dei fari (me stessa per esempio) e della loro simbologia, dell’incanto e del senso di solitudine e di selvaggio che li circonda, ma anche per chi vuole navigare dentro gli arcipelaghi dell’anima che sono infinitamente più grandi e misteriosi e complicati di quelli reali una lettura bellissima. E poi sull’isola c’è anche un asino, unico mammifero dell’isola, non raglia mai, però mostra le gengive quasi sorridendo, e… adora i limoni.
Rumiz, in questo libro, racconta il breve periodo che ha trascorso in un faro su un'isola del Mediterraneo, senza telefono né internet, in compagnia di sé stesso a pensare, ricordare, sognare, osservare, ascoltare, ragionare. Pensare ai tempi andati, ricordare ciò che ha visto in precedenza in tanti viaggi in giro per il mondo, sognare un mondo migliore, osservare il mare, il volo dei gabbiani, i colori. Ascoltare i rumori delle onde, il sibilo del vento. E ragionare sul mondo, sulla vita, sulle cose, sulla guerra, sull'Italia.
Anche il faro, come molte altre cose, ha cambiato ragione d'essere. Da elemento una volta fondamentale per la navigazione, è passato a essere ora una mera meta turistica per persone in fuga dalla civiltà.
Suggestivo, il libro. Che però non è un saggio, non è un romanzo, non è un diario, non è una guida turistica, non racconta il senso dell'esperienza di isolamento dell'autore, ma si limita a una serie continua di pensieri sparsi.
E' stato per me molto rilassante abbandonarmi alle bellissime immagini evocate, ma dopo un po' devo dire di avere avvertito una certa insofferenza ai pensieri troppo liberi. Forse una impostazione più lineare, una bozza di trama o solamente un abbozzo di idea narrativa mi avrebbe consentito una maggiore immedesimazione e piacere di lettura.
L'insistenza poi dell'autore su pensieri che sottolineino che tutto ciò che c'era un tempo (vita, rapporti sociali, luoghi, abitudini) fosse bello e tutto quello che c'è ora sia negativo (tecnologia, comunicazioni, spersonalizzazione etc) mi ha un pochino disturbato.
Insomma il libro spazia a 360 gradi, come le luci dei fari. Ma se nei fari questo è fondamentale, nei libri a mio parere è dispersivo e porta poco lontano.
Il viaggio immobile è il più difficile di tutti, perché non hai scampo, sei solo con te stesso, in preda alle visioni, e lasciarsi andare è facile, quasi naturale.
Un libro di viaggio, un’esperienza unica che mi ha coinvolto parecchio, trasmettendomi di volta in volta ansia, curiosità, meraviglia ma anche tanta pace... Un insieme di ricordi, aneddoti, reminiscenze e richiami letterari, a personaggi mitologici e reali, ad altri viaggi... ma c’è molto di più in questo testo. Descrizioni ed impressioni così vive che (come dice l’Autore) arano l’anima.
Gli arcipelaghi dell’anima sono infinitamente più misteriosi e complicati di quelli reali.
Rumiz, ti cercherò altrove...
#iorestoacasaeleggo
⛓ RC 2020 - Catena maggio (3) 🌎 LdM Mini Sfida Americhe - task 56 Saint-Pierre e Miquelon
Quando mi capita di passare una vacanza come turista su qualche isola del Mediterraneo, immagino come potrebbe essere fuori stagione, con il mare grosso sotto una tempesta. E mi affascina l'idea di potermene stare davanti al mare a osservare le forze della natura che si scatenano, di vivere in mezzo a questi isolani la cui vita è scandita da ritmi diversi da quelli che abitano la terraferma. L'unica possibilità sarebbe stata quella di trasferimi con il lavoro su una di queste. Ci avevo pensato davvero.
Al momento mi devo accontentare di questo racconto di Rumiz che, partendo dall'esperienza di un soggiorno in un faro, racconta di altre isole e altri fari, di uomini, donne, di animali, del mare, del cielo, delle rocce, di piante e fiori. Esperienza che scatena condizioni emotive e introspettive estreme per il distacco dalle abitudini comunicative del presente e per l'assorbimento totale della natura.
Forse sono ancora in tempo a sognare qualcosa che si avvicini almeno un po' all'esperienza dell'autore. Questo libro mi ha risvegliato l'idea che avevo dimenticato. Vedremo.
Questo é uno di quei libri che mi trascinano al loro interno così tanto che devo impormi di fermare la lettura per centellinarne la poesia. Mi piace credere che sia il libro a scegliere il lettore ed é stato così per questo "viaggio immobile" di Rumiz. Il mondo che descrive é fisicamente molto lontano dal mio che vivo (e adoro la montagna) ma é estremamente vicino nelle percezioni, che sono secondo me, le stesse in tutti i luoghi estremi e duri. Rumiz scrive: "Qui sento non ho bisogno di capire", questo é il vissuto (e lo ritengo un privilegio) che si può' raggiungere solo attraverso il contatto uno a uno con la natura, allontanandosi da tutto il frastuono esterno. Ed é vivendo queste esperienza interiore, ma allo stesso tempo molto fisica, che possiamo riattivare l'attenzione verso l'esterno, verso tutto ciò che é fuori di noi, la natura e gli altri esseri umani. Riuscendo in questo eviteremmo di trovarci nella situazione che Rumiz sintetizza in questa frase: "Se domani il cielo fosse vuoto di passeri, ci metteremmo settimane a realizzarlo. Se un giorno il fiume sparisse da sotto i ponti del nostro paese, non lo noteremmo." Riuscire a capovolgere questo pericolo ci permetterebbe di mantenere le giuste priorità e di conseguenza l'umanità.
