Commento veloce (per chi non ha voglia di stare troppo a leggere ed è vagamente interessato a questo libro)
Daniele Novara- pedagogista e fondatore del CPP, ossia, il Centro per la Pace e la gestione dei conflitti- propone in questo libro una metodologia educativa che si rinnova non solo nella modalità di affrontare la crisi della relazione educativa ma anche nell'esposizione di un diverso concetto di conflitto.
Il libro è consigliato a genitori e ad operatori ed ha il pregio di essere alla portata di tutti sia per un linguaggio accessibile sia per la strutturazione di tipo operativo con consigli in pillole e piccoli test alla fine di ogni sezione oltre che alla presentazione di veri e propri strumenti pedagogici.
Cosa sostiene Novara?
Principalmente che, non solo, urlare non serve a nulla ma, a lungo termine, può provocare un peggioramento dei comportamenti scorretti. Partendo,dunque, da una buona organizzazione che si fonda sulle regole, si danno indicazioni che si differenziano nelle differenti fasce d'età ma che hanno il comune denominatore di sostenere il litigio come come momento di crescita:
"Imparare a litigare consente di superare la propria posizione cogliendo in modo empatico quella altrui e ottenendo nella dinamica un vantaggio reciproco"
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Qualcosa in più
L'adulto che affronta una divergenza urlando non fa altro che dichiarare la propria impotenza di fronte ad una dialogo che non decolla.
Al pari dell'"alzare le mani", l'urlo è il segno palese di una relazione logorata.
Questi atteggiamenti sono retaggio di quel passato autoritario in cui la regola imperante si fondava sul "quando ci vuole, ci vuole". Era l'epoca dell'assoluta asimmetria relazionale in cui il rispetto era figlio della paura. Per rimediare alle colpe dei padri, la generazione seguente si è via via liberata di ogni recinto fino ad annullare ogni autorità e differenza di ruolo.
"Oggi l'accudimento prevale sull'educazione. I padri e le madri fanno fatica a interpretarsi come educatori dei propri figli, hanno perso o sostanzialmente modificato i loro riferimenti. Sul ruolo educativo predomina la cura, la salvaguardia, la tutela: i nostri bambini non hanno tutto, hanno più del tutto. Se avessero tutto magari potrebbe anche bastare, ma il fatto è che hanno molto di più (...),
Allo stato attuale, il problema della famiglia che definirei “morbidamente affettuosa” è la prevalenza della preoccupazione materiale su quella educativa. Anche perché tale eccesso porta con sé la convinzione che un bambino che ha tutto debba essere felice. Inutile dire che questo non accade. "
Si tratta di una relazione emotiva che cerca di comprendere, che vuole evitare a tutti i costi di entare in conflitto. Si cerca la serenità pensando che crescendo i figli capiranno.
"Purtroppo non è così. Un eccesso di accudimento, un eccesso emotivo di protezione, di coinvolgimento, finisce con il creare una situazione in cui i figli non si riconoscono, vanno in confusione, non capiscono più i ruoli reciproci: chi fa il genitore, chi fa il figlio, chi fa la figlia, chi fa il padre, chi la madre."
Si tratta, pertanto, di rivedere i comportamenti educativi sotto una luce nuova che rimetta sui binari l'agire pedagogico.
Per fare ciò, Novara, utilizza un approccio maieutico, ossia, un metodo educativo dove la relazione è per tutti soggetti una forma di conoscenza ed apprendimento.
Dal significato socratico originario (la maieutica come arte della levatrice, colei che fa nascere), la trasposizione pedagogica individua un graduale percorso di crescita dove chi educa si mette in ascolto ponendo poche domande ma che siano "generative", ovvero portino alla luce l'autostima, il riconoscimento, la conoscenza di sè. Questo permette di far crescere oltre che di ottimizzare una relazione.
In quest'ottica, il litigio è un momento da valorizzare.
Novara sottolinea l'errata visione della parola conflitto troppo spesso utilizzata nei contesti di violenza mentre:
" La stessa etimologia è radicalmente diversa. Sono due termini che derivano entrambi dal latino: violenza da violentia, con la radice vis forza, vigore, prepotenza) e la terminazione -ulentus (eccesso); conflitto da cum (con) e fligere (urtare, sbattere). Fin dall’origine c’è una profonda distinzione semantica: se il conflitto implica un “con”, un’alterità contro cui ci si scontra, una relazione, il termine “violenza” invece non comporta necessariamente una dimensione relazionale: la violenza può esercitarsi anche contro oggetti, o su se stessi, o nei confronti di sconosciuti. Si tratta di parole che indicano due esperienze umane lontane, e il problema del sovrapporle sta nell’ombra che questa confusione getta sui rapporti interpersonali."
Una volta fatta questa fondamentale distinzione si deve prendere atto del fatto che "nei conflitti c'è sempre qualcosa di nascosto" : sono, infatti, occasioni, in cui tornano a galla, mascherati, vecchi rancori sepolti, ferite non rimarginate.
Di fronte al litigio, pertanto, occorre respingere quall'istinto che porta a trovare una soluzione immediata. E' fondamentale, invece, darsi il tempo necessario per riflettere distaccandosi emotivamente dall'accaduto. L'obiettivo è quello di fare emergere ciò che realmente disturba e trovare soluzioni sul non detto.
Ogni genitore cerca pace e serenità famigliare. Novara ci spiazza e dice che "L’assenza di conflitti è molto più problematica di quello che si pensa.".
Insomma, se c'è troppo silenzio in casa iniziate a preoccuparvi:
"Lo affermo senza incertezze: la famiglia che punta tutto sulla serenità, che desidera vivere in un clima di assoluta compiacenza reciproca, quando non di armonia idilliaca, la famiglia in cui chi litiga è additato come una specie di terrorista casalingo, non solo non funziona, ma può essere davvero dannosa per i suoi membri.
Nonostante le errate convinzioni, dure a morire, è piuttosto evidente che:
in ogni organismo familiare, tradizionale
o innovativo che sia, il buon funzionamento
è garantito dalla capacità di litigare bene,
piuttosto che dall’abolire i contrasti."