Penna felice quella di Angioni perchè lieve, gentile, diretta e delicata.
Per questo il libro si inizia con piacere, la simpatia per il protagonista è immediata, la curiosità rapidamente desta.
La figura di Tanit, dea madre primigenia, icona ancestrale di Astarte, di Diana e di tutto l'empireo muliebre pagano e cristiano è fascinosa. Il mistero la avvolge come i sette veli di Salomé, che qui non cadono mai.
Però i continui rimandi alla protosardità, alla punicità, alla fenicità si sviluppano in hortus conclusus, la stessa Tanit diviene litania, il mistero si spegne su se stesso, come tenue fiammella.
I rapporti fra Josto, il nostro antieroe e le donne sono incongrui. Troppo veloci i mutamenti d'umore, le reazioni, i dialoghi, mancano sottigliedzze, sfumature, psicologia.
E l'epilogo sembra un repentino rotolare a valle dopo salita lunga, ardimentosa e irta di difficoltà.
Ricche premesse, scarso raccolto.
Forse la carne messa al fuoco è stata troppa.