Se avessi voluto leggere una guida tecnica sulla pesca e sui viaggi in barca non avrei acquistato un romanzo. Ho faticato per arrivare alla fine. Cosa mi aspettavo? Sicuramente impressioni personali legate all'esperienza di vita in un faro. Immaginavo di trovare un viaggio introspettivo e non un elenco stile TripAdvisor. Mi aspettavo di leggere storie raccontate dai guardiani del faro, di percepire l'isola nella sua essenza. Invece qui il protagonista non è il faro, nemmeno l'isola, ma Rumiz e i suoi amici viaggiatori. Deludente.
Ne sono rimasta completamente spiazzata! Non credevo che questo libro, preso perché il titolo si legava alla mia passione per la mitologia greca, mi sarebbe piaciuto tanto da costringermi persino a razionarne la lettura per farla durare di più.
Aaaah, che godereccio questo libro. Rumiz spende 3 settimane a lavorare nel faro di una sperduta isoletta greca, ma riesce a spremerle e a raccontarcele come se fossero 3 anni. I banchetti di pesce del farista-capo (capitano ma anche pescatore), i pomeriggi assolati passati a cogliere gli asparagi e i capperi selvatici, la lista dei fari più belli del mondo, le balene, i due asini scansafatiche domiciliati nell'isola. La storia emozionante dell'Asinara. Sconosciuti che nell'isola sperduta ti bussano nel cuore della notte chiedendoti una brugola da 13 ("salve, lei è di queste parti?" Lei è di queste parti. Che domanda. Stiamo su un'isola disabitata, chi cavolo è di queste parti?!) . Gli aloni verdastri che fanno i fulmini quando cadono nell'acqua. Le mogli dei faristi e intere famiglie nate e cresciute nei fari. Rumiz ci mette un po' di tutto, e quell'isola te la fa proprio godere.
Quante volte siamo assaliti dal desiderio di restare soli, in silenzio, accompagnati dalle mille domande che affollano nella mente? Quante volte vorremmo aumentare questa distanza tra noi e il resto del mondo? Vorremmo isolarci. "Isolarci", parola chiave nella lettura de "Il Ciclope" di Paolo Rumiz, giornalista de "la repubblica" e de "il piccolo" di Trieste. Rumiz ci trasposta su di un'isola del mediterraneo dominata da un faro, appunto "Il Ciclope" che come l'occhio di Polifemo scruta, illumina quel "mare nostrum", testimoniando ancora come questi sia una zona così importante, al centro di un crocevia di popoli. L'autore lascia che sia il lettore leggendo, ad intuire, a capire e indagare su quest'isola, insinua in noi la curiosità su dove possa trovarsi, la avvolge nel mistero. E ciò mi ha portato a leggere ancora più attentamente, sottolineavo ogni parte che potesse essere un indizio(ardua ricerca, il gran genio di Rumiz metteva descrizioni basandosi solo sulle angolazioni dalle quali la si vede dal mare, e sono molte dato che dipende da che parte vi si giunge ) e credo di aver capito di quale isola si tratti ma, non sarò di certo io a rompere questo mistero rivelandola qui. "Sento che l'isola è un sensore nell'universo che la circonda. Un'antenna parabolica di pensieri vaganti. Qui sento, non ho bisogno di capire" Paolo Rumiz soggiorna su questo piccolo pezzo di terra circondato dal mare per tre mesi e, qui egli è lontano dal rumore, dai fumi delle metropoli e dalle mille distrazioni che essi comportano. Sull'isola si impara a vedere il mondo con "occhio" diverso. Il tempo, dichiara l'autore, è come se si dilatasse e l'essere umano finalmente "sente" la natura fin nel profondo. Non ha bisogno di capire. Leggendo il romanzo ho avvertito lo stesso piacevole isolamento, traspostata dai racconti delle avventure, dai pensieri e dalle riflessioni che in quei giorni hanno vagato nella mente dell'autore che seduto in quel faro guardava la selvaggia e indomabile natura e, ill lontano orizzonte. "Mi diranno: è solo il clima. "Solo" il clima? A me non sembra affatto poco. In un luogo come questo il clima è decisivo. E questo non solo perchè è un grande riassunto dello stato dell'universo, ma perchè ti denuda, evoca valanghe di visioni e sveglia la macchina di pensieri che dorme in te per troppa vita sedentaria" All'interno del romanzo sono affrontati differenti temi: mitologici, storici e anche attuali creando un vero e proprio viaggio tra il passato e il presente e, un collegamento tra reale e mito. Il fatto è che se mi chiedessero di esporre una trama, non saprei da dove cominciare perchè queste pagine sono uno sguardo nella mente dell'autore e delle sue avventure piuttosto che un racconto fatto di eroi, vincitori e vinti. Si può parlare degli individui con cui l'autore ha avuto a che fare, con i faristi, i commercianti. Vaghe figure che vanno e vengono ma che sono importanti per farci comprendere quello che è uno stile di vita diverso, più sacro, fatto di rituali a noi sconosciuti come il "cambio della guardia" Ciò che più mi ha colpito leggendo questo