Da sempre per la politica sfruttare i media a proprio vantaggio è una tentazione irresistibile. Se Mussolini è stato tra i primi a ricercare il consenso attuando una persuasione sistematica, a seguirne le orme sono stati in molti. Fabio Martini ricostruisce in questo libro la storia della propaganda mirata a conquistare l’immaginario degli italiani e diffusa attraverso i film, i cinegiornali, la televisione, la pubblicità, il web. Nel farlo, mette in luce metodi ed espedienti delle diverse epoche. Il fascismo non si è accontentato di spegnere la libertà, ma, inviando le «veline» ai giornali, ha accreditato un’immagine pacificata dell’Italia, in cui, scomparsi i fatti di sangue, le porte di casa potevano restare aperte. I notabili della Democrazia cristiana, censurando film e narcotizzando la programmazione della prima Rai, hanno soffocato racconti della realtà «troppo realistici» e quindi scomodi. Nella Seconda Repubblica i politici hanno invaso la tv come in nessun altro paese europeo, ma la proliferazione dei talk show ha finito col produrre nei cittadini una sorta di rigetto nei confronti della politica. Infine, il Movimento Cinque Stelle ha intuito prima di altri la pervasività della Rete e, cavalcando sui social rabbia e pregiudizi, ha raggiunto una platea molto più ampia dei partiti tradizionali. Una trama, quella che emerge dal racconto di Martini, fitta di segreti, perché la propaganda più efficace agisce in modo occulto e parla all’inconscio.
Fabio Martini, romano, dall’epoca di Tangentopoli racconta personaggi, storie e retroscena della politica italiana per il quotidiano «La Stampa», del quale è inviato. Allievo dello storico Paolo Spriano, già collaboratore della rivista «Mondoperaio», è autore di saggi sui rapporti tra politica e informazione.
Post-verità. Una parola che ormai domina le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, rimbalzando di bocca in bocca con un certo gusto intellettualistico. È l’ennesimo neologismo prefissato post-, nell’epoca del post-moderno, che a detta di alcuni è però già post-postmoderno, quindi post al quadrato. Il termine deriva dall’inglese “post-truth”, nel 2016 eletta parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary, che la definisce così: “relating to or denoting circumstances in which objectives facts are less influential in shaping public opinion than appeal to emotion and personal belief”. Ovvero, quando il sentimento “di pancia” e il giudizio personale prevalgono sulla realtà dei fatti, la verità tout court, che sembra invece caduta in disuso. Una parola già usata negli anni ‘90, che ha però cominciato a diffondersi in tempi recenti, nel 2016 appunto. Il 2016: l’anno di Brexit e Trump. Quello della post-verità sembrerebbe quindi un fenomeno relativamente giovane e in ogni caso strettamente legato all’attualità di questi giorni. Ma anche questa, ahimè, è una verità post, cioè ricreata a tavolino, per spiegarci l’inesorabile e dilagante diffusione di bufale e scandali da bar che intossicano l’informazione giorno dopo giorno. Perché in realtà la post-verità è una vecchia conoscenza, un nuovo significante con un vecchio significato. [ continua a leggere su >>> https://cinebrividoblog.wordpress.com... ]