Comprammo la Baracca. Confesso che i nostri genitori ci diedero una mano per l’anticipo. Però nessuna banca era disposta a concedere un mutuo a una decoratrice e a un chitarrista blues che tirava su al massimo quaranta dollari a sera e qualche consumazione gratis. Io feci in fretta a trovare lavoro, perché ero brava e motivata, e non penso che alla fine si sia rivelata una mossa sbagliata optare per uno studio di design commerciale – anche se mentre inventavo il logo di un’azienda o la copertina di un catalogo di computer a volte provavo nostalgia per quando dipingevo leonesse nello stile di Henri Rousseau sulla parete accanto al letto a castello di un bimbo di sei anni. Però provo un gran piacere quando trovo una bottiglia di salsa piccante con l’etichetta disegnata da me, e un lavoro vero rende di sicuro di più. Garantisco che a Michael non era andata altrettanto bene con Slide, il piccolo jazz club che si era messo a gestire a Fort Greene. Anche se sulla carta sembrava un buon compromesso, se sei il gestore non ti esibisci, e lui finì per maneggiare più fusti di birra che la chitarra. Ma sono convinta che il nostro matrimonio avrebbe retto abbastanza bene il passaggio a un lavoro serio, se non fosse stato per la casa.
Interessante e particolare questa raccolta di racconti. Ce ne sono di brevi, leggeri e umoristici, e un po’ surreali, e ce ne sono di lunghi, storie intricate di amori e di amicizie, storie soprattutto di liti, conflitti e rotture. Tutti sono percorsi da una forte vena di ironia, ma quelli lunghi sono tutt’altro che leggeri, intrisi di dolore e di rabbia. Non potrei trovarmi più d’accordo sulla difficoltà di confrontarsi e capirsi fra generazioni diverse, fra amici e amanti di temperamento opposto eppure costretti a coabitare, dentro una casa, un condominio, una città, o semplicemente sullo stesso nostro pianeta; l’epoca che stiamo vivendo lo dimostra bene: l’umanità è varia e agguerrita, ci sono i pro-vax e i no-vax, ci sono gli educati e i maleducati, i generosi e i meschini, gli onesti e i disonesti, gli arroganti e gli altruisti, ci sono quelli che hanno avuto vita facile e quelli che affogano nei guai, i conflitti sono inevitabili e spietati, e lasciano talvolta cicatrici profonde. Shriver li aizza gli uni contro gli altri, con uno sguardo affilato e arguto, scandaglia i minimi dettagli della nostra società, le nostre abitudini, le mode, i cliché, i sensi di colpa, le aspirazioni, le odiose faccende di soldi, grandi e piccole, che ci dividono e ci avvelenano la vita; disegna personaggi a tutto tondo, assolutamente reali. Il risultato è un vivo affresco di un’umanità varia e quanto mai attuale, frustrata dalle due varianti che segnano il nostro tempo e che si intrecciano determinando sempre più il corso delle nostre vite: le difficoltà professionali e i costi inaccessibili di case e mutui.
Si ride, ma con amarezza.
In teoria, a un certo punto qualcuno avrebbe dovuto dire al padre di Peter di farla finita con quegli atteggiamenti da megalomane. Invece no: più uno se la tira, più quelli che tratta come pezzi di merda si convincono che deve avere davvero delle doti straordinarie, sennò sarebbe stato già ridimensionato. Gli stronzi possono permettersi di essere tali perché hanno sempre fatto gli stronzi senza problemi, e nessuno ha intenzione di turbare l’ordine naturale dell’universo.