libro è stata la capacità dell'autore, più di molti altri telegiornali di scaraventarmi nella cruda realtà che, ha un lato lucente ma anche un lato oscuro fatto di guerre, di lotte, di un mediterraneo, il "cuore liquido d'Europa" che è ora un "cimitero di annegati" e, di come la nostra società sia totalmente anestetizzata a questi eventi perchè propinati di continuo e con superficialità. Mi sono chiesta più volte nel corso della lettura se io "fossi al mondo" o se stessi "vivendo" realmente. Perchè? Pensateci, siamo ogni giorno intrappolati in una continua routine e talvolta ci arrendiamo ad essa perchè abbiamo paura di romperla o perchè troppo stanchi. Quindi continuando il libro mi sono chiesta se una possibile soluzione potesse essere allontanarsi da questa società, come l'autore, su di un'isola, per capire veramente ciò che ci circonda. E' paradossale lo so, isolarsi per capire il tutto ma forse è così: una volta aver vissuto nel fenomeno, per capirlo bisogna guardarlo con occhi oggettivi, allontanarsi e guardarlo dall'esterno. Per concludere, ci sarebbero così tante cose da dire. E' un libro prezioso ricco di realtà e avventure e momenti tanto belli che possono ingannare e sembrare illurosi. Paolo Rumiz con la sua esperienza di scrittore, giornalista e indagatore mi ha trasmesso emozioni e questo libro mi ha sicuramente lasciato un sentimento di angoscia, quesiti sul mio futuro ma anche sul passato. e scriverò qui uno dei passi che più mi ha colpito e che ho scritto ovunque per mesi lol: "Le piccole isole sono il paradigma delle contraddizioni. Le cerchi per scappare dal mondo, e il meteo ti sbatte al centro di un universo senza pace. Sono periferia e ombelico, "omfalos". Vi si approda in cerca di un sogno, ma possono generare incubi e tremendi pensieri. Mitologicamente sono luogo di nascita di dèi, ma anche nascondiglio di mostri come il Ciclope. Sono terra senza legge e di trasgressione, ma anche eremitaggio per chi cerca un rifugio dalle tentazioni del mondo. Possono diventare, per chi vi soggiorna, luogo di conoscenza oppure di oblio e sperimento.
Aprire il libro e respirare a pieni polmoni il Mediterraneo tra le pagine. Dopo "Canto per Europa", secondo me il suo miglior titolo, Rumiz continua a stupirmi con la sua penna al contempo antica e moderna ma sempre profondamemte evocativa.
Rumiz questa volta non viaggia e la differenza si vede. La qualita' e la profondita' del testo rimangono di alto livello ma, a mio modo di vedere, in questo libro la componente individuale del viaggio prevale sull'esperienza collettiva: questo testo e' riuscito a trasportarmi lontano molto meno del solito. Probabilmente a causa della differenza d'eta', di background e di esperienze vissute ma e' un libro che ho sentito "mio" meno degli altri.
Paolo Rumiz hat sich ein ungewöhnliches Reiseziel ausgesucht: 3 Wochen verbringt er auf einer abgelegenen Leuchtturminsel im Mittelmeer. Schon zuvor hat er einige andere einsame und abgeschiedene Türme besucht, aber ganze 3 Wochen fast völlig abgeschnitten zu sein von der Zivilisation ohne Fernseher, Radio, Internet und Telefon ist auch für ihn etwas Neues. Es gibt so gut wie nichts auf der salamanderförmigen Insel mit dem Turm ganz oben auf den Klippen. Sie ist jeglichen Naturgewalten ausgesetzt. Starke Mittelmeerwinde rütteln ihn Nachts aus dem Schlaf, Geräusche, die er noch nie zuvor gehört hat lassen ihn erschaudern. Die einzige menschliche Gesellschaft die er hat sind die Wärter. Sie essen zusammen und verstehen sich. Rumiz jedoch hält sich zurück, möchte sie nicht stören in ihrem natürlichen Habitat und beobachtet lieber, wie sie ihrer Arbeit nachgehen. Er beobachtet auch den einäugigen Esel und das einzige Huhn auf der Insel, sowie die vielen Möwen, die um den Turm auf der Inselspitze kreisen. Die Abgeschiedenheit bringt ihn ins Grübeln über viele Dinge und als er nach 3 Wochen die Insel wieder verlässt kommt er sich auf dem Festland fast vor wie ein Fremder📖
,,Der Leuchtturm" ist ein sehr ruhiges Buch. Wer hier ein spannendes Inselabenteuer erwartet wird enttäuscht werden. Man verfolgt hauptsächlich Paolo Rumiz Gedanken. Er erzählt von seinen Reisen zu anderen Leuchttürmen, von der Geschichte, der Wichtigkeit und Schönheit der Türme, von den verschiedenen Mittelmeerwinden, die er auf der Insel spürt, von den Sternenbilder, die er noch nie so klar zuvor gesehen hat, von der Überfischung der Meere und von griechischer Mythologie. Er beschreibt seine Insel genau, die Arbeit der Leuchtturmwärter allerdings eher vage. Gerne hätte ich hier noch etwas mehr erfahren. Die Zeit auf der Insel führt ihn zurück zum Wesentlichen, zum Wertschätzen von Dingen und alten Ritualen, zu Gesten der Bescheidenheit und Freundlichkeit, denn dieser Ort liegt so abgelegen, dass man sparsam und entgegenkommend sein muss. Schnelle Hilfe ist nicht gegeben und man muss mit den wenigen Menschen um einen herum auskommen. Er ist erzürnt und gleichzeitig traurig darüber, wie wir Menschen das Meer behandeln. Wie diese wunderschöne Unterwasserwelt mit all ihrer Vielfalt behandelt wird (,,vielleicht würden wir begreifen, wenn die Fische in den Netzen schrien"), dass wir Menschen offenbar nicht dazulernen und uns unsere Gier wichtiger scheint als der Schutz dieses Biotops. Eine Freundin sagte ihm: ,,Wir Meeresbiologen bräuchten einen Dichter, der berichtet, was da unten los ist, und der in der Lage ist, die Sehnsucht nach jener Zeit zu entzünden, als das Meer noch Meer war." Ich brauchte eine Zeit um mich wirklich auf das Buch einzulassen. Es hatte zwar nur 160 Seiten, jedoch lasen die sich nicht so schnell weg. Ich hatte das Gefühle ich war selbst auf dieser Insel, diesen einsamen abgelegen Ort mitten im Meer. Es war eine Erfahrung mich durch dieses Buch dorthin versetzt zu fühlen. Im Übrigen hat Rumiz mit keinem Wort erwähnt wie seine Insel hieß und wo sie exakt lag. Er wollte sie dadurch schützen. Aber natürlich konnte man es trotzdem herausfinden, jedoch werde auch ich es hier nicht verraten. Wer sich auf diese ruhige (Gedanken-) Reise zu einem leuchtenden Punkt mitten im Meer einlassen kann, dem wird es gefallen.🙂
Per amor di sintesi: Rumiz va a vivere su un faro per tre settimane. Dove? Su un'isola. Quale isola? Non si sa, non ce lo dice, per capriccio. Poi ci dà sugli ottocento indizi, quindi alla fine si capisce, però facciamo finta che noi quest'Isola non sappiamo che isola sia. Ad ogni modo. Queste tre settimane di faro Rumiz ce le vuole trasformare in una specie di "viaggio immobile" dell'anima, un'espressione non mia ma dello stesso Rumiz, che ci annuncia il suo intento intorno a pagina 2. Quindi via il mistero e via la libertà d'interpretazione. La chiave di lettura è quella. Poi. Il "viaggio immobile" si snoda attraverso una serie di immagini: il mare, i gabbiani, il faro, i ricordi, il mare, il faro, i gabbiani. I venti meritano una categoria a parte: Rumiz non se ne perde uno, e si assicura che non ce lo perdiamo neanche noi. Si legge nel terrore che si alzi di nuovo il vento, perché se il vento si alza Rumiz ce lo descrive. Non c'è scampo. Vanno da sé l'asino sguercio, le riflessioni esistenziali e l'amico in fin di vita. Ho aspettato pazientemente Omero ed è arrivato pure lui. Tutto in ordine. È letteratura di viaggio, d'accordo. Ma il taglio giornalistico della scrittura di Rumiz, che del resto giornalista è di mestiere, è troppo pesante, troppo tecnico per potersi conciliare con un'ambizione che, tutto sommato, questo libro non può permettersi di avere: se qualcuno vuole raccontarci l'anima, Rumiz non è l'uomo giusto per farlo.
La valutazione è frutto dei miei gusti personali. Rumiz scrive bene ed è preparato. Io però non riesco ad apprezzare i viaggi in se stessi, la smania della celebrazione della solitudine come valore... Apprezzo i tentativi di critica ambientalista, gli appelli alla solidarietà tipica della gente del Mediterraneo. Ma non ce la faccio. Sono state tra le 147 pagine più difficoltose da leggere senza dormire.
Abbiamo scoperto praticamente insieme questo autore, Paolo Rumiz, giornalista corrispondente in mille luoghi della terra, dallo stile ruvido, poetico e appassionante.
Impossibile non rimanerne ammaliati tanto che siamo già alla caccia di altre sue opere (io, Silvia, ne ho già scovate altre quattro: Ombre sulla corrente, Morimondo, A Piedi e Maschere per un massacro-Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia) e ci sentiamo legate a lui, a doppio filo, perché questo libro che ci apprestiamo a recensire, Il Ciclope, racconta dell’esperienza lavorativa e umana di Rumiz come guardiano di un faro e per noi il faro, con tutto ciò che ne concerne, è qualcosa di magico e personale, legato alla nostra saga, La Memoria del tempo.
Difficile riuscire ad andare per ordine, del resto Rumiz stesso non lo fa, vi avvisiamo, tuttavia, che da qui in avanti saranno presenti diversi SPOILER, anche se, è bene ribadirlo, questo libro non è un artifizio letterario, narra fatti veri. E’ l’impressione personale dell’autore sulla sua esperienza di vita in un faro. Un’esperienza che lo porta a rivalutare tutto quanto, persino il rapporto che abbiamo con la tecnologia ma ci arriveremo.
La prima cosa che ci viene in mente, benché non sia appunto la prima di cui parla il giornalista, è il suo amore autentico, sincero, pulito per l’Italia e la civiltà mediterranea, un amore pulito perché non vi è ombra di razzismo o superiorità morale/intellettuale, ma solo il sacrosanto orgoglio per la nostra civiltà sempre troppo bistrattata, in primis da noi stessi.
Lo stesso faro o meglio i nostri fari sono il simbolo di questo nostro dannato vizio di sputarci addosso: sono i più belli e maestosi dell’intero creato ma andiamo a venerare quelli del nord, autentiche brutte copie dei nostri gioielli. “A chi, come me, è nato in Adriatico, non la darete a intendere che i fari più belli d’Europa stanno in Bretagna o Cornovaglia. Sappiatelo, voi che amate il mare e vi fate infinocchiare dalle foto che glorificano torri oceaniche assediate dai marosi. Il Mediterraneo non è da meno”
Siamo proprio degli imbecilli. Seconda cosa, non meno importante della prima: il suo amore per la Natura anche negli aspetti più terribili. Tuona inviperito contro l’industria ittica che ha portato a svuotare i mari e a stravolgere i delicati equilibri dell’ecosistema dell’isola. I gabbiani, incapaci di trovare sostentamento nel pesce, razziato da avidi esseri umani che ascoltano solo la voce del denaro, diventano dei sistematici predatori sulla terra. E citiamo nuovamente: “in trent’anni il Mediterraneo si è svuotato del settanta per cento della sua ricchezza ittica. Me l’aveva svelato Tamara Vucetic, biologa marina croata, durante un viaggio in Dalmazia” Ha orrore e prova pietà per questa umanità piena di paure che non hanno alcun senso, a cui dà l’etichetta di “paranoia”, ma che è incapace di ascoltare il grido di una natura che sta boccheggiando e dice: “basta”.
E a proposito di paure insensate, Rumiz dice che stando isolato dal mondo, a stretto contatto con la natura e con le persone che lavorano così ai limiti, si è sentito vicino come non mai a tutto, ha percepito letteralmente il dolore e lo smarrimento del mondo, la guerra in Siria, la fuga disperata dei profughi, il nostro paese in crisi, tutto quanto.
Lo stare al contatto con chi fa lavori così duri, come il farista, che deve occuparsi di ogni cosa, da solo o con la sua famiglia, ha amplificato i sensi e le percezioni di Rumiz, gli ha fatto rallentare il ritmo, ha migliorato la sua scrittura, parole sue, rendendola più diretta, autentica, meno colma di orpelli.
Ha visto il tempo dilatarsi tanto che le tre settimane gli sono parse tre mesi e lo hanno costretto a scrivere pagine e pagine di fogli, dove ha temuto di non poter scrivere tutto.
E ha ricordato come il Mediterraneo sia il mare nostrum non per un qualche senso di proprietà o superiorità, ma per senso di appartenenza e fratellanza, un mare che accomuna popoli diversi, non così diversi, in mezzo ai quali, nei fari, si parla una lingua universale, una sorta di nuovo esperanto, dove si mescolano dialetti e lingue e dove tutti si capiscono.
Teme che questo mare nostrum si sia perso perché troppe persone, anche nel web, soprattutto nel web, hanno perso la capacità di vedere e percepire le cose complesse, si divide tutto in due fazioni, Nord/Sud, noi/loro, quando non è proprio così. E’ molto più di così.
“Appartengo dunque allo stesso modo a Salonicco e a Beirut, a Orano e a Formentera. Alla mia gente, le miserabili definizioni nazionali hanno portato sempre e solo sventura. Per questo noi sentiamo il mare come la casa di tutti, e intendiamo nel modo giusto la definizione “Mare Nostrum”. Che non significa “Il mare di nostra proprietà”, ma “Il mare di tutti coloro che lo abitano e, a prescindere dalla lingua, sono affratellati da un sentire comune…
Penso: cos’è rimasto del mare di mezzo? Quasi nulla. Già il fatto che si parli di due rive contrapposte dice che la battaglia è persa. Perché due rive? Perché abbiamo accettato questa semplificazione bipolare? La civiltà del web ignora la complessità.”
Ecco noi ci ripeteremo, ma ce la facciamo ad uscire da questo meccanismo perverso che ci deve far dividere tutto in due fazioni?
Vale per ogni cosa.
Critichi un grillino, sei renziano; critichi Renzi, sei grillino o berlusconiano; vuoi salvare i profughi, sei a favore dell’immigrazione selvaggia; vuoi dei controlli, sei un razzista.
Basta, veramente, basta. Aprite il cervello, siamo esseri umani, non siamo bianchi o neri, siamo bianchi e neri, siamo a sfumature, dov’è davvero finito il mare di mezzo?
Ridatecelo, ridateci la poesia di Salvatores che chiedeva che il Mediterraneo tornasse ad essere ciò che è e non un fossato.
Una parte considerevole del libro è dedicata al cibo. E, onestamente parlando, mentre leggevamo quelle pagine ci è venuta una fame spaventosa. Il cibo come fonte di sostentamento da centellinare, perché gli approvvigionamenti in un’isola non sono facili da ottenere, ma anche come ponte di comunicazione tra le persone.
Tutto è cucinato con la massima cura e semplicità, con ingredienti del posto, freschi, genuini, autentici.
Rumiz ha offerto alcuni piatti tipici del nord, in particolare molti risotti, di cui sembra essere ghiotto e nel contempo ha imparato a fare il pesce come un vero farista, ogni tipo di pesce pescato lì, nei pressi del faro, in cima al quale si mette a leggere e a guardare il mondo. All’inizio del libro l’autore non dà molte coordinate sull’ubicazione dell’isola, solo velati suggerimenti e un’esortazione a tenerla nascosta nel caso in cui il lettore riuscisse a individuarla con tanto di minaccia di maledizione. In realtà, maledizione a parte, diviene subito comprensibile il perché di questa reticenza. La sua esperienza in quel particolare faro, si allarga e ben presto diventa chiaro che ciò che racconta in quell’angolo di mondo è qualcosa di universale, qualcosa che riguarda non quel punto precisato. Ciò che sta raccontando, oltre alla sua vita in un faro, in realtà è il rapporto tra umanità e natura o meglio, tra umanità e antichi Dei di cui è ancora possibile ascoltare la voce se si è abbastanza ricettivi.
Recensione redatta da Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia.
"...mi dicevano "Ti annoierai", e mi ritrovo a non avere un attimo di requie. "Che avrai da scrivere in un luogo in cui non succede nulla?" era l'altra obiezione che mi veniva fatta alla partenza. Ora scopro che i taccuini forse non mi basteranno. E non è solo meteo. È che qui, come in barca, hai sempre qualche occupazione che ti tiene impegnato. Fare il pane, controllare il barometro, leggere il libro giusto nella lanterna del faro, uscire a pesca, cucinare un risotto, tenere pulito il tuo spazio, esplorare il monte e la battigia, smaltire le immondizie nel modo corretto. E poi controllare il generatore e la pompa dell'acqua, imparare i nomi dei venti, salare il pesce, filmare e fotografare con la luce giusta. Se sei una persona curiosa, il tempo non ti è sufficiente per registrare tutto ciò che ti circonda. Giri da un posto all'altro come un'anima in pena..."
"...non so perché ci ho messo tanto a guardare dentro i cristalli concentrici dell'apparato ottico. Stamattina, a luce spenta, ci ho ficcato il naso dentro e ho trovato -sbalordito- una capocchia di spillo, dodici Watt per sessanta Volt, come una miserabile lampadina di automobile. Il mio viaggio nel mondo dei fari ricomincia da lì. Dalla scoperta che la potenza di una lanterna di mare non sta in un nucleo ardente di energia inimmaginabile, in un nocciolo tipo centrale nucleare, ma nel fantastico gioco di prestigio di alcuni prismi capaci di moltiplicarla..."
"Il Ciclope", diario scritto dal giornalista e viaggiatore Paolo Rumiz nel 2015, racconta dell'esperienza vissuta dall'autore, per tre settimane, su una piccola isola sede di un faro di cui peró non viene svelato ne nome ne coordinate per localizzarlo ma solo alcuni indizi, sparsi lungo tutto il racconto, che possono, con pazienza e voglia di cercare da parte del lettore, condurre al luogo narrato (corrispondente al faro di Palagruza, piccolo lembo di terra al centro del Mar Adriatico fra Italia e Croazia). "Il Ciclope" è un diario-racconto da leggere lentamente, assaporando la poesia che fluisce dalla penna di Rumiz, incredibilmente ispirato nel narrare al lettore pensieri ed emozioni scaturite da questa sua esperienza profonda con se stesso e la forza di una natura che esplode in tutta la sua forza. Un racconto che, attraverso le sensazioni provate sul momento dal narratore, riporta alla memoria dello stesso altre esperienze passate nella sua vita e carriera di giornalista viaggiatore diviso fra Oriente ed Occidente. Un viaggio nei suoi ricordi capace peró di invogliare ed ammaliare anche il lettore. Un resoconto che invita chi affronta queste pagine a interrogarsi sul valore del tempo, sulla frugalità, sul rapporto con se stessi, sulla solitudine ma anche su temi universali come la migrazione delle genti e l'appiattimento che una modernità spinta puó portare nella vita di chiunque. Fra gabbiani, notti stellate, burrasche e albe d'incanto Rumiz farà vivere al lettore l'esperienza, raccontata piano piano in ogni capitolo, del mestiere tanto diro e solitario quanto appagante, del farista, lavoro purtroppo destinato a scomparire soppiantato da una modernità fatta di elettronica e automatismi.
Questa volta Paolo Rumiz si concede una vacanza meditativa in un faro, interpretando i sogni e i desideri di quelle migliaia di persone che si sono sempre chieste cosa dev'essere vivere in un luogo isolato, lontano da tutto, a fare un lavoro tecnicamente semplice, ma faticoso e importantissimo. Lì dove è ancora possibile farlo, beninteso, perché moltissimi fari sono stati automatizzati, uccidendo buona parte della loro poesia, e il sogno di sapere che dietro quella luce lontana, cercata faticosamente sul mare, c'è un uomo che la custodisce e che lavora per gli sconosciuti naviganti, chiunque essi siano. Comunque, Rumiz ha scovato un faro ancora abitato e abitabile, su un'isola piccolissima lontana da tutto, ma di grande importanza per la navigazione, e - inaspettatamente - nel Mediterraneo. Sì, perché è abbastanza scontato che chi dice faro pensi Bretagna, cosa che fa arrabbiare i lupi di mare mediterranei; essi sanno che i fari del mare "nostrum" non hanno nulla da invidiare alle rinomate sentinelle dell'Atlantico, tempeste comprese. Ma Rumiz non dice che faro sia, e quale sia l'isola. Tace a bella posta quest'informazione, minacciando anzi di maledire i lettori che riveleranno la posizione di quel luogo magico. Quindi io non lo rivelo, sebbene lo abbia scoperto quasi subito: essendo la curiosità tanta, già dopo le prime pagine ho fatto una ricerchina su internet e poi mi è dispiaciuto, perché il libro è pieno zeppo di indizi e quindi mi sono tolto il piacere di metterli insieme e di risolvere il mistero un po' per volta. L'avventura al faro viene intercalata di vari altri racconti d'avventura; Rumiz fa quasi invidia per la quantità di posti in cui ha viaggiato, vicini e lontani, per la capacità di dialogare con tutti, persone note e meno note, e per quella di raccontare sia i viaggi che le persone. La scrittura è ai massimi livelli, il libro forse è un po' troppo breve ma altre pagine lo avrebbero forse fatto diventare noioso dato che non c'è nemmeno il filo logico di un viaggio a riunire i vari scenari. Il suo modo di raccontare è diversissimo da quello di Magris, ma entrambi i grandi scrittori-viaggiatori condividono la triestinità (cosa che, comincio a credere, quanto a capacità di interfacciarsi col mondo dà una marcia in più), la voglia di conoscere, di raccontare, e la capacità di farlo. La copertina è di Gipi.
Ammetto di essere stato indotto da titolo e copertina, come tutti gli stolti, ad acquistare questo romanzo. Nella frenesia degli acquisti letterari - li faccio sempre con la carriola, quindi vengo poi colto dal berserker dell'acquisto compulsivo - ho ritenuto potesse interessare sia a me che a mia moglie, e quindi è finito nel carrello. Dopo averlo letto, la mia opinione si è ridimensionata, ma per ragioni puramente soggettive. "Il Ciclope" non è un brutto romanzo né è scritto male, semplicemente appartiene a un particolare genere che va apprezzato, quel tipo di storia introspettiva basata sui pensieri, la solitudine e la maestosità delle cose semplici (che in genere abbiamo dimenticato come apprezzare). Le due stelle, quindi, non sono affatto un condanna, ma un mio personalissimo giudizio. Questa è la mia libreria virtuale e il romanzo mi è piaciuto tot. La narrazione, come è abbastanza palese da copertina e quarta di copertina, è ambientata su un'isola del faro, uno di quegli scogli desolati - più o meno grandi - su cui sorgono fari strategici, essenziali per la navigazione. Il protagonista si reca lì di sua spontanea volontà, ad affiancare il piccolo gruppo di guardiani del faro, e tutto procede tra considerazioni e azioni che, nella loro semplicità, possono essere immensi. A leggere queste righe, può venire da chiedersi come mai non mi sia piaciuto, ma è una questione di onestà intellettuale; il contenuto del libro è questo, lo stile e il genere non erano precisamente di mio gusto, tutto qua. E quindi si spazia con la mente e la fantasia, si mangiano cose semplici (continuo a ripeterlo) che però sembrano squisite nella situazione del protagonista, ogni evento o dettaglio che sarebbe insopportabile all'uomo moderno appare come romantico, essenziale o ricco di significato, e questo è qualcosa che tutti gli scrittori dovrebbe imparare a fare, per valorizzare al meglio le proprie opere. Insomma, se con queste premesse ritenete che "Il Ciclope" sia un romanzo che fa per voi, non mi sento assolutamente di sconsigliarvelo. Contiene molto più di quanto non sembri.
"Dall'orlo della scarpata la torre si piegava verso di me, torcendo la sua possente struttura in pietra. Cercava l'intruso con l'unico occhio da ciclope."
Il ciclope di Paolo Rumiz è stato il mio primo libro dell'autore e, per questo motivo, non sapevo esattamente a cosa andavo incontro prima di iniziarlo.
Questo è ciò che mi ripeto per cercare di giustificare, almeno in parte, la mia incapacità di riuscire ad entrare dentro al testo e, lo ammetto, talvolta persino di comprenderlo pienamente.
L'autore ha intrapreso un viaggio unico: è stato tre intere settimane in un'isola disabitata (che non viene mai nominata per salvaguardia del posto, ma che si può desumere grazie ad alcuni indizi) come guardiano del faro. Il ciclope nasce dagli appunti presi durante quest'esperienza, in quello che potremmo definire come una sorta di diario di viaggio. Questo è il motivo per cui, prima della lettura, ci si potrebbe aspettare un racconto piuttosto lineare e interamente inerente all'esperienza. In realtà, ciò che troverete in questo volume è più legato al flusso di coscienza avuto dall'autore durante questo periodo, piuttosto che alla storia di cosa effettivamente è accaduto.
Paolo Rumiz, infatti, intervalla le descrizioni dell'isola e delle giornate lì trascorse con digressioni riguardanti la sua vita, in cui ci parla di altri viaggi, altre conoscenze e ci mostra la sua vasta cultura al riguardo di numerosissime materie. Tante sono anche le citazioni di libri e di autori disparati, tra i quali compare più volte anche il mio amato Robert Louis Stevenson. I capitoli stessi sono intitolati, talvolta, utilizzando nomi di figure mitologiche, religiose e/o letterarie (Giona, Cassandra...) che si ricollegano sempre al contenuto del testo.
Questo è un libro, che averlo tra le mani e leggerlo ci si rende conto si allontana molto dai classici libri o diari o racconti. Lo scrittore, conosciuto per i libri in cui racconta i suoi viaggi, ha voluto in questo stendere un diario, (che dalla forma classica del diario ha solo l'elenco dei giorni in ordine cronologico) la sua esperienza presso un faro in un isoletta che non specifica mai dove si trova. Il motivo lo so capisce solo nelle ultime pagine. Tre settimane lui da solo con i due faristi (a cui poi daranno il cambio del mese un altra famiglia), un asino guercio e una gallina solitaria. Im queste pagine l'autore cerca di movimentare l'inevitabile staticità del racconto del suo soggiorno al faro inserendo spesso ricordi e aneddoti di suoi incontri e viaggi precedenti; questi, tuttavia, risultano essere episodi troppo slegati, divagazioni e smarrimenti della memoria che non trovano srmpre un legame. Questa espressione libera di ricordi e impressioni lascia a mio avviso troppa libertà al lettore di spaziare nei suoi pensieri, avrei preferito un minimo di linea di racconto giusto per tenermi concentrata su un filo da seguire. Il suo viaggio statico dentro la sua anima è qualcosa di veramente profondo, per non parlare dell alto livello di scrittura difficile da trovare in autori moderni.proprio e solo questo ha reso piacevole la lettura, direi rilassante perdersi nelle sue descrizioni ricercate espresse in modo molto raffinato e con un livello di cultura alto(questo ha reso a volte presuntuosa la sua ostinazione a presentarla di continuo). Questo libro non va letto ne di fretta ne in mezzo al caos.. bisogna assaporare ogni singola parola con calma e relax.
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Paolo Rumiz, giornalista e viaggiatore, ci porta con lui su un'isola quasi deserta dove si erge un faro. Si sa, i fari hanno sempre avuto un alone di mistero e magia e le leggende che ci girano intorno sono innumerevoli. Rumiz ci racconta del tempo passato su quest'isola, di cui non ci vuole dire il nome per non guastarne il carattere mistico, e su cui incontra uomini (i faristi) e una fauna che rendono la sua convivenza a contatto con Madre Natura un'esperienza unica.
«"Scusi, lei è del posto?" - Domanda strepitosa. Essere del posto su un'isola disabitata e lontana da tutto è un concetto terricolo che mi fa impazzire. Qui nessuno è del posto. All'ombra del Ciclope non si nasce e tantomeno si muore. Così vuole la leggenda.»
Mentre è lì a combattere con asini, galline, gabbiani e venti, ci racconta i ricordi legati ad altri suoi viaggi, portandoci in giro nei luoghi sperduti di questo mondo in cui tutti, almeno una volta, vorremmo essere stati, e lo fa con una narrazione lineare e sognante e quando arriva il momento di andare via, il nostro cuore si spezza di pari passo insieme al suo.
«Spesso, alla viglia dei distacchi, il luogo amato si agghinda al meglio. Anche l'Isola, questa sera, ce la mette tutta per ararmi l'anima.»
Un viaggio emozionante e ricco di storia, geografia e leggenda, consigliatissimo.
Dovrei attribuire poche stelle, perché per me è stato pesante leggere un memoire in prima persona, e il sonno ha insidiato quasi sempre la lettura. Però dovrei anche mettere cinque o più stelle, se possibile, perché il lirismo che Paolo Rumiz ha espresso in questo suo percorso in cima al faro sperduto nel mar Adriatico è stato... indescrivibile. Ha fisicamente girato su un isolotto sormontato da quella che lui chiama torre di luce, ma ha trascinato il lettore su infiniti approdi in giro per i mari, riempiendo la narrazione di fatti, oggetti e persone con nome e cognome, offrendo profumi, colori, suggestioni. Esperienza peculiare, che non ripeterei... fino a che non dovessi cedere davanti a un altro pellegrinaggio dello stesso autore.
Che noia! Cercavo un libro che parlasse di mare, ho trovato un elenco di fari! Senza storia, senza una vera trama, il protagonista, lo stesso Rumiz, si trova a vivere, per tre settimane, in un faro di un isola che non svela, anche se facilmente intuibile, affiancato dai faristi che si susseguono, passa le sue giornate in solitudine, scrivendo su di un diario pensieri, cucinando, raccontandoci aneddoti legati a fari che ha visitato in giro per il mondo, ed ogni tanto soffermandosi su quello in cui si trova adesso. Le prime pagine mi avevano catturato arrivando a metà volumetto subito, ma poi la noia si impossessata della narrazione!
Un libro sulla solitudine. Solitudine non disperata ma costruttiva, solitudine che sa di sale e di vento, di ricordi e di aneddoti, di pensieri disordinati ma ricchi di vita e di umanità. Un "viaggio" residente, ma forse il viaggio più lungo, quello dell'anima e delle emozioni di un uomo che ha visto tanto e che ha vissuto intensamente. Pagine assaporate ad una ad una, evocative, oniriche, emozionanti, spesso un piccolo faro anche per il lettore
Une superbe écriture qui permet de s'évader à la lecture de ce "voyage immobile". Cette incursion dans le monde des derniers gardiens de phares (ici sur la Méditerranée) prend une forme poétique et non celle d'une description minutieuse du quotidien, des difficultés, des activités de ces travailleurs solitaires. J'ai eu peur de m'ennuyer au début mais bravo à l'auteur qui sait captiver ses lecteurs alors que son voyage est en grande partie intérieur.